Quasi tutti gli storici dell’arte concordano nel dire che Vassili Kandinsky sia stato il primo artista ad avere realizzato un quadro astratto. Il suo libro “Lo spirituale nell’arte e in particolare nella pittura”, pubblicato nel 1911, spiega come il suo pensiero sia arrivato a cancellare la lunga tradizione della pittura occidentale. La fine dell’idea di rappresentazione.
Prima di Kandinsky c’è stata una serie di quadri monocromi dello scrittore Alphonse Allais (dipinti riuniti nell’Album primo-avrilesque nel 1897) esposti al Salon des Arts
Incohérents a Parigi, ma soprattutto le composizioni di Claude Monet, a cominciare da quelle in rosso. Ma la prima storia è una burla e la seconda è la traduzione d’un momento critico per la vista dell’artista operato agli occhi. In ogni caso non ci sono commenti critici o estetici. Invece Kandinsky ha lanciato un’avventura che si è sviluppata tra le due guerre, per esempio presso il gruppo Cercle et Carré, in Francia.
La rinascita dell’astrazione
Dopo l’ultima guerra, l’astrazione rinasce a New York (Jackson Pollock, Robert Motherwell, Kleine, e così via) con un successo notevole. Ma anche in Europa: a Parigi sono apparsi vari movimenti e tipi d’espressione come abstraction lyrique, tachisme, art informel. Anche in Italia: lo spazialismo di Lucio Fontana e i suoi manifesti, a cominciare dal bianco, oppure il MAC (Movimento Arte Concreta).
L’arte astratta non è mai sparita da allora, e ha conosciuto diverse variazioni. Se altre correnti sono apparse, esse tuttavia non hanno cancellato questo modo di concepire l’arte. Oggi, numerosi giovani artisti utilizzano questo linguaggio, spesso con l’introduzione di soluzioni plastiche originali.
Massimo Arrighi, dalla figurazione al colore
Massimo Arrighi ha cominciato con la figurazione. Ma l’ha abbandonata per un universo senza forme. Ha diviso lo spazio della tela in due parti create da una diagonale che conferisce dinamismo all’opera. Ogni parte è risolta con un solo colore. L’artista non ha scelto la monocromia, ma ha sempre voluto lavorare con due piani e solo due colori che si confrontano.
Forse può essere definito come un sistema, ma lo vedo piuttosto come un gioco mentale che si traduce nella materia visuale. Questa opposizione può essere la fonte di un’armonia. La geometria in questo caso non è fine a se stessa: è solo un modo per generare un campo di forza estetico.
La tensione che nasce da questo dispositivo non può essere che vitale e fa sì che i
colori esercitino la loro potenza e coniughino nel nostro sguardo e nella nostra mente un certo principio di differenza. A ben guardare l’osservatore diventa il creatore finale del dipinto.
Massimo Arrighi così ha riassunto il suo metodo pittorico: “Meditavo da tempo di muovere la mia ricerca in pittura in una direzione non ancora esplorata e realizzata. Nell’ultimo ciclo di lavori si è determinato un recupero di un aspetto più lirico di quello che aveva contraddistinto le opere dei primi anni novanta, e in altra forma, naturalmente. Dalla fine degli anni novanta si impone l’esigenza di rendere materica e tridimensionale la materia pittorica sul fondo della tela, con movimenti verticali, obliqui e ondulati, e con utilizzo di pigmenti e resina naturali per poter ottenere gli effetti e volumi desiderati.
Questo fatto ha influenzato la realizzazione di un lungo e insistito ciclo di lavori, nella fase iniziale monocromi e poi in bicromia. Scelsi di darmi dei punti fermi, da un punto di vista cromatico, utilizzando costantemente i fondamentali come il bianco, il nero, il blu, il rosso e il giallo, e pigmenti di grafite, oro e argento. I tre movimenti, strutturali, che emergevano dal fondo della superficie muovevano con maggiore evidenza dal lato destro della tela e gradualmente decrescevano sul lato opposto, fissando possibili movimenti e dinamismi accaduti in un tempo e uno spazio non definibili. Questo ciclo ha occupato molti anni di lavoro per esprimere la potenzialità che decisi dovesse avere, toccando registri pittorici sicuramente propedeutici ad un cambiamento fisiologico, in qualche modo, con un forte indirizzo al cuore della pittura”.
L’astrazione di Arrighi, evoluzione apparente
Adesso, Arrighi ha deciso di cambiare in un modo radicale la sua strategia nel campo dell’astrazione senza toccare i principi dell’inizio. La diagonale sparisce e un circolo prende il suo posto. E la pittura stessa diventa più materiale, anche in volume. In un certo senso, tutto cambia, ma tutto rimane negli stessi confini. L’artista ha voluto fare questo grande salto che salva l’essenziale della ricerca che egli conduce da tanti anni con molte variazioni. Un lancio di dadi paradossale. Diventa altro, ma nello stesso tempo rimane lo stesso.







