Ho sempre stimato il lavoro artistico di Federico De Leonardis. Rigore progettuale, processuale, oggettuale. Spesso di tratta di lavoro articolato col risultato di inconsuete installazioni o opere ambientali. Lontano, puntualmente, dal prevedibile. C’è un’espressione musicale che indica la chiusura di un brano o passo musicale: “risolve”. Sta a significare che quel motivo chiude come è richiesto dalla grammatica o dalla sintassi o dal principio compositivo consuetudinario. Il lavoro di Federico “non risolve” mai.

Non aspettarti nulla, perché sarai costretto a misurarti con la sorpresa. Non è sorpresa studiata, ma è l’approdo di una processualità in cui la razionalità dell’artista è “docilmente” presente. Credo non sia per caso che Federico fosse parte dei conviviali incontri settimanali (Cenadora) che agli inizi degli anni Ottanta tenevo a Milano.
Facevo questo, avendo intuito che la forte razionalità occidentale allentava la sua intransigenza e acquistava elasticità e flessibilità. Non si tratta, nel caso del mio amico artista, della tradizione del “caso” di matrice dadaista-surrealista. Piuttosto, mi pare si tratti di disponibilità sentimentale, di lasciare che qualcosa che “ditta dentro” (come dice Dante) fluisca, pur in assenza di veri automatismi (psichici e non) e pur non estromettendo del tutto consapevolezza e vigilanza. Anni dopo, avrei conosciuto un De Leonardis polemista di rango con la penna: per sagacia, acutezza, asciuttezza, livore – anche – e coraggio e bisogno di verità. Una sorta di discepolo di Giovanni Papini.
Le sue opere parlano, ma la sua polemica parla in modo più esplicito e diretto. Anche perché ci mette in mezzo un arguto vezzo letterario tra compiacimento e oggettività. Lo capisco. Talvolta mi capita che pur di giocare una battuta che mi diverte corro consapevolmente il rischio di qualche inconveniente di carattere pratico.
Ha pubblicato un libro in sette capitoli che fa capire tutto questo. Ma fa capire anche quanto bolle in pentola realmente: umori, pensieri apparentemente leziosi o profondi, verità da coprire di riservatezza, altre affidate a percorsi sotterranei (il non-detto, ad esempio), e altre ancora che fluiscono come le cascate del Niagara. Qualche volta, nel lamentare o lamentarsi, mostra di capire gli altri (il lettore, il riguardante, ecc.). Questo fino ad asserire di amare i suoi eventuali detrattori (fra i quali annovera la propria moglie). Lo ammette, però: l’autocontrollo è difficile. E un po’ si conforta citando il caso di Eugenio Miontale. E mi piace dire, a questo proposito, che anche Federico ha i suoi “ossi di seppia” (come recita la famosa raccolta di poesie del genovese).
Non si risparmia quando, con riferimento a se stesso, dice di “contorsioni mentali”. E questo tra “distinguo”, “dichiarazione di dubbio”. Sono titolini del suo “In forma di Manifesto”, introduzione al libro. Breviario? Diario? Mirabilia? Morabilia? Sfogo? Liberazione? Bisogno di fantasia libera? Tutto questo insieme. C’è da aspettarsi di tutto. E magari finirai col convincerti a proposito di una sua idea di fondo, che è esistenziale, concettuale, poetica, provocatoria, e forse persino confortante: il tempo, ci si ferma a fare benzina. E sarà anche un momento di silenzio. Certamente denso.








