Ke’bek-Lepage, gli scatti di Villa

Murales donna indiana pellirossa stile pop in ambiente urbano di periferia
Murales di Kevin Ledo a Montreal raffigurante donna indiana
Nell’occasione della mostra all’Università Statale di Milano, nell’ambito di Bookcity 2019,

Vilém Flusser sostiene che l’osservatore di una fotografia ha la possibilità di cogliere un elemento dopo l’altro, vagando con lo sguardo sulla superficie dell’immagine, con un procedimento definito scanning, (Ivi, p.5) che produce nella sua mente relazioni temporali fra le parti. Può infatti tornare su elementi già visti, elevandoli a significato dell’immagine. Si annulla la possibilità propria dello spettacolo dal vivo di avere una linearità storica nella quale nulla si ripete è tutto ha cause e conseguenze.
Il lavoro di Marzio Emilio Villa è un prodotto iconografico apparentemente semplice, in realtà frutto di un abile processo compositivo, che fonda le fotografie di viaggio su un complesso scavo analitico del luogo, proponendo poi all’osservatore inconsapevole un assetto con un predefinito elemento significante.

Ragazza con cappotto nero in paesaggio innevato

Marzio Emilio Villa, giovane fotografo italiano di origine brasiliana, recentemente invitato ad esporre nel prestigioso Espace photographique du Laika Store di Parigi (La marée de la mémorie, settembre-novembre 2019), ha elaborato spesso esposizioni a partire da viaggi, alla scoperta di patrimoni immateriali custoditi da luoghi. In questo caso l’indagine è sulle tracce di Robert Lepage, di cui ritrova gli elementi territoriali e le suggestioni che ne hanno ispirato l’opera; Anna Maria Monteverdi è la curatrice della mostra, profonda conoscitrice del drammaturgo-regista quebecois, a cui ha dedicato molta parte della sua ricerca accademica. Insieme hanno costruito un “viaggio” nell’universo multiculturale –problematica molto cara a Villa- che costituisce l’ambiente complesso del Québec, in cui Lepage si è formato, ha lavorato, e per il quale ha intrapreso battaglie culturali.
«Il tema che abbiamo provato a sviluppare è “il teatro invisibile”» afferma la Monteverdi; «non c’è l’immagine di un teatro, di un palcoscenico o degli attori, ci sono volti fissati con una maestrìa e una sensibilità quasi commovente da Marzio Emilio Villa, colti in strada, nel metro di Montréal e nel quartiere cinese», associati a paesaggi in binomi personaggio/scena, come in uno spettacolo di Lepage (A.M. Monteverdi, in L. Sestini, L’altro Quebec a Milano: alla Statale la mostra sul Kebek di Robert Lepage, ItaliaNotizie24, 13/11/2019)

Sono luoghi spesso colti privi di presenza umana, dove è percepibile la vita; lo scatto, un infinitesimo spazio temporale, inserisce il qui e ora tra un prima e un dopo, un passato lontano ed futuro annidato che la mente dell’osservatore può costruire e visualizzare, secondo una cultura e un sentire personale. Un “inconscio ottico” -per dirla con Benjamin (Piccola Storia della Fotografia, pp.7-8)- che la foto può fornirci, consentendoci di caricarla, quantitativamente e qualitativamente, di sentimento, suggestioni, storie, significati. Assistiamo ad un processo che partendo da qualcosa di elaborato attraverso la consapevolezza del mezzo fotografico, e le scelte del fotografo, produce un qualcosa di elaborato inconsciamente con gli occhi dello spettatore: un teatro?

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