LAC, luogo di incontro
La Svizzera, neutrale, è il posto più adatto per un match pacifico tra Vecchia Europa e Nuova America, in un incontro-scontro fatto di intrecci di civilizzazioni in andata e ritorno, di risonanze e rispecchiamenti.
In campo il Tanztheater drammatico-umanista di Pina Bausch da una parte, con il suo cuore passionale, e dall’altra la danza liberata USA in racconti “differenti” e in forme autobiografiche o a-narrative.
Il Lugano Dance Project, che dalla splendida sede del LAC si dirama in città, ha messo in risonanza Kontakthof – Echoes of ’78, a partire dallo storico capolavoro di Pina Bausch per il Wuppertal Tanztheater di quasi cinquant’anni fa, con il lavoro odierno di due artisti afro-americani di punta, Trajal Harrell e Kyle Abraham, evidenziando tutta la ricchezza di un clash culturale fecondo.
Carmelo Rifici e il curatore della danza Lorenzo Conti hanno fatto il pieno di pubblico non solo svizzero per queste proposte forti a contrasto, la divina Bausch con la sua “famiglia” e i nuovi campioni dal mix delle sponde statunitensi.
Vecchia Europa danza
Il progetto di riportare in scena i danzatori e le danzatrici originali di Kontakthof, il luogo dei contati, creato a Wuppertal nel 1978, è nato da Meryl Tankard, australiana migrata in Germania con la Bausch proprio da allora, insieme a Salomon Bausch, il figlio ed erede della coreografa polacco-tedesca, l’amatissima “Pina”.
Tutta la complessità dei rapporti umani e delle relazioni uomo-donna è materia vibrante di questa pièce che nella colonna sonora accattivante punta molto su vecchi tanghi nostalgici, di per sé allusivi all’incontro seducente e problematico tra i sessi, dal gioco alla tenerezza ai dispetti alla violenza.
I performer di oggi sono quelli di ieri, meno qualcuno scomparso (il gigante Jan Minarik che la moglie Beatrice Libonati ricorda in scena) o assenti, in dialogo con se stessi nei filmati d’epoca in bianco e nero che li mostrano come erano allora, proiettati davanti o dietro l’azione live.
Queste presenze fantasmatiche e i loro doppi corporei, capaci di danzare come lo fecero nel 1978, creano un effetto sentimentale potentissimo.
Kontakthof aveva già conosciuto una versione senior “for Ladies and Gentlemen over 65” nel 2000 e una junior per adolescenti, “with teenagers” tra i 14 e i 18 anni nel 2008, documentata nel film Dancing Dreams. E anche una terza, nel 2026, con un cast tutto greco di interpreti tra i 21 e i 55 anni al Teatro Nazionale ateniese, sotto le cure della bauschiana doc Josephine Ann Endicott, nativa di Sydney, autrice di due libri-testimonianze, Ich bin eine anständige Frau, sono una donna rispettabile, e Warten auf Pina – in italiano Con Pina Bausch, Jaka Book –, e del collega Daphnis Kokkinos, nativo di Creta, interprete per Pina dal 1993 al 2009, e anche suo assistente e direttore di prove.
Euforia infantile, paura, desiderio, disappunto, insicurezza, tentativi d’amore: per Pina Bausch queste emozioni umane sono tali a tutte le età; e il ballo le rivela icasticamente con concretezza.
Tango
Ascoltando la musica di Kontakthof, sembra di rivedere ogni momento della milonga, luogo tumultuoso degli affetti: Frühling und Sonnenschein, con l’orchestra di Robert Gaden nell’album Berlin Swing; Du bist nicht die Erste, Tango Bolero e Granada di Juan Llosas, detto “Tango König”; Gnädige Frau, sie sind ja so schön da Die Königin einer Nacht dell’orchestra di Juan Campos da Treasures on 78 RPM; e ancora Im Rosengarten von La Plata di Leo Monosson e Einmal Ist Keinmal, eseguita da Robert Gaden e Ralph Benatzky.
Questi tanghi ricorrenti nel corso dei vari quadri di Kontakthof, e nelle famose passerelle ondeggianti e ammiccanti, evocano il galateo del ballo di coppia, con le ansie e le manovre delle donne per essere invitate a ballare – una si inventa una pantomima irresistibile davanti a un uomo renitente incollato al muro –, con le solidarietà femminili, anche giocosamente gemellari, con l’aggressività di gruppo maschile su una donna da carezzare, all’inizio, passando poi a dolorosi, umilianti, pizzicotti per soggiogarla.
Il tango e i suoi codici – come e quando farsi avanti? – sono lo specchio perfetto della guerra dei sessi eternamente in cerca di piacere e persino di felicità; nel 1980 la coreografa più in vista del rinato Tanztheater nel secondo dopoguerra, creerà poi Bandoneon, valendosi di elementi autentici del ballo argentino, rielaborati a suo modo, come la donna che sta in posizione sulle spalle dell’uomo o la coppia che balla regolarmente abbracciata ma seduta a terra. E inviterà poi il gran maestro Tete Rusconi a lavorare sulla creazione del 1996 Nur Du (Only you dei Platters), sviluppato durante una residenza negli States, con musica latino americana, jazz, fado portoghese. Lei stessa ballerà con lui nel festival multistilistico, a tutta danza, del 1998 per celebrare il 25° anniversario della compagnia di Wuppertal.
Il tango, popolare, non ammanta di veli nobiliari e cortigiani, come il balletto, il suo core business, che sono i disagi del contatto tra maschi e femmine, il tema preferito, centrale, nel teatro di Pina.
Oltre al tango, in Kontakthof, filtra tanta musica leggera (edizioni Bertal-Maubon-Daniderff), da ballo, da cabaret, da circo, canzoni orecchiabili di successo, “schlager”, tra cui Abends in der kleinen Bar; brani jazz e swing, come J.D.’s Boogie Woogie e pezzi di Jimmy Dorsey e dei Dorsey Brothers, incrociando tutto questo con il “classico colto” toccante di Sibelius e con le note vivaci e popolari della cetra di Anton Karas (viennese, suonatore nelle taverne, noto per aver firmato il sound del film Il terzo uomo, dove spicca il tema ondoso di Harry Lime; in Italia lavorò con Rita Pavone su Viva la pappa col pomodoro per il fortunato Giornalino di Gian Burrasca in tv). Un mondo sonoro empatizzante che è universo di senso perfetto in cui immergere corpi-anime intensamente capaci di gioire e di soffrire, di “danzare la vita”.
Pina ha sdoganato il pop, per tutto il teatrodanza che è arrivato in Europa dopo di lei.
Nuova America danza 1
Music Music – Histoire(s) du Théâtre di Trajal Harrell, nato in Pennsylvania, dove vive quando non preferisce Zurigo, premiato dalla rivista tedesca “Tanz Magazine” come Dancer of the Year – così si chiamava il solo clamoroso, che lo lanciò. Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2024, già nel titolo denuncia il suo proposito, danzare rispondendo a una play list musicale, che gli detta/evoca costumi, atteggiamenti, memorie, trasformazioni, scavando nella sua autobiografia intessuta di suoni e visioni.
In un flusso di sfaccettature della sua personalità ironicamente queer, Trajal mostra un corpo-archivio vivente di esperienza, un “personaggio” dopo l’altro con pause fuori campo a scandirli.
Le “storie teatrali” sono una serie, ideata dal regista svizzero Milo Rau per NTGent, in omaggio al capolavoro di Jean-Luc Godard Histoire(s) du cinéma e come sguardo sul futuro della scena teatrale – il suo La reprise colpisce duro, sul tema della violenza, del crimine, del male – che giunge ora con Harrell alla settima tappa (dopo il congolese Faustin Linyekula, la spagnola Angélica Liddell, la belga Miet Warlop, l’inglese Tim Etchells con il collettivo Forced Entertainment, il portoghese Tiago Rodrigues), proposta a Lugano subito dopo il debutto viennese.
In una scenografia – gran canyon, con il sound design di Santiago Latorre, Trajall si immerge nelle figure, di ora o del suo passato, che le musiche gli rammentano, il cow boy, la ballerina di flamenco, l’attore orientale in kimono, indossando su una base fissa di pantaloni e maglia scuri vari pezzi di differenti costumi che poi inzeppa in un borsone.
Cominciando dal video giocoso Cold Heart, di Elton John e Dua Lipa, dove delusione e solitudine sono cantati da coloratissimi pupazzi-animali, che in apertura di spettacolo il pubblico è invitato a cercare sul proprio smartphone, le selezioni musicali, tra cui il Köln Concert di Keith Jarrett, il folk mistico-stregonesco di Florence + The Machine, il fado della cantante portoghese Lula Pena, tra pop e canto lirico, sono un’estensione della coreografia, che pesca dal vogueing al butoh, dal catwalk al postmodern, costruita caricando le espressioni facciali, strizzando l’occhio alla platea.

Nuova America danza 2
Kyle Abraham per White Space, danza pura, direttamente inscritta nel DNA della sua comunità-identità, e nella queerness-blackness del suo super gruppo A.I.M. (Abraham In Motion), ha scelto la musica dal vivo, con Jason Moran e Nico Muhly al pianoforte, in un magnifico mix di stili, classico, contemporaneo, hip hop, per un magnifico mix di corpi di intensa presenza scenica e bel virtuosismo personale nel tessuto coreografico collettivo. Scena bianca, sedie bianche, palloncini bianchi, eleganza di pensiero e bellezza integrale, per gli occhi e le orecchie.
Moran ha firmato partiture per Alonzo King Lines Ballet, per Ronald K. Brown/Evidence, Sonya Tayeh e Martha Graham Dance Company.
Muhly ha composto musiche per Benjamin Millepied (Two Hearts, Clear, Loud, Bright, Forward), Justin Peck (Rotunda, New York City Ballet), Mark Morris (Via dolorosa), Maud Le Pladec (programma Marking Time al Sadler’s Wewlls londinese), oltre a The Runaway per Kyle al New York City Ballet, un Gotha della danza USA.
La musica guida: con i pianisti in coppia, posti a lato del palco sullo stesso strumento a coda, White Space inizia in luce, a scena vuota, per accogliere i danzatori in tute da prova di tinte modeste, intenti a riscaldarsi.
Il tasso di colore nei costumi aumenta, così come la percussione sui tasti, così come il grado dinamico: un duo, una ballerina in bianco, un trio, un solista in bluette elettrico, una entrata all’indietro, poi un tutti in scena, disegnando una sequela di combinazioni e variazioni, usando lo spazio in ogni direzione, colorandolo in tante sfumature raffinate di luci, tra calma e velocità.
Gesti amorosi ricorrenti, mutuo soccorso, spostamento delle sedie, voci off; alla fine tutti tornano in tuta, sempre in conversazione con i pianisti su toni classici e morbidi oppure sugli echi registrati di ritmi hip hop. Tanti racconti e nessun racconto: ognuno legge il racconto che percepisce dall’energia di undici ballerini/e eleganti e instancabili.

Musica e/per danza
La critica di danza ha spesso preferito focalizzarsi su coreografia e danza, lasciando la musica sullo sfondo, vista la prevalenza di valore attribuita all’arte del suono, ma il festival luganese ha dimostrato una volta di più il valore delle scelte dei coreografi in proposito.
Dall’indipendenza tra danza e musica di Merce Cunningham – John Cage, alle colonne sonore di Pina Bausch, alla musica immersiva, elettronica, digitale in cui muoversi liberamente, come nuotando in un mare di vibrazioni, al silenzio alla musica colta di Anne Teresa de Keersmaeker/Rosas, alle partiture originali come quelle di Philip Glass e di Ezio Bosso: la gamma di possibilità per tante performance attuali, è ampia e offre un ventaglio meraviglioso di tipologie creative per inventare la propria danza in libertà.







