Al Piccolo Daria Deflorian dà voce al Nobel Han Kang

La metamorfosi in
Daria Deflorian e Monica Piseddu in "La vegetariana". Fotografia: © Andrea Pizzalis. Courtesy Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa

La sopravvivenza nel silenzio

Corea del Sud, giorni nostri. Un mondo dove tutto deve sembrare a posto, ma dove la pressione sociale è fortissima. In questo scenario, la scelta della giovane Yeong-hye di non mangiare più carne non è un capriccio, ma il confine tra il subire e il ribellarsi. La famiglia non è un rifugio, ma il luogo dove si consuma la violenza: un marito che vuole una moglie-oggetto e un padre che pretende obbedienza assoluta. Il corpo della donna diventa così l’ultimo spazio possibile di espressione della propria libertà.
Il testo La vegetariana (Adelphi Edizioni, Milano, 2016), del Premio Nobel per la Letteratura Han Kang, si fa parola e azione nell’adattamento teatrale diretto da Daria Deflorian, nuova artista associata per il triennio 2025/2027, portato sulla scena del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa nell’ambito della rassegna Personale Deflorian.

Daria Deflorian dirige e recita in uno spazio nudo

Lo spettacolo ci porta dentro al testo di Han Kang con una scenografia minimale, quasi  scarna. Il palco del Teatro Grassi è un vuoto grigio e freddo che riflette la solitudine della protagonista. Sul lato sinistro, una porta diventa il fulcro dell’azione: una soglia illuminata da cui Yeong-hye entra ed esce quasi invisibile, compiendo i gesti che segnano la sua rottura con il mondo. È da lì che arriva la luce, come se oltre quella porta risiedesse l’unica realtà possibile per lei. Non ci sono orpelli, solo i segni di una quotidianità ridotta all’osso.

Il materasso, l’intimità tradita

L’intimità domestica, spesso luogo di coercizione, è simboleggiata da un nudo materasso poggiato verticalmente contro il fondo del palco. È un’immagine potente: la camera da letto, spogliata della sua funzione di riposo, diventa un oggetto estraneo, quasi un testimone muto del disagio familiare. Freud descriveva il concetto di Unheimliche ciò che da familiare diventa inquietante, estraneo. Il primo elemento a diventare tale è la camera da letto dei coniugi, luogo dal quale prende corpo il fenomeno di alienazione, disagio e silenzio fra marito e moglie, come ben tradotto dalle immagini spesso mute delle pellicole di Ingmar Bergman.
Sullo sfondo grigio, la spoliazione di Yeong-hye appare ancora più radicale. “Ho fatto un sogno”, dice, e da quel momento inizia il suo viaggio lontano dalla carne e dal sangue, verso una purezza che spaventa chi le sta intorno.

Voci, suoni e corpi in movimento

L’azione si dipana in un atto unico, senza soluzioni di continuità, seguendo i tre capitoli del libro attraverso lo spostamento del focus narrativo. Lo sguardo passa dal marito al cognato, fino alla sorella, in un flusso ininterrotto dove Monica Piseddu, attrice pluripremiata che interpreta la protagonista Yeong-hye, lavora per sottrazione, incarnando una sofferenza silenziosa. Gabriele Portoghese disegna con precisione il conformismo del marito, mentre Paolo Musio dà corpo all’ossessione del cognato. Daria Deflorian, nel ruolo della sorella, è l’unico varco di umana comprensione.
La metamorfosi vegetale di Han Kang, Daria Deflorian in scena
Monica Piseddu in “La Vegetariana”. Fotografia: © Andrea Pizzalis. Courtesy Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Ad accompagnare la recitazione asciutta, essenziale, straordinaria di tutti gli attori, interviene una componente sonora fondamentale, curata da Emanuele Pontecorvo: suoni che non sono semplice sottofondo, ma sostegno per la drammaticità di ogni passaggio, rendendo quasi fisico il peso dell’abnegazione e della lotta interiore che si consuma sul palco.
La fotosintesi della scena
Mentre la storia avanza e la scena si fa sempre più rarefatta, la drammaturgia delle luci di Giulia Pastore (premiata agli Ubu 2024 e nel 2025 ex aequo per il disegno luci di questo lavoro) compie il passaggio finale. Verso la conclusione, tutto il vuoto grigio viene progressivamente sommerso da un verde profondo. È il colore della fotosintesi, il traguardo di un processo interiore che trova finalmente la sua luce. Il verde non è più solo atmosfera, ma la linfa stessa in cui la protagonista termina la sua metamorfosi, smettendo di essere carne per farsi natura.

La vegetariana, un legame tra voce e scrittura

Lo spettacolo nasce da una ricerca che Daria Deflorian ha avviato con lungimiranza, che ha anticipato il conferimento del Nobel alla scrittrice coreana. Un legame suggellato lo scorso anno al Teatro Dal Verme di Milano durante la presentazione del poetico testo della Kang Il libro bianco (Adelphi Edizioni, Milano, 2025); in quell’occasione, le due si sono alternate nella lettura di passi dal testo presentato, con Daria che ha dato voce in italiano alle parole della Kang, creando un luminoso ponte tra le due sensibilità.

Un finale, un inizio

Daria Deflorian è in perfetta sintonia con l’autrice coreana e la messa in scena di La vegetariana segue un percorso di progressiva pulizia formale: si tolgono i vestiti, si svuota la scena, si rinuncia alle parole inutili. La protagonista Yeong-hye non si arrende al suo destino, lo cambia. Davanti a quel materasso spoglio, la verità affiora definitiva.
Yeong-hye gradualmente si libera degli strati che compongono il suo essere per compiere la trasformazione liberatoria. È un ritorno alla terra, una crescita al contrario che profuma di riscatto. La donna trova la sua forza nel momento in cui decide di non appartenere più a nessuno, se non al silenzio rigenerante del verde, del fuoco verde, vessillo di un riscatto conquistato  con risolutezza.
La vegetariana
dall’omonimo romanzo di Han Kang (Adelphi Edizioni)
Adattamento e regia: Daria Deflorian
Con: Daria Deflorian, Paolo Musio, Monica Piseddu, Gabriele Portoghese
Collaborazione al progetto: Francesca Cuttica, Monica Piseddu, Gabriele Portoghese
Scene: Paola Villani
Luci: Giulia Pastore
Suono: Emanuele Pontecorvo
Produzione: ERT / Teatro Nazionale, L’arboreto – Teatro Dimora, Fondazione I Teatri Reggio Emilia