Danza e tecnologie, metafora dei tempi

Danza e tecnologie, metafora dei tempi
"SEAWORLD VENEZIA, 2026" di Florentina Holzinger. Ph © Nicole Marianna Wytyczak. Courtesy Biennale di Venezia

Le tecnologie con cui conviviamo al momento attuale non sarebbero fruibili se le questioni energetiche globali non ne fermeranno la corsa. E non esisterebbero senza i corpi, umani, che le inventano e le usano. La grande paura che serpeggia sui social media, gestiti da algoritmi tutt’altro che neutrali, è che riescano a prescindere dagli esseri umani, coalizzandosi in una rivolta delle macchine, dei robot umanoidi governati dall’A.I. Il cinema americano scifiction lo ha già raccontato.

I droni distruttivi, nelle guerre odierne, sono manovrati da uomini che decidono dove colpire o la decisione è delegata dall’uomo alla macchina?

Il corpo nella sua fragilità è carnefice e vittima, portatore di progresso e di male. La danza che ancora non prescinde, se mai potrà farlo, dalla carne e dal sangue, dalla mente e dai muscoli, è un vettore privilegiato di pensiero, uso, espressione e comunicazione del corpo, tramite di messaggi, di gioia e dolore.

Fotografia, cinema e danza

Dall’epoca della fotografia sperimentale e del cinema muto, il corpo in movimento è stato il soggetto-oggetto dialogante ideale con le tecnologie disponibili dalla cronofotografia di Étienne-Jules Marey alla zoopraxografia di Eadweard Muybridge, fin dalla fine dell’Ottocento.

Metropolis, il film del grande regista Fritz Lang (1927) e il suo mondo futuribile abitato dai padroni della tecnica e dalle fabbriche e dagli schiavi del lavoro, ha dato conto delle danze espressive, erotiche, robotiche, di massa della sua epoca.

Il musical americano, e anche quello russo, hanno occupato gli schermi del Novecento, pionieri di tutta la danza che oggi dilaga nei videoclip, nell’advertising, nei grandi eventi di massa.

Videodanza

Nam June Paik e Shigeko Kutoba usarono il chroma key, il collage, la sovrapposizione e moltiplicazione, il repeat/rewind, la disgiunzione tra video e audio, tanti nuovi strumenti per giocare a modificare corpo e spazio.

Video d’artista

Fabrizio Plessi, maestro della videoarte, recentemente scomparso, ha realizzato scenografie video con coreografi italiani di spicco. Ha lavorato per Sciame di Enzo Cosimi nel 1987 con venti monitor e tanti secchi sparsi in uno spazio industriale arrugginito, per Trilogy di Frédéric Flamand, per Romeo e Giulietta di Mauro Bigonzetti alla testa allora di Aterballetto. La video-scenografia oggi è ormai d’uso in produzioni ballettistiche, teatrali e liriche.

I coreografi stessi si fanno poi registi di corti di videodanza eccellenti: si va da Angelin Preljocaj, con la serie Larmes blanches, Marché noir, Peur bleu, Un trait d’union, l’estratto da Le Parc, creato all’Opéra de Paris e scelto come emblema del volo da Air France, a Philippe Decouflé, fantasiosa testa pensante del gruppo DCA, con il capolavoro Codex.

Estratto da “Le Parc” di Angelin Preljocaj, utilizzato da Air France per la campagna pubblicitaria 2011. Screenshot da https://www.youtube.com/watch?v=ivYr-eQJxUA

La serie britannica della BBC Dance for the Camera e quella francese promossa dal Musée d’Orsay in omaggio alle proprie opere, hanno fatto da apripista a festival (tra cui la rassegna Video Danse al Centre Pompidou) e concorsi (tra cui TANZAHOi ad Amburgo e ZED in Italia) del genere misto “videodanza”, su cui si sono versati fiumi di inchiostro. Ars Electronica Festival di Linz non ha mancato di valorizzare le intersezioni tra danza e tecnologie.

I film-manifesto degli inglesi DV8 (pronuncia: deviated), compagnia di physical theatre, sono celebrati come opere cinematografiche danzate di perfetta efficacia: Dead Dreams of Monochrome Men (1989), un crime omosex potente ispirato a una storia vera, Strange Fish (1992), nevrotica satira sociale, Enter Achilles, critica del maschilismo (1995) e l’inclusivo The cost of Living (2004).

 Computer Dance

Nel 2000 Merce Cunningham creò il capolavoro Biped usando in modo poetico, da grande artista innovatore, un’ampia gamma di strumenti tecnologici. Si trattava del software Life Form a cura di Paul Kaiser e Shelley Eshkar (autori del décor) per disegnare preventivamente la coreografia. Inoltre, Cunningham applicò dei sensori ai corpi danzanti live per attivare la motion capture da cui trarre linee vettoriali e figurazioni in 3D, con performer virtuali proiettati in scena insieme a quelli reali, usando gli infrared rays.

Il palcoscenico, come un acquario tra sipari in velatino e fondale nero, vedeva apparire e scomparire danzatori lucenti come pesci sulla musica di Gavin Bryars. 

“Biped” di Merce Cunningham. Screenschot da https://openendedgroup.com/artworks/biped.html

Algoritmi coreografici

Centaur (2020) creato dal coreografo svedese Pontus Lidberg per il Danish Dance Theatre, ha esplorato il rapporto tra corpo umano e tecnologia attraverso l’Intelligenza Artificiale vedendo il “centauro” come la fusione tra corpo e macchina. Il titolo, ispirato alla mitologica creatura greca metà uomo e metà cavallo, richiama anche il sogno di potenziare le qualità umane attraverso una super intelligenza ibrida.

Gli ordini dell’algoritmo-coreografo, visualizzati nella proiezione sullo sfondo, dettano le istruzioni a ogni singolo performer, indicando da dove spostarsi e verso quale punto andare, enumerando via via gli obiettivi da raggiungere. La musica, gestita da computer, è di Ryoji Ikeda, Franz Schubert, Giacomo Puccini.

La domanda ultima è: la tecnologia ci trasforma o solo rispecchia ciò che siamo sempre stati?

Per il progetto Living Archive: An AI Performance Experiment, sviluppato dal coreografo inglese Wayne McGregor con Google Arts & Culture Lab, un algoritmo ha analizzato migliaia di movimenti del suo patrimonio creativo per generare sequenze coreografiche poi utilizzate come fonte di ispirazione durante il processo di elaborazione di nuovi progetti. McGregor ha ideato la performance immersiva On The Other Earth con la sua compagnia e l’Hong Kong Ballet sul sound di Invisible, da visitare indossando i visori Mountain.

“On the Other Earth” di Wayne McGregor. Ph https://www.labiennale.org/it/danza/2025/spettacoli-danza/wayne-mcgregor-other-earth

Danze virtuali 

Le bal de Paris della poliedrica coreografa spagnola-parigina Blanca Li è approdato alla Biennale di Venezia due volte, alla Mostra del Cinema e alla Biennale Danza, con enorme successo.

Ogni spettatore sceglie il suo avatar (abbigliato Chanel), indossa uno zainetto di connessione, un visore VR e sensori di movimento per muoversi liberamente nello spazio. Così attrezzato, lo spettatore attraversa sale da ballo, giardini rigogliosi e locali notturni, tutti i luoghi più famosi della Ville Lumière sotto la guida di ballerini professionisti.

Robot

In Cina, al gala del Capodanno lunare, numerosi robot umanoidi si sono esibiti in salti, capovolte, volteggi con la spada indossando eleganti costumi rossi e gialli tradizionali. Dai centri commerciali di Pechino e anche in tv, i robot umanoidi si sono lanciati n danze marziali con ballerini umani. Unitree Robotics e le start up Galbot, Noetix e MagicLab hanno fornito gli androidi, ormai fluidi nel gestire le membra e le giunture.

I cani robot nell’opera SEAWORLD VENICE 2026 di Florentina Holzinger, coreografa, regista, artista performativa austriaca quarantenne, attiva nei Paesi Bassi, vigilano l’installazione al Padiglione del suo paese di origine alla sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Quei cani robot sono il contorno a una pungente riflessione sul corpo, sull’acqua, sull’aria e sulle tensioni tra natura e tecnologia.

La curatrice Nora Swantje Almes spiega che l’opera mostra la forte fragilità del corpo umano rispetto al sistema in cui vive: perturbanti danzatrici nude impegnate in lavori pesanti, appese a una campana, come batacchio, inerpicate su un albero-scultura metallica, sfreccianti su moto d’acqua, immerse in una teca di acqua sporca di fluidi organici (offerti dal pubblico partecipante in cabine wc) opportunamente depurata e riciclata.

Il corpo oggi è luogo di conflitto versus la potenza tecnologica in campo, e specialmente, come in questo caso, quello della donna.