Un’epifania per L’Etang di Robert Walser

Un'epifania per L'Etang di Robert Walser
Nella foto: Henrietta Wallberg, ©Jean Louis Fernandez. Courtesy Triennale Milano

É possibile uscire da un teatro consapevoli di avere partecipato alla visione di un testo senza ostacoli. Con L’Etang non accade. Si esce dalla sala con la sensazione di avere assistito a qualcosa di molto più che uno spettacolo di prosa. Qualcosa che molto si avvicina a un’opera totale, secondo i canoni della regista e commediografa franco-austriaca Gisèle Vienne, che ha portato sul palco della Triennale di Milano, fino al 30 aprile, il suo ultimo e attesissimo lavoro. Lavoro dalla lunga gestazione, pensato e realizzato insieme alla storica collaboratrice artistica della Vienne, Kerstin Daley-Baradel, scomparsa nel 2019. 

Il testo a cui si ispira il dramma, L’Etang, è un’opera breve di Robert Walser (1878-1956), considerato con Frederick Dürrenmatt e Max Frisch, uno dei maggiori autori svizzeri di lingua tedesca. Scritto probabilmente nel 1902, L’Etang è un testo giovanile di Walser, dedicato alla sorella. Maestro della forma breve, lo svizzero fu molto sottovalutato – cosa di cui era consapevole – durante la propria vita, fatta di lavori precari, difficoltà economiche e di salute. Al contrario fu molto apprezzato dagli intellettuali internazionali del suo tempo, come Franz Kafka, Robert Musil, Walter Benjamin, Elias Canetti.

La vita di Robert Walser, tutt’altro che gioiosa, ma votata all’insegna della libertà, si contrappone ai suoi scritti, segnati da forte ironia, apparente frivolezza, elementi che si ritrovano in molte delle sue opere. Di questi non vi è traccia  sia ne L’Etang che in Felix e negli adattamenti delle fiabe dei fratelli Grimm i cui finali non sono lieti.

L’Etang è un dramma sociale che muove dal disagio di un giovane adolescente, Fritz, che simula il proprio suicidio per annegamento in uno stagno allo scopo di attrarre su si sé l’attenzione e l’amore dalla madre, dalla quale non si sente amato. Da una narrazione semplice nasce l’opera di Gisèle Vienne che tramuta il testo in un’opera contemporanea, a più voci, con la sola presenza in scena di due straordinarie attrici, Adèle Haenel e Henrietta Wallberg, e sette pupazzi a misura d’uomo.

Un'epifania per L'Etang di Robert Walser
Nella foto: Adèle Haenel. ©Hestelle Hanania. Courtesy Triennale Milano

I pupazzi sono adolescenti immobili. Un paio sdraiati sul letto – unico arredo di scena- uno seduto su di esso, altri due ai suoi piedi, uno seduto a terra appoggiato alla parete destra e uno sulla sinistra. Scompaiono nei primi minuti della pièce, portati via ad uno ad uno, con un sottofondo di musica elettronica quasi disturbante. Quindi entrano sulla scena asciutta, fredda, bianca, Fritz e sua madre. Si fanno strada lentamente, muovendo ogni passo e compiendo movimenti controllati, a velocità più che dimezzata. 

Un effetto rallentatore che si protrae e che fa da contraltare al caos emozionale interiore del ragazzo e ai dialoghi a più voci cui danno vita le attrici, rappresentando più personaggi contemporaneamente. Adèle Haenel è Fritz, ma anche Clara, sua sorella e un amico. Le voci si alternano tra Fritz, Clara, Paul, si modulano per facilitare la comprensione di dialoghi spesso serrati e convulsi. Henriette Wallberg è la madre, ma anche il padre, ai quali presta il proprio morbido corpo. Con movenze enfatizzate dalle forme della brava attrice e dai suoi sguardi taglienti.

Un'epifania per L'Etang di Robert Walser
Nella foto: Henrietta Wallberg. ©Jean Louis Fernandez. Courtesy Triennale Milano

Le sequenze temporali si susseguono con il lento incedere dei movimenti di scena, intervallate da allucinati momenti di follia marcati dalla colonna sonora originale a tratti assordante e sostenuti dall’accurata regia luci. La Haenel è perfettamente calata nei panni del giovane Fritz, assumendo persino la molle postura dei ragazzi di oggi, pantaloni calati e felpa troppo larga. Innocente perché sensibile, in lotta fra l’essere e il diventare. Fritz è come molti ragazzi della sua età. Spesso lontani dalla vita reale, che vedono distorta a causa dell’effetto di sostanze psicotrope, e frastornati dall’ascolto di musica a volume troppo alto. Troppo tempo soli di fronte a un monitor, sono dissociati dal mondo che li circonda. E a nulla valgono le amorevoli cure genitoriali scambiate per fastidiosi lucchetti alla ricerca del proprio io.

Dal mescolamento di più piani, visivo, uditivo, emozionale, nasce l’opera plastica di Gisèle Vienne, dalla quale si esce come storditi dalla sua capacità di distaccarsi dal testo, così da fornire una lettura estrema dell’estrema fragilità sociale.

L’Etang, basato su: The Pond di Robert Walser. Ideazione, regia, scenografia, drammaturgia: Gisèle Vienne. Con Adèle Haenel, Henrietta Wallberg. Adattamento testi: Adèle Haenel, Julie Shanahan, Henrietta Wallberg, Gisèle Vienne. Luci: Yves Godin. Musiche originali: Stephen F. O’Malley, François J. Bonnet. Ideazione dei pupazzi: Gisèle Vienne. Realizzazione dei pupazzi: Raphaël Rubbens, Dorothéa Vienne-Pollak e Gisèle Vienne, Théâtre National de Bretagna. Spettacolo creato con: Kerstin Daley-Baradel, Ruth Vega Fernandez. Produzione: DACM / Company Gisèle Vienne.

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CHIARA CONSERVA 54 Articoli
Dopo la laurea in economia, ha lavorato nel settore bancario. È stata poi coinvolta nella realizzazione del progetto FYINpaper (del cui team direttivo fa parte), mossa dalla passione per i libri, il teatro, il cinema, e la musica, discipline su cui scrive.