La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, intitolata In Minor Keys e concepita da Koyo Kouoh, nasce come un invito all’ascolto. Le “tonalità minori” evocate dal titolo rimandano a una dimensione intima dell’esistenza, ai margini della narrazione dominante, ai luoghi della fragilità, della memoria e della complessità umana. Una proposta curatoriale che suggerisce un rallentamento dello sguardo e una diversa modalità di relazione con il mondo.
Viene spontaneo domandarsi se la stessa Koyo Kouoh avrebbe potuto immaginare una Biennale attraversata da un clima tanto carico di tensione e dissenso. Le settimane precedenti all’inaugurazione e i primi giorni di apertura sono stati infatti segnati da prese di posizione, richieste di esclusione, proteste e polemiche che hanno inevitabilmente spostato l’attenzione dal linguaggio dell’arte a quello della geopolitica.
Forse è proprio qui che risiede il paradosso di questa Biennale: una manifestazione dedicata alle tonalità minori dell’esistenza che si è trovata a confrontarsi con il fragore dei fatti sociali e socio-politiche.
Le discussioni sull’opportunità di escludere i padiglioni di Paesi coinvolti in conflitti internazionali hanno polarizzato il dibattito culturale. Una questione delicata che solleva interrogativi non solo politici ma anche etici. Quale deve essere il ruolo dell’arte in un tempo attraversato dalla guerra? Può trasformarsi in strumento di sanzione simbolica o deve continuare a rappresentare uno spazio autonomo di confronto e riflessione?

L’arte non è neutrale, ma possiede una natura diversa rispetto a quella della politica. È uno dei pochi territori in cui la complessità può ancora essere abitata senza essere immediatamente ridotta a schieramento. Per questo motivo appare significativa la scelta del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di non trasformare la manifestazione in un dispositivo di esclusione. Una posizione che ha suscitato critiche e contestazioni ma che riafferma un principio fondamentale: gli artisti non coincidono necessariamente con i governi dei Paesi che rappresentano.
Nei giorni della preview riservata agli addetti ai lavori, questa tensione era percepibile ovunque. L’atmosfera che tradizionalmente accompagna l’apertura della Biennale — fatta di incontri, scoperte e dialogo culturale — appariva attraversata da un’inquietudine insolita.
Tra le prime visite ai Giardini, il Padiglione della Federazione Russa si presentava come uno spazio sorprendentemente distante dal clima di scontro che dominava il dibattito pubblico. Al centro dell’allestimento, un grande Albero della Vita ricco di fiori accoglieva il visitatore in una dimensione di silenzio e contemplazione. Un ambiente sospeso che sembrava invitare a rallentare, ad ascoltare e a sottrarsi temporaneamente al rumore delle contrapposizioni.
Quel silenzio si rivelò tuttavia fragile. Nel corso della giornata il padiglione divenne uno dei luoghi simbolici delle contestazioni che attraversarono la Biennale. Tra le azioni più visibili vi fu quella delle Pussy Riot, protagoniste di una protesta destinata ad attirare immediatamente l’attenzione dei media internazionali. Il contrasto tra la dimensione contemplativa dell’opera e la forza della contestazione rendeva evidente come la Biennale fosse diventata il teatro di tensioni che andavano ben oltre la sfera artistica.
Da quella scena emergeva una domanda destinata ad accompagnare l’intera manifestazione: fino a che punto è possibile distinguere tra la responsabilità politica degli Stati e il lavoro degli artisti? E soprattutto, esiste ancora uno spazio in cui l’arte possa conservare una propria autonomia critica?
Sono interrogativi che attraversano molti dei padiglioni di questa edizione. Alcuni hanno saputo affrontarli con profondità, altri sono sembrati soccombere alla necessità di spettacolarizzare il proprio messaggio. È qui che emerge una delle principali criticità della Biennale contemporanea: la crescente tendenza a privilegiare il concetto rispetto all’esperienza.
Troppo spesso l’opera sembra chiamata a dimostrare una tesi anziché generare una riflessione. Il visitatore viene guidato verso una conclusione prestabilita invece di essere invitato a costruire un proprio percorso interpretativo. Quando l’arte diventa esclusivamente un esercizio teorico rischia di perdere il contatto con ciò che la rende necessaria: la capacità di emozionare, interrogare e trasformare.
I padiglioni più convincenti sono stati proprio quelli capaci di restituire questa dimensione umana. Non necessariamente i più spettacolari, né quelli più rumorosi dal punto di vista mediatico, ma quelli che hanno saputo affrontare temi complessi senza rinunciare alla sensibilità, alla misura e alla profondità.
Tra questi emerge con particolare forza il Padiglione Uruguay. Con Antifragile, Margaret Whyte propone una riflessione che supera il semplice concetto di resilienza. L’opera non si limita a rappresentare la vulnerabilità contemporanea, ma suggerisce la possibilità di trasformarla in una forza generativa.
L’antifragilità non coincide con la resistenza. È qualcosa di più radicale: la capacità di crescere attraverso le crisi, di trasformare l’incertezza in opportunità, di trovare nuove forme di esistenza proprio nei momenti di instabilità. In questo lavoro il concetto non soffoca l’opera, ma ne diventa parte integrante. La materia conserva una propria vitalità, il linguaggio rimane accessibile e il pubblico viene coinvolto in un’esperienza che è al tempo stesso emotiva e intellettuale.
È forse questa una delle lezioni più significative offerte dalla Biennale: riconoscere la fragilità senza trasformarla in una condanna. Accettare l’incertezza senza rinunciare alla possibilità di costruire nuovi significati.
Tra le esperienze più poetiche e coinvolgenti di questa edizione merita una menzione il Padiglione Giappone, che ha saputo costruire un dialogo delicato con il pubblico attraverso la presenza di piccoli bambini disseminati nello spazio espositivo. Figure fragili e silenziose che sembravano chiedere attenzione, cura e responsabilità. Il visitatore era invitato non soltanto a osservare, ma a instaurare una relazione empatica con queste presenze, quasi assumendosi il compito simbolico di accudirle. Un lavoro capace di evocare temi universali come la vulnerabilità, la protezione e il senso di comunità, restituendo all’arte una dimensione profondamente umana e partecipativa.
La Biennale del 2026 lascia dunque un’impressione ambivalente. Da una parte emerge il rischio di un’arte sempre più dipendente dalla spettacolarizzazione e dalla necessità di affermare una posizione. Dall’altra sopravvive una ricerca autentica, capace di generare pensiero e immaginazione.
Forse il gesto più radicale oggi non consiste nel provocare, ma nel creare le condizioni per un ascolto profondo. In un mondo che spinge continuamente verso la semplificazione e lo scontro, l’arte continua a offrirci qualcosa di raro: la possibilità di sostare nell’ambiguità, accettare la complessità e immaginare nuove prospettive.
Non una fuga dalla realtà, ma un modo più consapevole di attraversarla.
Se In Minor Keys invitava ad ascoltare le tonalità più sottili dell’esistenza, questa Biennale ha mostrato come proprio da quelle tonalità possa nascere una forma di resistenza culturale. Non fondata sulla forza, ma sulla capacità di trasformare la fragilità in consapevolezza. Non semplicemente resiliente, ma autenticamente antifragile.





