Moda e danza e viceversa

"Notre-Dame de Paris" di Roland Petit, interpretato dal Ballet de l'Opéra de Paris., nelle sale Pathé dal 14 marzo 2027. Immagine: © Yonathan Kellerman. Courtesy Opéra de Paris

Moda e danza nel tempo

Jean Cocteau (al centro) e Bronislava Nijinska (all’estrema destra) Anton Dolin, con il cast di Le Train Bleu, 1924. Collezione di Robert Johnson. Immagine: Public domain, via Wikimedia Commons

Mademoiselle Coco Chanel mise la sua griffe a disposizione di Sergej Djagilev per i costumi disinvolti di Le train bleu, del 1924, balletto omaggio alla bella gente in viaggio verso la Côte d’Azur per liete vacanze sportive, tra tennis e golf, con annesse schermaglie amorose in tutta leggerezza.

I Ballets Russes dighileviani facevano moda e la moda sposava i Ballets Russes, tra giochi da spiaggia e piccoli corteggiamenti: l’idea era di Jean Cocteau, la musica di Darius Milhaud. Inoltre, Pablo Picasso aveva messo mano al sipario e Bronislava Nižinskaja alla coreografia “moderna”. Il marchio Chanel era impresso nella fluidità delle tutine, magliette e gonnelle.

Venne poi la coppia Roland Petit e Yves Saint-Laurent, il couturier schivo e geniale che nel 1965 per il debutto all’Opéra Garnier parigina disegnò i costumi spettacolari per un grande balletto narrativo da Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, giocando con i colori dei vetri cattedrali.

Il celebre balletto interpretato dal Ballet de l’Opéra de Paris nella versione interpretata da Amandine Albisson e Hugo Marchand, andata in scena all’Opéra Bastille a Parigi durante le rappresentazioni della stagione 2025/2026, arriva sul grande schermo in Francia e in Europa nelle sale Pathé. La première ufficiale e la giornata di lancio principale nei circuiti partner europei sarà domenica 14 marzo 2027.

“Notre-Dame de Paris” di Roland Petit, interpretato dal Ballet de l’Opéra de Paris., nelle sale Pathé dal 14 marzo 2027. Immagine: © Yonathan Kellerman. Courtesy Opéra de Paris

Nel 1985, per l’inventiva amena del giocoso Jean Paul Gaultier, Régine Chopinot, portabandiera della nouvelle danse, creò un Défilé coreografico, in totale intesa tra abito e movimento, trasformando la passerella in una delizia di folli fantasie.

Nel 1987, poi, Christian Lacroix è stato l’autore dei costumi per The Tarnished Angels di Karole Armitage, la “punk ballerina” americana, spesso complice di David Salle, che firmava il set. A sua volta, Karole mise in danza per la sfilata autunno-inverno 2020 di Marc Jacobs (ex Louis Vuitton) un set condiviso, in uno spazio con tavolini da caffè, tra cui la danza si poteva insinuare, quando non entrare in mezzo alle modelle, tutte allineate frontalmente come nell’applauso teatrale d’uso, uscendo a schiera  in proscenio nel finale.

Gianni Versace fu amico e complice di Maurice Béjart. Memorabile la collaborazione per Ballet for Life (1996, ora su Prime Video) su musiche dei Queen e di Mozart, omaggio agli artisti scomparsi in giovane età, in ricordo del mitico Jorge Donn, argentino, protagonista leonino indimenticabile del cult Boléro.

 

 

Blanca Li, coreografa spagnola dai molti talenti, amica di Almodovar, partner artistica dei video di Beyoncé e dei Coldplay, è la creatrice di uno Schiaccianoci hip hop e di una visita virtuale nella Ville Lumière (sponsor Chanel per abbigliare gli avatar dei “turisti” con visore 3D). La Li ha collaborato anche con il famoso designer dei tacchi stiletto e suola rossa, Christian Louboutin, e con l’artista David LaChapelle per un evento spettacolare con la squadra nazionale francese di nuoto sincronizzato, equipaggiata di tacchi scarlatti. Paris is Louboutining è “andato in scena” nel 2024 presso la storica Piscine Molitor durante la Paris Fashion Week.

Dior, Chanel, Vuitton, la moda per la danza

Durante la direzione artistica di Maria Grazia Chiuri, Dior ha convocato la danza ripetutamente. Per il Défilé Prêt-à-Porter Printemps-Été 2019, alla Paris Fashion Week, i danzatori si sono inseriti tra le mannequin in una coreografia “ipnotica”, per una collezione che rendeva omaggio alle grandi pioniere della danza moderna, Pina Bausch, Martha Graham, Isadora Duncan.
Nello stesso anno la coreografa israeliana Sharon Eyal ha ideato la danza per gli abiti Dior di Chapter 3: The Brutal Journey of the Heart al Festival Ruhrtriennale. Chiuri, a sua volta, aveva disegnato i body in pizzo “graffiti” per l’ipnotica coreografia teatrale Into the Hairy (2023) della Eyal. Ancora Chiuri-Dior per il Défilé Printemps-Été 2023, si sono affidati agli olandesi Imre et Marne Van Opstal, fratello e sorella di grande glamour.

Al gruppo Equilibrio Dinamico di Bari, diretto da Roberta Ferrara, Chanel ha consegnato la Direction & Choreographic Adaptation del lavoro originale di Sidi Larbi Cherkaoui, sulle note di Young Hearts Run Free di Candi Staton remixato da Breakbot, per il lancio a Milano di Coco Mademoiselle Crush Absolu.

La Fondation Louis Vuitton ha ospitato il virtuoso breaker afroamericano Lil Buck, nato a Memphis, in una toccante reinterpretazione in chiave street dance della Morte del cigno, sgusciando tra un Picasso e un Matisse.

Gioielli e danze

Oggi i brand della moda si valgono di coreografi/e per investire su un’immagine di alto artigianato-arte, in un reciproco prestito di creatività, oltre a manifestarsi come campioni di un mecenatismo sapiente, di alta gamma, intrecciando reciprocamente i propri bei nomi e promuovendo una filiera produttiva virtuosa delle arti.

Van Cleef & Arpels, oltre alle spille-ballerina anni ‘40 e agli orologi a tema, ricchi di gemme preziose, sostiene dal 2020 il programma Dance Reflections per nuove creazioni coreografiche. Tra i nomi dei beneficiari ci sono Benjamin Millepied e il greco Christos Papadopoulos, Rachid Ourandame (Contre Nature) e la sudafricana Robyn Orlin, oscillando liberamente dal neoclassico al postmodern, dall’acrobazia al teatrodanza.
Il premio Fedora, assegnato dalla maison a partire dal 2015, ha laureato Alexei Ratmansky per la sua ricostruzione dall’originale di una classicissima Bella addormentata e William Forsythe per la sua postclassica A Quiet Evening of Dance e tanti altri, valorizzando “l’eccellenza, l’inventiva e l’avanguardia artistica nel campo della danza, incoraggiando progetti capaci di promuovere la collaborazione internazionale e il dialogo interculturale” con una dotazione di 100.000 Euro.

 

Moda e danza
“Contre-nature”, di Rachid Ouramdane. Foto © Patrick Imbert. Courtesy Torinodanza Festival – Teatro Stabile di Torino

Collezione Maramotti

Nell’ottobre 2026, per la prima, volta Crystal Pite ha affrontato una creazione site specific, Alchimia, una relazione danzata “tra chi muove e chi è mosso, tra chi guarda e ciò che non si vede”, cioè il passato dei luoghi e di chi ci lavorava, per Collezione Maramotti, già sede storica della fabbrica del brand Max Mara, edificio razionalista anni Cinquanta in via Fratelli Cervi a Reggio Emilia, d’intesa con I Teatri cittadini, nel programma del festival Aperto.

Dopo Shen Wei, Saburo Teshigawara, Trisha Brown, Anne Teresa De Keersmaeker, Dimitris Papaioannou, Wayne McGregor, è la talentuosissima canadese Pite, già nel Frankfurt Ballet di Forsythe, ad abitare questa scena speciale.
Un grande rischio, come tutte le commissioni “mirate”, ma la limpida Crystal ha trovato una soluzione perfetta, non venendo meno alla sua poetica e al suo modello di lavoro, in dialogo con le opere scelte dal fondatore della casa di moda, Achille Maramotti,  collezionate fin dal 1945.

In tre tappe, con quella “parola danzata” che le è propria, e con la musica del fedele Owen Belton, la sua danza morbida, ritmica, pastosa, sfoglia una gamma preziosa di sentimenti e di variazioni di tono e umore, incollata o decalata sul sonoro, che comprende Lacrimosa di Mozart, nell’arrangiamento distillato di Jan Schouten, (You don’t know) how glad I am nell’interpretazione di Nancy Wilson[1], Nature Boy rielaborata da Nat King Cole e My Kind of Girl, cantata ancora da Cole.
Un piccolo cast di danzatori e danzatrici di fluidità senza limiti, capaci qui di ballare-parlare, provenivano dal gruppo Kidd Pivot della Pite, Gregory Lau, già in Nederlands Dans Theatre, e proprio da NDT, Viola Busi, Pamela Campos, Gabriele Rolle, Ricardo Hartley III, Spencer Dickhaus.

Si inizia da un ring recintato dove è vietato entrare o riprendere con lo smartphone, posto sotto la misteriosa barca di Claudio Parmiggiani – il corpo è la barca della coreografia – afferma Crystal due danzatori invitano alla classica visita guidata mentre declamano il testo Anonymous, il “curatorial statement” di Crystal Pite.

Una vera première di Max Mara, Monica Sassi, indaffarata tra misurazioni su una modella e intagli di carte e rotoli di stoffe, è in azione nel secondo quadro, un piccolo laboratorio ricreato con vecchi “ferri del mestiere” tra pareti lucenti, con al centro un grande tavolo dove si danza, sopra e sotto, e si fa musica con le mani, in un duetto percussivo, che inevitabilmente rinvia alla meraviglia di The Statement, tuttora in repertorio.

Una donna-manichino, incredibilmente maneggevole in tutte le giunture viene articolata-disarticolata da una sorta di vetrinista, mentre poi tocca a un “uomo di legno” disegnare linee a terra e ad ogni livello spaziale; e ancora un manichino-guscio viene mosso da due animatori, dando vita a un trio formidabile.

moda e danza
“Alchimia” di Crystal Pite – NDT 1 & Kidd Pivot. Foto: © Andrea Mazzoni / Fondazione I Teatri Reggio Emilia. Courtesy Collezione Maramotti

Si torna sotto la barca per un duo maschile di energia rotonda, condivisa, tra contesa e abbraccio, appagante, per continuare con un passo a due fluente, per ballerina con esoscheletro e partner; di nuovo un passo a tre tra uomo, donna e sagoma scolpita.

Un esito annunciato? Una impresa superata, con estrema intelligenza e maestria.

 

[1] My love has no beginning, my love has no end
No front no back, my love won’t bend
I’m in the middle, lost in a spin
Loving you
And you don’t know, you don’t know, you don’t know, you don’t know
How glad I am