Condivisione? Ecco il “Giornale Parlato”

Condivisione? Ecco il
Locandina dell'evento "Chi si può permettere la cultura?", Casa degli Artisti via Instagram

Cum-dividere, il senso della comunità

La parola condivisione (dal latino cum-dividere) indica una spartizione che unisce e che crea comunità. Nel campo della creatività la condivisione diventa processo di contaminazione: l’arte vive di innesti e contagi reciproci tra stanze private e piazze pubbliche.

Il privato

Nel privato la contaminazione può diventare simbiosi feconda e nello stesso tempo dolorosa. Può bastare ricordare la Casa Gialla di Arles dove Vincent van Gogh e Paul Gauguin incendiarono le rispettive tavolozze fra incessanti visioni e nevrosi. A New York, negli anni ’70, tra le pareti di una stanza condivisa, Patti Smith e Robert Mapplethorpe, hanno unito poesia e fotografia per indigenza e per amore. Mentre Marina Abramović e Ulay fondono le proprie vite personali e artistiche sulla base di un nomadismo eccentrico e radicale praticato dalla coppia per dodici anni, dentro un vecchio furgone.

Il pubblico

Quando l’esigenza di “mescolarsi” si sposta nel dominio pubblico, la condivisione si fa politica. È ciò che fa Keith Haring quando scende nella metropolitana di New York per regalare ai pendolari i suoi disegni a gesso, scavalcando il mercato delle gallerie. È la provocazione, anche, di Christo e Jeanne-Claude che, impacchettando ponti e isole, hanno democratizzato il paesaggio, sottraendolo, seppure temporaneamente, alla proprietà privata. Da questo punto di vista è interessante pure la rivoluzione del Living Theatre che ha abbattuto la quarta parete per mischiare fisicamente attori e spettatori in un unico rito collettivo.

Cultura e accessibiità

Ma erano altri tempi. Oggi questo circuito vitale della contaminazione subisce un’inversione che determina persino una profonda crisi di accessibilità alla cultura. Scivola, infatti, da terreno democratico a status symbol per pochi eletti. In molti casi l’esperienza culturale smette di essere un’officina del pensiero e si trasforma in un lussuoso bene di consumo. Pensiamo al caso del Festival di Glastonbury nel Somerset, il leggendario raduno musicale degli anni Settanta dedicato a giovani muniti di tenda, diventato un vero e proprio evento per fruitori abbienti (408 sterline a persona, per il solo ingresso ai cinque giorni di festival edizione 2027, già tutto esaurito). In questo caso il bene “cultura”, per sua natura da condividere, si trasforma in un bene “di consumo” secondo una logica di mercato.

Ma va tenuto presente che la cultura non è un prodotto bensì un processo, fatto di interazioni fra persone. È un terreno vivo che cresce e pone al centro l’essere umano. A questo si deve anche aggiungere che l’operatore culturale spontaneo e non danaroso rischia il fallimento del suo progetto e l’affievolirsi della passione e della scintilla creativa.

Livia Grossi, il progetto Giornale Parlato

Contro la cultura danarosa e utilitaristica si scaglia il lavoro di Livia Grossi con il suo progetto Giornale Parlato. La giornalista, che da ventotto anni scrive di cultura e teatro su testate nazionali, durante un’intensa e mirata residenza d’artista presso la Casa degli Artisti di Milano, ha elaborato questo progetto e recentemente, a conclusione di questa sua esperienza, nella stessa sede ha realizzato un incontro provocatorio con titolo Chi si può permettere la cultura?

Giornale Parlato prevede altri incontri nel tempo con l’obiettivo di trasformare di volta in volta lo spazio in una pagina viva e multimediale sulla base di interviste video, immagini di vario genere, frammenti documentari e, perché no, musica dal vivo. Questo, in luoghi alternativi e con il coinvolgimento di artisti di varia natura e sempre diversi, dalla scrittura al cinema, al teatro, alla pittura su tela e murale. Obiettivo: accrescere la consapevolezza critica tra gli stessi soggetti del settore e sensibilizzare il pubblico sulle le criticità del mondo dell’Arte e della Cultura.

Il generale scenario di mercificazione di ogni tipo di arte determina che la figura del critico risulti superflua e anacronistica (ma ci si augura che rinasca). Vale la pena dire che la deriva attuale conduce al rischio di sterilizzazione dell’arte e diffusione dell’omologazione, col pericolo che la cultura smetta di “infettare” il mondo ripiegandosi in un lussuoso, rassicurante dialogo per pochi. L’arte ha bisogno della con-divisione.

 

Nota di rettifica dell’autore: Una precedente versione di questo articolo conteneva un’inesattezza riguardo alla durata della residenza d’artista presso la Casa degli Artisti, indicando erroneamente un periodo di sei mesi. Il testo è stato aggiornato per riflettere la natura effettiva dell’esperienza,  svolta come un percorso di ricerca mirato e concentrato. Ci scusiamo con l’interessata e con i lettori per la svista.