Storia di un dialogo con Leonardo Sciascia

fotografia, bianco e nero, 4 giovani uomini in giacca e cravatta seduti su una panchina, sfondo cespugli di un giardino: Leonardo Sciascia con suoi compagni del Magistrale Superiore a Caltanissetta
Leonardo Sciascia con i suoi compagni di scuola davanti all'Istituto Magistrale di Caltanissetta; (da sinistra: Lilly Bernardo, Leonardo Sciascia, Michele La Cagnina, Marco Cassetti)

Posseggo una foto degli anni Sessanta (uno scatto di Ferdinando Scianna), in cui s’è confezionata una cornice abbastanza nissena intorno alle figure di Nanà (nomignolo ipocoristico di Leonardo Sciascia familiarmente accreditato sin dall’età scolare) e di Stestè (lo scrittore Stefano Vilardo). Essa ci consegna il gruppo di amici del tempo ritratti, con il parroco, nella Chiesa Madre di Militello in Val di Catania. A formare il gruppo: Stefano, Leonardo e l’amabile poeta Alfonso Campanile, figlio del «federale zoppo», così si recita nel racconto La noia di Vitaliano Brancati che fu – indaga Sergio Mangiavillano – insegnante al Magistrale di Caltanissetta dal 1937 al 1938. Alfonso, tra l’altro, svolgeva anche una fondamentale funzione locomotoria. Egli era, infatti,‘l’automedonte’ (l’auriga di Achille, secondo la mitologia), termine scherzosamente usato da Nanà e Stestè. Infatti, il poeta de Il tempo dei vivi e Lettera siciliana, era impegnato nella più modesta azione di autista volta, per quel ristretto drappello di viaggiatori, alla scoperta della Sicilia: dei tanti tesori d’arte, di letterati, di poeti, di saperi antropologici, dispersi, stratificati, ancora non omogeneizzati (così come sancito dalla “società liquida” di Zygmunt Bauman), per le plaghe delle ‘centosicilie’, per ricordare il volume di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago.

fotografia, bianco e nero, interno chiesa, 3 uomini in giacca e cravatta seduti sulle panche della chiesa, prete al centro in piedi
Stefano Vilardo, il poeta Alfonso Campanile e Leonardo Sciascia a Militello in Val di Catania, 1962 c. (Ph. F. Scianna)

Di Leonardo Sciascia ricorrono, quest’anno, i trent’anni dalla morte (Palermo, 1989). La città di Caltanisetta lo ha celebrato con il convegno di studi: “Luigi Monaco, Leonardo Sciascia e Salvatore Sciascia nel cenacolo culturale nisseno degli anni ’50”,  promosso dalla Società Nissena di Storia Patria e lo storico Liceo Classico “Ruggero Settimo”. In una geografia del sentimento, Caltanissetta è per Leonardo Sciascia epicentro ineludibile. Uno spazio umano, l’antica Nissa, – così lo attesta uno scrittore della tempra di Vitaliano Brancati, – dotato, rispetto all’area orientale, d’una vita “meno grossolana”, in cui «la capacità di sorridere si estingue del tutto», e nella quale «il senso del ridicolo abbandona qui la littorina che da Catania vola a Palermo». Peraltro, conclude l’autore di Don Giovanni in Sicilia, «se il sorriso è una luce, la costa occidentale della Sicilia può dirsi perfettamente al buio. Abbandonati dal senso del comico, i siciliani si fanno gravi e metafisici». Attingendo ai miei Cammei riemerge, proprio dall’oscillazione tra sentimento plautino e condizione metafisica, un intenso incontro con Sciascia, nell’agrigentina contrada Noce, nel 1987, con la felice complicità di Stefano Vilardo, il poeta di Tutti dicono Germania Germania, testimone di nozze di Leonardo, suo compagno di banco e di vita. Caltanissetta fu, com’era prevedibile, fulcro dei nostri colloqui. ‘Nanà’ in quell’incontro raccontò della loro Caltanissetta, di quegli anni incancellabili vissuti tra le pieghe della formazione primaria, delle marachelle, dei compagni, delle iniziali e fervide letture, del vittoriniano trasporto per cinema e autori americani, dei loro professori, delle fanciulle amate e agognate, delle “’mpanate” con salsiccia dalla greve atmosfera d’aglio, dei ‘cuddureddi’ (croccanti tricotti deliani a forma di coroncina dagli effluvi di cannella). E anche mi fu narrato dell’abitazione che, in altre occasioni, andammo a visitare. Quella di Sciascia era posta in via Redentore, lungo una strada in costante salita, la cui sommità sembrava sfilacciarsi metafisicamente, in maniera disadorna, per l’orizzonte nisseno, invasa da una sorta di fuliggine che la assimilava a quelle prime scene dell’Uomo dai calzoni corti, girate a Caltanissetta nel 1958, in quel commosso film diretto da Glauco Pellegrini.

Comunque quel pomeriggio, di là dalle estetiche, si sorrise molto; con me, i due compagni di banco abitarono più volte il ricordo; con me in ascolto, rivissero il loro felice e infelice trascorso travaglio, rischiarando ad ampi tratti, lungo la probabile evanescenza del futuro, quel ‘nostro’ giorno, ormai, a dispetto di tutto, solidamente ancorato in quell’attardata e lontana primavera.

La memoria si alimentò con loro, travasando, ricolma d’una fragile mestizia, anche sulle mie parole. Leonardo e Stefano raccontarono di momenti sostanziali vissuti a Caltanissetta, di goliardia, d’inezie; anche di come Sciascia, da giovane studente, possedesse un impermeabile lungo, troppo lungo, probabilmente in attesa, com’era d’uso in quei tempi di magra, della successiva crescita corporea; e, poi, delle sue zie maestre che tanta influenza ebbero sulla sua domestica vita adolescenziale. E ancora di Lilly Bennardo e di Alfonso Campanile, dei loro insegnanti, della riservatezza di Brancati, di Giugiù Granata e della figura sacrale di Calogero Bonavia, l’autore dei Servi, della cultura di Luca Pignato, di Luigi Monaco, dei film visti e accolti nella curiosità passionale del loro cuore. L’assorta tensione distesa nel viso di Sciascia è la medesima che ritrovai, intatta, qualche anno più tardi, in una schiera di disegni del solitario pittore palermitano Ermanno Gagliardo raccolti per una personale che curai nello spazio della ‘Galleria Flaccovio’. In quel foglio il volto di Leonardo appare caparbiamente centrato su se stesso, sul suo pensiero, nel momento in cui diffonde sguardo e mimica attraverso una concisa citazione di quei ‘carusi’ piagati dalle miniere e ritratti, in un lontanissimo 1905, da Onofrio Tomaselli, artista di Bagheria amorevolmente apprezzato da Renato Guttuso. La formazione di Sciascia, sedicenne, appare già solida in quell’anno scolastico 1936-’37, mentre frequenta l’Istituto Magistrale “IX Maggio” (classe IV B), anno in cui Vilardo, in ‘virtù’ d’una bocciatura, diventa suo compagno di banco, e con lui, “intelletto non comune”, si sentenzia la loro indivisibilità in una Caltanissetta «riposante, a volte insipida, noiosetta cittadina come insinuava Brancati; ma per noi nati, vissuti e cresciuti in umili paesetti agricoli, [Stefano a Delia, Leonardo a Racalmuto], era un dolce centro operoso e vitale». Un alunno, insiste Vilardo nel suo A scuola con Leonardo Sciascia, «buono, generoso, altruista, di pochissime parole, pregio che oggi manca ai nostri politici. Aiutava i compagni che avevano qualche difficoltà nello svolgimento dei temi: a chi dava l’avvio, a chi dava una mano se s’era arenato e non sapeva continuare il suo cammino, a chi dettava una brillante chiusura… riservato, colto, d’una modestia disarmante».

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*