
Il corpo come foglio bianco, oltre le sovrastrutture del coro sociale
Coro degli amanti è il lavoro del portoghese Tiago Rodrigues, direttore del Festival d’ Avignon, che il Piccolo Teatro di Milano Milano – Teatro d’Europa ha scelto per l’apertura della stagione 26/27 nella ricorrenza dell’ottantesimo compleanno. Non per caso la nuova stagione si intitola Il gioco del tempo.
Tra l’altro, il tempo e inevitabilmente l’uomo sono al centro della pièce di Rodrigues.
La drammaturgia ha avuto una lunga gestazione: le prime due scene sono state scritte nel 2006, la terza e la quarta sono state aggiunte successivamente. Nel 2026, dopo venti anni di lavoro, la piéce assume la forma attuale con una scrittura in lingua portoghese ma con l’idea di portarlo su platee di altri paesi tradotto in lingue ogni volte diverse e anche con interpreti ogni volta diversi. Ciò fa superare la consueta pratica di sottotitolare il testo, modalità, questa, che la dinamica registica adottata rende impraticabile.
Rodrigues parte da un’esperienza personale. Mette in versi (liberi) un evento che irrompe nella vita di una coppia di cui spezza gli equilibri interni. La coppia, metafora dell’intera comunità, perde i riferimenti per i propri progetti che solo un cambio di visione filosofico-antropologica potrà restituire.
Coro degli amanti non è il racconto di un’emergenza medica, ma si qualifica come un’operazione di azzeramento antropologico. Al centro della storia c’è una situazione quotidiana: una giovane donna viene improvvisamente colpita da una grave crisi respiratoria e il suo compagno fa una corsa disperata verso l’ospedale.
Questa disgrazia costituisce un un evento che distrugge subito tutte le certezze mettendo brutalmente in discussione le pretese del mondo occidentale di dominare l’esistenza: sia quella cartesiana basata sul controllo razionale e scientifico della realtà e del corpo, sia quella heideggeriana che affida alla “decisione anticipatrice” la gestione eroica e coerente del proprio progetto di vita.
In breve, la coppia scopre l’impossibilità di controllare il tempo. La “Cura” heideggeriana, intesa come essenza stessa dell’Essere, crolla, il progetto fallisce e l’orizzonte del futuro lineare si azzera: il tempo calcolabile si frantuma. Quando manca l’aria, le parole si bloccano e la routine cede, determinando un ritorno forzato a uno stato originario.
Un corto circuito richiama il pensiero di Jean-François Lyotard e il suo saggio L’inumano. Divagazioni sul tempo. Il filosofo francese parla di un “inumano dell’infanzia”, cioè quella condizione primitiva e priva di sovrastrutture in cui l’essere umano è un foglio bianco, un corpo non ancora addomesticato dal linguaggio e dalle regole e dai comportamenti utilitaristici imposti dalla società adulta.
Spogliati di ogni difesa linguistica e costretti ad abbandonare sia l’illusione del controllo razionale sia la l’inflessibilità del progetto autentico, i protagonisti abbandonano il coro delle funzioni sociali e funzionali ma sono ricacciati in quella nudità biologica descritta da Lyotard, dove non esiste altro che la nuda vita. È solo attraverso questo radicale azzeramento che i due amanti possono ritrovare la coralità all’unisono della recitazione. Hanno il tempo, quello inumano, di un nuovo progetto fatto di puro stupore, meraviglia e accettazione dell’incertezza, dove la paura viene vinta rinunciando a governarla.
Una regia di sottrazione, il vuoto scenico e l’isolamento del coro
La messinscena di Tiago Rodrigues traduce visivamente questa demolizione delle sovrastrutture attraverso una scelta registica di sottrazione. La scenografia si presenta come un foglio bianco coerente con il testo: uno spazio vuoto, spoglio, con pochi arredi domestici. Nulla distrae lo sguardo. I personaggi sono soli sul palco, “nudi” di fronte agli spettatori.
Il rigore geometrico della scena è animato esclusivamente dal disegno prodotto dalle luci le quali sono peraltro lontane da qualsiasi funzione decorativa. L’illuminazione funge quasi da metronomo emotivo. Durante la routine quotidiana, la luce è diffusa e rassicurante, ma con l’irrompere del trauma si fa tagliente, fredda, persino opprimente. I tagli di luce isolano i corpi, rimpiccioliscono lo spazio della sopravvivenza e rompono l’equilibrio visivo. Il disegno delle luci asseconda così il crollo del tempo calcolabile del ricordato Lyotard, per aprire i corpi all’irruzione dell’evento puro.
L’unisono ritrovato, l’infanzia come “gioco del tempo”

In questo vuoto scenico e concettuale, la ripresa della recitazione all’unisono costituisce il traguardo formale dello spettacolo. Se l’eco iniziale era la ripetizione meccanica di una routine sociale e protetta, il ritorno alla perfetta sincronia vocale (dopo il trauma) rappresenta la conquista dell’infanzia lyotardiana. L’unisono non cancella la ferita dell’evento, ma la sublima: i due amanti smettono di rincorrersi in un tempo frammentato e tornano a parlare con una sola voce perché hanno imparato a essere nell’istante, hanno imparato ad “Esserci”, per dirla con Heidegger.
Questo approccio poetico risponde perfettamente allo spunto offerto dal titolo della stagione del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Il gioco del tempo. I protagonisti di Tiago Rodriguez, una volta liberati dalla gabbia del controllo cartesiano e dall’ansia del progetto heideggeriano, smettono di subire il tempo visto o come minaccia o come calcolo. Il tempo si trasforma in un gioco. Un gioco che si compie attraverso una voce condivisa come meraviglia e stupore del presente.






