
Il titolo dell’opera I corpi che non avremo sembra richiamare la dimensione fisica dell’esistenza, ma in realtà si addentra ben oltre la superficie. Il testo di Francesco Toscani conduce lo spettatore in un viaggio nei meandri dell’interiorità umana, tra ferite che si fanno fratture dell’anima e le conseguenze che ne derivano. La narrazione prende le mosse dal corpo, dall’involucro esteriore, per inoltrarsi nella complessità del sé, sempre più condizionato da stereotipi sociali, fino a toccare corde drammatiche e profonde.
Un racconto intimo e raccolto
Allestita nello spazio intimo della sala Tre del Teatro Franco Parenti fino al 14 febbraio, la scena invita il pubblico a partecipare a una giornata particolare nella vita del protagonista, il trentatreenne Mattia, interpretato da Fabrizio Calfapietra. L’atmosfera raccolta favorisce un rapporto diretto tra Mattia e gli spettatori che si fanno testimoni silenziosi degli eventi, contribuendo a una partecipazione immersiva e coinvolgente. La regia di Andrea Piazza, sobria e coerente, orchestra il tutto a partire da un esordio leggero e disorientante.
Inizialmente Mattia si presenta come un bel giovane, solare, perfettamente inserito nel proprio contesto sociale, apparentemente privo di inquietudini. Nemmeno la sua abitudine di guardare video pornografici emerge come elemento rivelatore del suo malessere. Sarà il testo stesso a rompere la linearità del racconto introducendo un alter ego (Simone Tudda), altro sé al tempo stesso opposto e complementare, che si insinua nella narrazione proprio mentre Mattia si appresta a festeggiare il compleanno. Da quel momento la drammaturgia si sviluppa in rimandi tra passato e presente che il regista gestisce con soluzioni visive semplici ma incisive, trasformando la festa in un preludio alla disfatta del protagonista.

Il disagio
La scelta di affidare la narrazione direttamente alla voce di Mattia permette allo spettatore di entrare in profonda empatia con lui, svelando un disagio esistenziale radicato. Un’inquietudine che nasce dal corpo, dall’immagine esteriore, da quell’involucro che, passando dall’adolescenza all’età adulta, mai pienamente accettato, conduce a una generale insicurezza. I movimenti coreografati da Tudda, incarnazione dell’altro sé, sottolineano come il corpo possa diventare una trappola per la volontà. Le fragilità accumulate nel tempo segnano l’identità di Mattia, conducendolo a una vita che appare libera e spensierata, ma in realtà è gravata dal peso di una consapevolezza repressa: essere solo una rappresentazione di sé, costruita attraverso riti condivisi e immagini riflesse.
Alla fine, quel corpo mai abitato davvero diventa una gabbia, del tutto simile a quelle che ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi sui social network. Corpi che sono prigioni, di bell’aspetto ma interiormente deboli, incapaci di compiere scelte proprie sul come vivere.
I corpi che non avremo è un lavoro coraggioso e necessario che invita a riflettere sull’autenticità e sulla capacità di autodeterminarsi in una società che esercita pressioni così forti da far smarrire l’individuo, fino a spingerlo verso solitudini esistenziali e autodistruttive.






