Sorry, boys di Marta Cuscunà, è un testo ispirato a una vicenda realmente accaduta negli Stati Uniti, a Gloucester, nel Massachusetts, nel 2008, quando, in una scuola superiore della città, diciotto adolescenti rimasero incinte nello stesso periodo, suscitando scalpore nella bigotta opinione pubblica americana. Sembrava chiaro non trattarsi di una semplice casualità; ben presto si diffuse l’idea che le ragazze avessero stretto un “patto di maternità”, decidendo di diventare madri insieme come forma di ribellione e solidarietà reciproca.
Libertà violate
Ma Marta Cuscunà non si ferma al dato superficiale che la vicenda offre e affina la ricerca sulla condizione femminile negli Stati Uniti, scoprendo che nel paese dove la difesa delle libertà è fondamentale, sono commessi una sconvolgente quantità di crimini contro le donne, contro le loro vite, contro le loro libertà.
L’incontro con Paola Villani
Da qui parte l’avvio per il lavoro Sorry, boys, per il quale è fondamentale l’incontro di Marta con Paola Villani e le sue maschere. Nel 2016 il debutto dello spettacolo, apripista per l’originale metodo rappresentativo di Marta Cuscunà e di tutte le successive produzioni.
Sorry, boys si sviluppa attraverso una narrazione corale, con dialoghi serrati fra i protagonisti, non attori in carne e ossa bensì maschere, che nel teatro di Marta Cuscunà diventano strumenti di trasformazione scenica.
Sorry, boys, giovani e adulti come trofei
I protagonisti sono dodici teste mozzate: un gruppo di sette adulti, il preside e la dottoressa della scuola, una coppia di genitori, due madri e un padre. Accanto a loro, in fila, cinque teste di giovani maschi, i futuri padri, gli strumenti per la realizzazione di una comunità nuova, desiderata dalle sedicenni, felici future madri.
Le maschere sono appese come trofei, spalle al muro. Marta Cuscunà sembra volerle rendere inabili a contribuire alla questione che sta a cuore alle giovani, la conservazione della specie, lontano dal genere maschile.
Una drammaturgia contemporanea
La drammaturgia adotta uno stile contemporaneo alternando momenti di denuncia sociale a passaggi più intimi ed emozionali. Il linguaggio è diretto, spesso crudo e volgare come quello attuale e punta a smascherare i pregiudizi e soprattutto le ipocrisie della società di oggi.
La Cuscunà fa parlare i giovani, più o meno sedicenni, e gli adulti, manovrando delle aste che muovono le dodici teste con un sistema che prevede l’utilizzo di freni di bicicletta e pedali simili a quelli delle moderne macchine elettriche per cucire. Le teste roteano, le palpebre si aprono e chiudono e le dodici teste prendono vita con le diverse voci che Marta Cuscunà, grazie a una straordinaria padronanza della propria vocalità, attribuisce a ciascuna maschera.

Il teatro di figura, coralità e solitudini
Attraverso il teatro di figura l’attrice dà vita a una pluralità di voci e volti, interpretando da sola tutti gli adolescenti coinvolti nella vicenda, ma anche gli adulti che gravitano attorno a loro. Questa scelta scenografica sottolinea il senso di coralità ma amplifica la solitudine delle vere protagoniste, assenti dalla scena, creando un impatto visivo e narrativo di grande intensità culminante con il sorriso che si può solo immaginare delle diciotto future madri.
Sorry, boys si inserisce nella stagione del Piccolo Teatro – Teatro d’Europa dal titolo “Complemento di relazione”: la relazione malata fra i generi, la necessità di recuperare dialoghi, conoscenza non superficiale, che Marta Cuscunà, nota per il suo teatro di impegno civile, affronta con ironia e profondità.







