
Il Festival dei Due Mondi, che l’anno prossimo arriverà all’edizione numero 70, nello splendore verde e antico di Spoleto ha un nuovo direttore, Daniele Cipriani. Come si usa dire, “viene dalla danza”, è manager dell’entertainment capace di imporre la sua visione curatoriale in tanti gala di stelle e programmi legati ad artisti di fama, italiani come Luciana Savignano, Mauro Bigonzetti, Amedeo Amodio, Davide Dato di base a Vienna, e internazionali come Sasha Riva, nato in Virginia, e Simone Repele, entrambi già nell’Hamburg Ballet. E ancora Sergio Bernal, spagnolo, e Tiler Peck, principal del New York City Ballet, oltre alla gloriosa Martha Graham Dance Company, nel suo centenario.
Stelle a Spoleto, la Maratona
La Maratona, tradizionale appuntamento del festival, quest’anno ha potuto contare proprio su Bernal, su Tiler Peck con Roman Mejia del New York City Ballet, Maia Makhateli e Timothy Van Poucke di Het Nationale Ballet olandese, Iana Salenko dello Staatsballett Berlin, Daniil Simkin, già étoile dell’American Ballet Theatre, e un gruppo di star del Wiener Staatsballett, Madison Young, Davide Dato, Alessandro Frola e Rinaldo Venuti.
Spoleto, aperture e nuovi approcci
Accanto ai grandi pezzi classici tipicamente da gala di Petipa e Balanchine, prima di un gran finale con una iper-ritmica Sagra della primavera stravinkisna-flamenca creata da Eduardo Martinez, Irene Tena e Albert Hernández, fondatori del gruppo La Venidera, con Bernal nel ruolo della vittima sacrificale, un approccio diverso al passo a due ha aperto nuove frontiere nel formato gala.

Amori maschili e scambio di ruoli
Ami, coreografia del brasiliano Marcelo Gomes, già nell’ABT, per Dato e Frola, e Each in Their Own Time, coreografia di Lar Lubovitch, maestro di lungo corso nel panorama modern USA, per Dato e Venuti, non temono di mostrare amori maschili.
Mentre un brano di A Suite of Dances di Jerome Robbins, originariamente creato per Mikhail Baryshnikov, è stato rimontato proprio da lui per Tiler Peck, la prima donna a danzare questo brano, e a Spoleto, da sempre vetrina delle arti del Nuovo Mondo.
La scelta a ruoli aperti di Goecke
Anche Marco Goecke, coreografo tedesco cinquantenne, dal segno nervoso, estremo, controverso, ha fatto una scelta “bipartisan”. Egli torna a Spoleto con Seven Ages, ispirato alle sette età umane secondo Shakespeare, sulla musica di Kirill Richter (nato a Mosca nel 1989 e di stanza a Parigi), una suite di sette brani “narranti”, per pianoforte, violino e violoncello. Sono un ballerino o una ballerina a danzare questi sette brani, talvolta Matteo Miccini, in forze allo Stuttgart Ballett, talaltra Anne Jung, ex ginnasta già nel Nederlands Dans Theater e con William Forsythe a Francoforte, due performer che incarnano la coreografia con un distinto tratto personale.
Il laboratorio di Rocío Molina
Nella serie di proposte anticonvenzionali, pure Rocío Molina, Leone d’Argento della Biennale Danza di Venezia nel 2022, attivista del flamenco nuovo e queer, libera e iconoclasta, in Ejercicios Hacia el Alivio ha mostrato live il suo laboratorio creativo davanti al pubblico insieme con il bailaor-percussionista José Manuel Ramos “el Oruco”.
Nuovi maschi
Sons of Echo, coproduzione dello Studio Simkin e del Joyce Theater di New York, da un’idea di Daniil Simkin, figlio d’arte di famiglia russa emigrata, già enfant prodige e super star a New York e Berlino, per un gruppo tutto maschile di virtuosi del balletto classico in coreografie tutte al femminile, e di stampo contemporaneo, ha stupito il pubblico “ballettomane” del Teatro Romano.
Lanciandosi in pezzi creati ad hoc, Notes di Lucinda Childs, Jack di Drew Jacoby, Will You Catch My Fall di Anne Plamondon e Real Truth di Tiler Peck, i “bravi ragazzi” hanno sfidato il tema dell’egocentrismo: sono figli della Ninfa Eco, come recita il titolo del programma, e non di Narciso, che tentò di insidiarla, e della mascolinità tossica, nel mito e nel presente.
In scena con Daniil, che si spende notoriamente tra balletto e arte digitale, tecnologia e moda, anche al Guggenheim Museum di New York (Falls the Shadow, immersivo, con i costumi di Maria Grazia Chiuri per Dior e con mappe visive in 3D), il cubano Osiel Gouneo, il danese Alban Lendorf, i canadesi Siphesihle November, nato in Sud Africa, e Johnny McMillan, lo spagnolo Daniel Domenech.

Lucinda Childs
Dopo una lezione regolamentare, piena di sfide a “chi è più bravo”, tenuta in scena da un maître de ballet–showman mattatore come lo svedese Tomas Karlborg, insieme al pianista Cristiano Grifone, è una inedita Lucinda Childs, quella di Notes sulla musica di Matteo Myderwyk, pianista e compositore olandese. Il lavoro della Childs non riesce, o non vuole o non potrebbe comunque essere fedele alla sua algida geometria usuale, qui riscaldata dalla traccia persistente di quegli esercizi di bravura della Class dei corpi ultra-performanti del prodigio cubano Guneo, del possente Lendorf, del bruno e muscoloso Domenech e del guizzante November, tutti in pantagonna candida.
Drew Jacoby, il Futurismo e George Gershwin
Altra sorpresa: la musica futurista parolibera di Luigi Russolo e del fratello Antonio accanto a Gershwin, nella colonna sonora del quartetto Jack firmato da Drew Jacoby, nata in Idaho, con una carriera di interprete per tanti grandi autori e in grandi compagnie, dal Nederlands Dans Theater ad Alonzo King.
Qui, in collant neri e con magliette alla ciclista in colori fluo verde e arancio, il movimento è spiritosamente robotico; una bella sfida per Daniil, Osiel, Alban e Johnny, abituati a fare esattamente il contrario, ma capaci pure di questo.
In un profluvio di pirouette, tour en l’air, cabriole, manège per Simkin, Guneo e Lendorf, nella chiusura pirotecnica con Real Truth di Tiler Peck e la vibrante voce splendidamente baritonale del cantautore afroamericano Gregory Porter con il suo berretto passamontagna feticcio, una coperta di Linus jazz – un caloroso invito a lasciare fuori l’ego – chi trionfa? Johnny McMillan e Siphesihle November, nel duo molto paritario, in azzurro e blu, fortemente contemporaneo Will you catch my Fall di Anne Plamondon, basata a Montreal, su composizione originale di Ouri Ourielle Auvé, franco-guineana-canadese, di formazione classica e producer elettronica. McMillan e November, sgusciando in cadute condivise e riprese a catena, tra contact improvisation e breaking, hanno scatenato applausi sinceri e tonanti.

Nuovo classico segreto
Si può ancora creare balletto classico, al gusto di oggi?
Benjamin Millepied, coreografo-star transatlantico, francese-newyorkese, molto glamour, ha scelto le canzoni di Barbara (Monique Serf), diva assoluta, icona popolare, “La Dame en noir”, per disegnare valse su valse su misura della sua multinazionale di otto interpreti, dalla bella e forte personalità, nel suo nuovo Du bout des lèvres, che cita i versi di una hit della cantautrice dalla voce toccante:
Dites-le-moi du bout des lèvres
Je l’entendrai du bout du cœur
Vos cris me dérangent, je rêve
Je rêve
La tecnica classica, ottima, c’è, ma è nascosta in una danza tutta in levare, cool, apparentemente easy, in colori pastello.
Si pensa al capolavoro Dances at a Gathering di Jerome Robbins, il coreografo di West Side Story, e alle serate che Twyla Tharp ha dedicato alle canzoni di Sinatra o Anne Teresa De Keersmaeker a quelle di Jacques Brel. Millepied di certo celebra insieme l’Europa e gli States, il classico e il contemporaneo, colto e pop.
Mondo americano doc
Dancing With Bob rende omaggio all’eredità di un artista americano doc come Robert Rauschenberg attraverso le sue collaborazioni con Trisha Brown e Merce Cunningham, due monumenti della contemporary dance USA: l’aereo, morbido, squisito Set and Reset, un must ormai di repertorio, creato da Trisha nel 1983, in un dialogo fluido con la musica di Laurie Anderson (protagonista di un concerto al Festival). E Travelogue di Cunningham, lavoro storico che mancava dalle scene da quasi 50 anni con la musica di John Cage, compagno e complice creativo del coreografo-guru del postmodern, e il suo prezioso brano Telephones and Birds.
Trisha Brown Dance Company e Merce Cunningham Trust, insieme, hanno riunito i loro interpreti, Savannah Gaillard, Burr Johnson, Catherine Kirk, Ashley Merker, Patrick Needham, Jennifer Payán e Spencer Weidie.
100 anni di novità
A Spoleto anche il Rambert inglese, ora sotto la guida di Benoit Swan Pouffer, nato a Parigi, di formazione francese, con esperienze a Broadway, al Lido della Ville Lumière e al Cirque du Soleil, passando per il tempio della danza afroamericana di Alvin Ailey a New York. La celebre compagnia di danza britannica ha celebrato il suo compleanno numero 100 con This is Rambert e, con una piccola rivoluzione, ha accolto la nuova Francia puntando su Hop(e)storm del collettivo marsigliese (LA)HORDE, tra Lindy Hop e rave, nella linea estetica più attuale delle giovani generazioni globalizzate.
Il resto del programma è ad ampio raggio. Gallery of Consequence dell’olandese Emma Evelein, con un aeroporto, metafora delle scelte umane. In Crimson della coppia di alta classe (Opéra de Paris, Royal Danish Ballet, Batsheva) Bobbi Jene Smith, americana, e Or Schraiber, israeliano, su musiche che attraversano le epoche: Bach, canzoni, elettronica, la voce di Caruso che canta Bizet.
Lo spirito viaggiante del Festival nato dalla passione di Giancarlo Menotti aleggia ancora nella città delle arti, aspettando l’edizione 2027.







