Teatro Franco Parenti, la solitudine del villaggio globale di Leenane

Teatro Franco Parenti, la solitudine del villaggio globale di Leenane
Ivana Monti e Ambra Angiolini in "La Reginetta di Leenane". Ph Courtesy Teatro Franco Parenti
La Reginetta di Leenane

“The Beauty Queen of Leenane”, è un testo scritto nel 1996 da Martin McDonagh (1970), autore irlandese noto per la sua capacità di fondere umorismo nero e intensità drammatica. Il Teatro Franco Parenti lo porta sulla scena con il titolo La Reginetta di Leenane e la regia di Raphael Tobia Vogel.

Ambientato nel piccolo villaggio irlandese di Leenane, nella contea di Galway, la pièce esplora i temi della solitudine, del potere familiare e delle relazioni tossiche, raccontando una storia profonda e grottesca. La traduzione di Marta Gilmore restituisce tutti i canoni di McDonagh: ambiente rurale, narrazione semplice, legami sociali fra i personaggi che, come nelle altre due opere che compongono la Leenane Trilogy (A Skull in Connemara e The Lonseome West), sono solo quattro.

La messa in scena è fedele al testo del drammaturgo: un interno con arredi rustici, nessuna comodità, la stufa a legna per riscaldare, utensili di cucina e un attizzatoio per il fuoco.

Unici elementi che rimandano alla contemporaneità è la radio da cui le protagoniste, la madre Mag Folan e la figlia Maureen, ascoltano le loro canzoni preferite. Dal televisore escono solo suoni, le immagini sono nascoste al pubblico. Ma dai dialoghi dei protagonisti si comprende che ad andare in onda sono famose soap opera americane degli anni ’90.

Ambienti e linguaggio

Dalla scenografia di Angelo Linzalata si mostrano, a fondo scena, le pareti del casolare di legno nel quale vivono le due donne, lontano da tutto e da tutti, in cima a una collina. Da essa emergono i simboli di un territorio profondamente religioso: le assi sconnesse della parete della casa, in fondo al palco, lasciano spazi vuoti a forma di croce, un crocifisso. Viene da pensare all’ottenebrazione religiosa della bigotta Irlanda che desiderava donne vergini, madri devote.

La scena, di per sé stessa una drammaturgia, si fonde con un linguaggio idiomatico che è presente nel testo originale ma che probabilmente si perde nella traduzione. McDonagh lo salda con il turpiloquio che tutti i personaggi utilizzano. Parole volgari si mescolano a colloqui tesi, densi di sadismo e ironia e si procede fino alla discussione tra madre e figlia sulla bellezza e sul piacere del rapporto sessuale. Si attua in quel momento una liberazione necessaria alle due donne, ed emerge chiaro il conflitto interiore che le due vivono. Si odiano e si amano, ciascuna impone all’altra dolori all’altra e si autoinfliggono il sacrificio.

Leenane e il villaggio globale di McDonagh

L’arcaico e il contemporaneo convivono nell’opera, sintesi di due epoche diverse in cui elementi dell’una e dell’altra si uniscono creando una realtà nuova, atemporale, astorica. a causa di ciò, si può dirla un’opera classica, nonostante sia fissata in un preciso qui e ora.

McDonagh ha la capacità di costruire testi intorno a personaggi per lo più anomali sino a decontestualizzane le storie, che non appaiono dunque premoderne o postmoderne. Nonostante l’irlandese ambienti le sue opere in un luogo specifico, quell’isola non geograficamente remota ma culturalmente indomabile, il messaggio sotteso alla Trilogia di Leenane è, dal punto di vista drammaturgico, universale. Se pure si deve ammettere che il contesto rurale irlandese è spaventosamente rappresentato, retrivo e abbandonato – come la piccola isola d’Irlanda – McDonagh tenta la strada della redenzione dall’ancestrale, anche se difficilmente vi riesce.

Una madre e una figlia a Leenane

Il fulcro della storia è la complicata relazione tra Maureen Folan, una donna di quarant’anni segnata dalla solitudine, e sua madre Mag, anziana, disabile e manipolatrice. Le due vivono insieme in una casa isolata, un microcosmo soffocante, dove la routine quotidiana si trasforma in una lotta senza fine. Maureen sogna di fuggire dalla prigione emotiva impostale dalla madre, mentre questa fa di tutto per ostacolare l’aspirazione di indipendenza della figlia, facendo leva su sensi di colpa e manipolazioni.

L’arrivo di Patrick (Pato) Dooley, un uomo che offre a Maureen una possibilità di cambiamento e amore, finisce col catalizzare gli eventi. Tuttavia, le azioni di Mag, dettate dalla paura di restare sola, portano a una spirale di tensione e violenza. Il dramma si sviluppa tra dialoghi taglienti e momenti di suspense, mostrando come l’attitudine al controllo possa distruggere ogni possibilità di felicità.

Equilibri instabili

La madre e la figlia vivono in totale simbiosi, cercano a vicenda di sabotare le proprie vite, ancorate alla sicurezza del clima domestico abitudinario e ostile. Le vite dell’una e dell’altra, con un passato di ricovero per malattia mentale, scorrono lente, fra violenze, rancori e desideri inconfessabili. La fine del paradossale equilibrio tra le due arriva improvviso, ma è solo apparentemente liberatorio e definitivo, perché la follia della giovane donna torna a manifestarsi. La morte della madre – che nel testo di McDonagh è procurata da Maureen con l’attizzatoio – nella versione di Vogel è molto meno cruenta ma non procura minori conseguenze. Infatti, lo squilibrio mentale si riappropria della figlia trasfigurandola nella madre e perpetuandone il dispotismo.

McDonagh non riesce, dunque, a trovare una via d’uscita, le personalità disfunzionali del suo testo non terminano di essere tali. Al pubblico si offre un quadro di vite disperate, immodificabili nonostante le aspettative, il fiorire di desideri e buone intenzioni. Questo appare il cupo messaggio dell’autore nel dramma The Beauty Quenn of Leenane, indipendentemente dal contesto geografico, storico, culturale, sociale.

L’allestimento al Teatro Franco Parenti

La regia di Raphael Tobia Vogel valorizza l’atmosfera cupa e claustrofobica della casa, con ampio utilizzo del simbolismo, i tempi scenici sono molto ben curati lasciando spazio ai dialoghi spesso intrisi di sarcasmo e ironia, bilanciati da silenzi disperati. Lo stile irlandese, nel quale la drammaticità è stemperata da battute di umorismo nero, è presente ma il regista non lascia che predomini sul dramma.

La cura scenografica di Angelo Linzalata favorisce la capacità di immergersi nell’ambiente domestico ricreato sul palco. A dominare sono i colori freddi e gli arredi essenziali, che trasmettono il senso di isolamento e claustrofobia della vicenda.

Le luci, altro elemento essenziale per la drammaturgia, sono perfettamente dosate da Oscar Frosio: coni d’ombra per evocare atmosfere tese e inquiete, illuminazione intensa che arriva da finestre o porte per trasmettere speranza.

Gli interpreti

Ivana Monti, attrice straordinariamente compenetrata nel ruolo, mostra con fluidità la fragilità e la forza della madre Mag e restituisce il personaggio con autorevole personalità. A lei si contrappone Ambra Angiolini, la figlia vessata e con evidenti difficoltà persino comunicative (la balbuzie, i movimenti ora impacciati, ora estremamente liberi), ben diretta da Vogel nel ruolo di Maureen ed efficace folle sventurata.

Entrambe le attrici riescono a rendere la complessità psicologica dei loro ruoli ai quali dobbiamo aggiungere quelli dei comprimari, i fratelli Patrick e Ray Dooley interpretati rispettivamente da Stefano Annoni e Edoardo Rivoira. Ai due si deve il merito di completare il quadro del  desolante “villaggio globale” dei nostri tempi. Su Rivoira vale la pena sottolineare gli studi, dopo l’Accademia Paolo Grassi, con Bob Wilson, Lisa Ferlazzo Natoli e Liv Ferracchiati.

Una nota deve essere dedicata ai suoni e alle musiche di Andrea Cotroneo che accompagnano il racconto senza mai sovrapporsi all’azione, contribuendo, a questo modo, a intensificare l’atmosfera sospesa e tesa dello spettacolo. Anche i rumori di fondo, come i respiri fuori campo, sono essenziali nella costruzione drammaturgica di Vogel: tutto è perfettamente sotto il controllo del regista che, pur giovane, si dimostra versatile e molto preparato.

La Reginetta di Leenane, Teatro Franco Parenti fino al 2 novembre 

di Martin McDonagh

traduzione italiana Marta Gilmore
con Ambra Angiolini, Ivana Monti,
Stefano Annoni, Edoardo Rivoira

regia Raphael Tobia Vogel

scene Angelo Linzalata
luci Oscar Frosio
costumi Simona Dondoni
musiche Andrea Cotroneo

produzione Teatro Franco Parenti

In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di Knight Hall Agency Ltd