In Memory of Koyo Kouoh, the 2026 Art Biennale

“Art invites us to listen to what often remains in the background, in the minor tones of history.” It is a thought by Koyo Kouoh, curator-designate for the Venice Biennale Art section 2026, who passed away last May 2025.

Even before its official opening, the Venice Biennale 2026 causes debates, as it often happens. Right now the problem is that no one Italian artist has been invited in the international exhibition. A controversy which reveals, perhaps, a steady difficulty in understanding the very nature of the Biennale.

The international exhibition is not – and never has been – a national exhibition. It is a curatorial project. It is the space in which a curator constructs a vision of the present through the artistic practices he or she deems most significant, regardless of their geographical origin.

Curator Koyo Kouoh’s project concept should also be understood from this perspective. Her curatorial research developed over years in Africa, Europe, and international contexts: she has always moved within the transnational dimension of contemporary art. It is therefore natural that the exhibition’s construction does not respond to criteria of a national display, rather it is based on a critical vision’s coherence.

Bu incredibly questions are raised about how many Italian artists have been invited, rather than what critical discourse the exhibition is attempting to construct. This attitude risks reducing an international event to a logic of belonging, whereas contemporary art now operates within much broader and more complex systems of relationships.

The task of a curator is to assume critical responsibility. Every exhibition is the result of a choice: a theoretical and visual construction that inevitably involves inclusions and exclusions.

Moreover, the very structure of the Biennale already includes a mechanism dedicated to the representation of individual countries: the national pavilions. Italy has its own pavilion, like many other nations. The international exhibition, however, fulfills a different function aiming at drawing a map of the contemporary phenomena that span languages, contexts, and geographies without responding to diplomatic logic.

Throughout its long history, the Venice Biennale has been one of the leading observatories of contemporary art internationally. Founded in 1895, it has progressively transformed from a European art exhibition into a global platform capable of reflecting the cultural, political, and social changes of our time. This international dimension has made the central exhibition a space for curatorial experimentation, where each edition attempts to offer a critical reading of the present according to many voices and languages.

Ultimately, Biennal’s strength lies in its capability to question established certainties and open our gaze to unexpected perspectives. Each edition is not simply a showcase of contemporary art, but a critical device through which to interpret the cultural transformations of our time.

For this reason, rather than questioning the nationality of the invited artists, perhaps it would be useful to focus on what the exhibition manages to convey about the present. It is there, in the space of research and curatorial vision, that the Biennale finds its deepest meaning.

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Biennale di Venezia 2026, l’arte in memoria di Koyo Kouoh

«L’arte ci invita ad ascoltare ciò che spesso rimane in secondo piano, nelle tonalità minori della storia». Un pensiero di Koyo Kouoh, curatrice designata per la Biennale di Venezia sezione Art 2026, ma mancata lo scorso dicembre.

Ancora prima della sua apertura ufficiale, la Biennale di Venezia 2026 è già al centro di un dibattito che ritorna quasi a ogni edizione: la presenza o l’assenza di artisti italiani nella mostra internazionale. Una polemica che riemerge ciclicamente e che rivela, forse, una difficoltà persistente nel comprendere la natura stessa della Biennale.

La mostra internazionale non è – e non è mai stata – una rassegna nazionale. È un progetto curatoriale. È lo spazio in cui un curatore costruisce una visione del presente attraverso le pratiche artistiche che ritiene più significative, indipendentemente dalla loro provenienza geografica.

In questa prospettiva va letta anche l’idea progettuale della curatrice Koyo Kouoh. La sua ricerca curatoriale, sviluppata negli anni tra Africa, Europa e contesti internazionali, si muove da sempre all’interno di una dimensione transnazionale dell’arte contemporanea. È quindi naturale che la costruzione della mostra non risponda a criteri di rappresentanza nazionale, ma alla coerenza di una visione critica.

In Italia il dibattito culturale tende spesso a scivolare verso un riflesso identitario: ci si interroga su quanti artisti italiani siano stati invitati, piuttosto che su quale discorso critico la mostra stia tentando di costruire. È un atteggiamento che rischia di ridurre una manifestazione internazionale a una logica di appartenenza, mentre l’arte contemporanea opera ormai dentro sistemi di relazione molto più ampi e complessi.

Il compito di un curatore è assumersi una responsabilità critica. Ogni mostra è il risultato di una scelta: una costruzione teorica e visiva che implica inevitabilmente inclusioni ed esclusioni. Non esiste una mostra capace di rappresentare tutti.

Del resto, la struttura stessa della Biennale prevede già un dispositivo dedicato alla rappresentanza dei singoli Paesi: i padiglioni nazionali. L’Italia possiede il proprio padiglione, come molte altre nazioni. La mostra internazionale svolge invece una funzione diversa: tracciare una cartografia del contemporaneo che attraversa linguaggi, contesti e geografie senza dover rispondere a logiche diplomatiche.

Nel corso della sua lunga storia, la Biennale di Venezia ha rappresentato uno dei principali osservatori dell’arte contemporanea a livello internazionale. Fondata nel 1895, si è progressivamente trasformata da esposizione artistica europea in una piattaforma globale capace di riflettere i cambiamenti culturali, politici e sociali del nostro tempo. Proprio questa dimensione internazionale ha reso la mostra centrale uno spazio di sperimentazione curatoriale, in cui ogni edizione tenta di offrire una lettura critica del presente attraverso una pluralità di voci e di linguaggi.

In fondo, la forza della Biennale di Venezia risiede proprio nella sua capacità di mettere in discussione certezze consolidate e di aprire lo sguardo verso prospettive inattese. Ogni edizione non è semplicemente una vetrina dell’arte contemporanea, ma un dispositivo critico attraverso cui leggere le trasformazioni culturali del nostro tempo.

Per questo motivo, più che interrogarsi sulla nazionalità degli artisti invitati, forse sarebbe utile concentrarsi su ciò che la mostra riesce a raccontare del presente. È lì, nello spazio della ricerca e della visione curatoriale, che la Biennale continua a trovare il suo senso più profondo.