Il destino e il nome, Marina Rocco è Maria Stuarda

Il destino e il nome, Marina Rocco è Maria Stuarda
Marina Rocco in "Il mio nome è Maria Stuarda". Immagine: Courtesy Teatro Franco Parenti
Maria Stuarda, una regina senza corona

Il destino e il nome: Marina Rocco veste i panni di Maria Stuarda, dando vita a un personaggio popolano  milanese che si alimenta del peso delle proprie vicende passate. Il nome sembra così simbolo di destino, un’eredità che invece la protagonista trasformerà da dolore in nuova consapevolezza.

Come dicevano i latini, “nomen omen”: nel nome si cela il destino. Eppure, l’opera teatrale di Nicoletta Verna, “Il mio nome è Maria Stuarda”, racchiude tutti gli elementi necessari per costruire una figura inedita, la cui forza nasce dall’evoluzione interiore. Questa Maria Stuarda non si arrende al fato, ma lo rinnova in un percorso di crescita e riscatto.

Marina Rocco. Immagine: Courtesy Teatro Franco Parenti
La sopravvivenza dopo la guerra

Anni Quaranta, l’Italia del dopoguerra. Un Paese segnato dalla fame e dalla povertà, dove la ricerca di un lavoro diventa la linea sottile tra la sopravvivenza e la morte. È l’Italia delle tante esistenze misere che il conflitto non ha, forse, unito nelle difficoltà. La famiglia resta l’unità minima sociale: un nucleo in cui pesano ancora eredità non secolarizzate e su cui il qualunquismo politico esercita un forte potere di coercizione. Se la figura maschile si carica di potenziali virili, quella femminile rimane imprigionata in competenze domestiche fragili e, per lo più, insoddisfacenti.

Giovane, bella, sfortunata Maria Stuarda

Il racconto di Nicoletta Verna è in prima persona, affidato alla voce di una giovane che porta il peso di un nome regale, Maria Stuarda, ignara del presagio di sventura che esso sottende.

Non è colta, ma bella e per questo invidiata; avrebbe potuto sposarsi facilmente, conquistando però soltanto i cuori di sventurati come lei. “L’uccello più bello è quello che finisce in gabbia”, le dicono. Una profezia che si tramuta in realtà davanti agli occhi  della giovane Maria Stuarda, disposta a legittimare le sevizie di un marito, a coprire i pettegolezzi e a sopportare le umiliazioni, secondo le regole del tempo.

Parole, corpo del testo e della protagonista

Le parole del testo si incarnano nella donna, mentre la storia prende forma, mentre su quel corpo, segnato esteriormente dalle frustate del marito e interiormente dall’abnegazione, nasce una forza recondita che le parole stesse svelano lentamente. Un evento casuale, un corpo vestito in un abito verde che cade dall’alto, ai suoi piedi, mentre Maria Stuarda cammina, segna una svolta nella sua esistenza. Maria Stuarda prenderà il posto di lavoro di quella povera donna volata da un balcone, operaia nel calzaturificio dove si presenterà alla ricerca di una nuova occupazione. Lei deve guadagnarsi da vivere da quando il marito, partito per la guerra, è disperso in Russia.

Quotidianità e lotta per la sopravvivenza si scontrano quando il datore di lavoro tenta di avvicinarla, volendola trasformare nell’ennesima vittima, proprio come la giovane in abito verde, insidiata come ora rischia di esserlo lei. L’istinto di autoconservazione prende il sopravvento e Maria Stuarda reagisce colpendo l’uomo, trovando in sé la forza per non soccombere.

La colpa senza colpa

Essersi ribellata diventa la sua colpa. Il suo racconto è dunque rivolto alla giuria che deciderà del suo futuro. La storia amara è ripercorsa da Maria Stuarda con una delicatezza naturale, a dispetto di tutto ciò che d’innaturale ha vissuto questa donna giovane e bella, che nulla più desiderava se non essere lasciata libera di vivere, senza colpa per il proprio aspetto che l’ha resa preda di un marito violento. Senza colpa per essersi difesa e macchiata di un delitto. Infine, giudicata e privata delle libertà che molte donne come lei hanno visto svanire, spogliate dagli abiti che, in fondo alla scena, diventano simbolo della loro stessa dignità e del loro ruolo di vittime, sia come donne che come esseri umani.

Un testo intimo che si fa universale

Un bel testo scritto da Nicoletta Verna, nato da un’idea di Andrée Ruth Shammah e diretto da Andrea Piazza con metodo solido, coerenza stilistica e ritmo senza flessioni. Le parole sono attraversate e rese vive da Marina Rocco, interprete di una sofferenza mai urlata, trattenuta dentro e liberata, poi, con la nobiltà d’animo che permea tutta la messinscena. Un dolore sussurrato che non si trasforma mai in rabbia ma in cambiamento e riscatto.

La scenografia avanza lentamente, per gradi, seguendo la progressione del racconto: microfoni e sedie su cui Marina Rocco/Maria Stuarda si adagia mentre narra, spogliandosi via via degli abiti e poggiandoli sopra ad ogni sedia che abita la scena. Indumenti che sono il simbolo del percorso verso la verità che affiora, accompagnati dai soffi di dolore e sofferenza di tutte le donne violate, emessi dal sassofono della musicista Marina Notaro, che suona dal vivo in scena, vestita di abito verde.

Il mio nome è Maria Stuarda, Teatro Franco Parenti fino all’8 marzo 2026

di Nicoletta Verna
progetto ideato da Andrée Ruth Shammah

con Marina Rocco,
Marina Notaro al sassofono
regia Andrea Piazza
costumi Simona Dondoni

Produzione Teatro Franco Parenti

Sabato 7 e domenica 8 Marzo 2026 Marina Notaro sarà sostituita da Serena Tarozzo