Obbedienza e coscienza, “L’hangar rosso”

Obbedienza e coscienza, “l’Hangar Rosso”

Il cileno Juan Pablo Sallato (1978) è il regista, produttore e autore del film L’hangar rosso (Hangar rojo), presentato alla Berlinale 2026 nella sezione Perspective dedicata alle nuove opere. Si tratta dell’esordio di Sallato nella finzione cinematografica poiché il regista si muove prevalentemente nel terreno del documentario a denuncia sociale. Sono suoi i lavori di indagine sociologica sul Cile come Ojio rojo (2010), Adictos al Claxon (2013), La Cultura del Sexo (2015) e Libre (2021) che ha ottenuto l’importante premio Journalism Excellence Award in Cile.

In questi lavori Sallato si affida a elementi narrativi quotidiani che diventano lo specchio di un’intera collettività: il tifo calcistico, i comportamenti al volante, l’intimità e il ritorno alla libertà dopo la detenzione. Ogni tema diventa una lente attraverso cui osservare il Paese e mostrare come la storia collettiva influisca e plasmi le scelte e le identità individuali.

La prima opera di finzione da una storia vera

Con L’hangar rosso il cileno ricorre alla vera storia del capitano Jorge Silva Ortiz, ex capo del Dipartimento di Contrainteligencia (FACh), paracadutista esperto, responsabile della formazione dei piloti presso una base aerea di Santiago al momento dello scoppio del golpe militare e lealista di Salvador Allende. Da qui, Sallato indaga l’evoluzione del popolo cileno dall’11 settembre 1973 (giorno del golpe) fino ad oggi.
La sceneggiatura del film è di Luis Emilio Guzmán che si è ispirato alla cronaca autobiografica, contenuta nel libro Disparen a la bandada, del giornalista indipendente cileno Fernando Villagrán (1949).

Stile e registro del documentario

Coerentemente con un taglio narrativo essenziale, la pellicola adotta il linguaggio e il registro tipici del documentario, affidandosi a una fotografia in bianco e nero fredda e densa. Questa scelta visiva è esaltata da primi piani frequenti, tesi a catturare ogni dettaglio espressivo dei protagonisti, mentre tutto ciò che accade intorno si riduce a uno sfondo sfocato, indistinguibile e lontano.
A interpretare il capitano Silva è l’attore Nicolás Zárate, le cui linee nette del volto diventano lo strumento ideale per tratteggiare la solidità di un fedele servitore del Paese. Una fermezza che il regista amplifica sapientemente attraverso lo studio delle inquadrature, la gestione delle luci e l’intensità del chiaroscuro.

Una storia emblematica

Il film si snoda fra il racconto intimo di Silva, marito irreprensibile, e il suo ruolo istituzionale. È un militare severo, ma corretto e attento al rispetto reciproco. Nel confrontarsi con il giovane sergente Hernández (Arón Hernández), che vede nel superiore un eroe nazionale, il capitano si dimostra autoritario ma profondamente incline al dialogo. Questa sua apertura trova però un limite invalicabile nei propri principi etici.
Sarà proprio questo confine a trascinare la vicenda, e gli spettatori, nel drammatico tormento interiore di un uomo lacerato tra il rigore dell’obbedienza e la priorità della morale. Questo nucleo etico accentua il contrasto con i comprimari, spinti invece da istinti di sopraffazione, ambizione e vendetta.

La trama

La trama si sviluppa su un incredibile paradosso storico. Tre anni prima, Silva aveva denunciato il colonnello Mario Jahn, interpretato da Marcial Tagle, per aver organizzato un complotto contro il futuro presidente Salvador Allende. Dopo il colpo di Stato militare, si ritrova a essere un sottoposto proprio di quello stesso feroce colonnello. Per testare la sua fedeltà al nuovo regime di Pinochet, Jahn lo obbliga a partecipare alle crudeli violenze contro i lealisti ad Allende, etichettati come “marxisti e comunisti”. Queste torture avvengono in un capannone della Scuola di Aviazione, rinominato “hangar rosso”, dal quale trae origine il titolo della pellicola.

Il protagonista, la sua integrità

Durante la storia il personaggio di Silva cresce, mostrando quanto sia radicato in lui il principio di pari dignità fra gli individui. La sua profonda onestà morale lo spinge a disobbedire all’ordine del suo superiore e, invece di collaborare con i golpisti, decide di consegnarsi spontaneamente alle autorità. Una volta varcata la soglia dell’hangar rosso si conclude così, con dignità, il suo breve ma doloroso travaglio, scegliendo la fedeltà alla Costituzione e al Paese piuttosto che la cieca obbedienza militare.

Il golpe, una nuova ottica

Rispetto ad altre opere cinematografiche che affrontano il tema del golpe cileno, come ad esempio Machuca (2004) di Andrés Wood o No – I giorni dell’arcobaleno (2012) di Pablo Larraín, L’hangar rosso sceglie uno stile più intimo. Il bianco e nero accentua questo tono, concentrandosi solo sul conflitto interiore del protagonista. Mentre gli altri lavori analizzano la politica, i media o gli effetti sui ragazzi, il film di Sallato mette al centro l’etica e le scelte del singolo in un momento storico drammatico.

La realtà militare è rappresentata con toni soffocanti e così facendo Sallato riesce a evidenziare, all’interno di una comunità, le differenze fra individui, allargando la riflessione a un valore universale: l’importanza della dignità personale e il peso delle proprie responsabilità.

L’HANGAR ROSSO di Juan Pablo Sallato
(Cile-Argentina-Italia, 2026, durata 83’, I Wonder Pictures) 

con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Suardo, Aron Hernández. Sceneggiatura di Luis Emilio Guzmán. Fotografia di Diego Pequeño.