Noi e la malattia, tra letteratura e Covid 19

Malattia letteratura, riflessione su cultura e covid, foto d'epoca di scrittrice Virginia Woolf con marito

aspetto assorbo accetto

 dall’ultimo al primo i Tuoi soprusi.

[Bartolo Cattafi, da Libertà, 1980]

Malattia e letteratura

Virginia Woolf, – l’indimenticata autrice della Stanza di Jacob, della Signora Dalloway, di Gita al faro e anima del ‘Bloomsbury group’– lavora, tra il 1926 e il 1930, ad un saggio dedicato alla malattia: On Being Ill. Un’acuta riflessione fra malattia e letteratura.

Ella mette in evidenza come, in tale condizione, si renda necessario cogliere una opportunità, ricordando in che modo la malattia fornisca «certe verità [affinché] non rimangano escluse dalla conoscenza umana».

Tale densa operetta, forse ispirata dall’ammirazione della scrittrice per Charles Lamb – l’autore del saggio Il convalescente, – è un’“esplicita difesa della condizione del malato”, tanto che la sua mortificazione fisica e mentale, alimentata dalla negligenza della società verso bisogni urgenti e sconosciuti, fa emergere la crudele assenza dell’umana compassione. «C’è, confessiamocelo (e la malattia è il gran confessionale) – afferma la scrittrice – una franchezza infantile nella malattia; si dicono cose, si sputano verità che il guardingo decoro della salute tiene nascoste. Della compassione, per esempio, possiamo fare a meno.»

Un illudersi, dunque, «di un mondo così formato da echeggiare ogni gemito, di essere umani così legati da bisogni e paure comuni che, se tiri il polso di uno, trascini l’altro, dove, per quanto strane siano le tue esperienze, anche altri le hanno vissute». Di certo “Noi” –  aggiunge – «non conosciamo la nostra anima, figuriamoci l’anima degli altri.»

Parole eloquenti che ci trasmettono della difficoltà a leggere l’intimo del nostro prossimo, e, allo stesso tempo, di come, parallelamente alla malattia conclamata, ci sia la paura della malattia, il crescere delle solitudini, l’avvertire come tutto intorno a noi sia segnato dalla fragilità. Ciò che abbiamo vissuto, e che ancora oggi viviamo nei confronti dell’evento pandemico con la devastante zoonosi sostenuta dal coronavirus (SARS-CoV 2) indica, in modo incontrovertibile, come la rottura della simmetria uomo/natura sia condizione generatrice di eventi incontrollati, estremamente perniciosi.

Nel corpo e col corpo, in modo inequivocabile, si accresce conoscenza e comprensione del proprio esistere (Dasein), e, per vie parallele quanto oscure, anche dell’altrui esistenza. Woolf ci avverte di un vulnus nelle trame del sapere proprio per la carenza del tema “malattia” nel tessuto letterario privando, in tal modo, il prodotto creativo della sua implicita azione terapeutica.

Malattia letteratura, riflessione su cultura e covid, foto d'epoca di scrittrice Virginia Woolf con marito
Virginia Woolf e il marito Leonard S.W. con cui si legò nel 1912
Visceri e spirito

Emilio Cecchi, in Corse al trotto del 1952, annotava come «ci sono cose, che non si capiscono appieno che dentro la propria carne. E le malattie sono tra queste».

Una mescolanza – diremmo – tra pensiero creativo e sangue, tra idea trascendente e umana visceralità, consentendo d’immergerci in quella sofferta dimensione dell’usura del corpo, dell’insulto patogeno, e, allo stesso tempo, dell’urgenza di quella spiritualità emersa dalla sofferenza già sperimentata dalla speculazione di María Zambrano, – l’allieva di José Ortega y Gasset, –  la quale ben definisce il suo percorso biologico quale “Malattia creativa”, per averlo vissuto, in afflizione e timore, nel suo organismo minato dalla tubercolosi.

Una mescolanza tra malattia e letteratura, appunto. Stessa materia che abbiamo già letto nella vita, nelle febbri e nella conversione di John Henry Newman, testimoniata, con determinazione, nel suo Illness in Sicily.

Si tratta di accettare nell’alveo dell’anima la stessa forza originaria, dirompente e sanguigna, del corpo: uno star «piantati», rileva Zambrano in Filosofía y Poesia (1939), «nell’esistenza». Così si rende necessario ricostruire un arco che richiami anche tanto materiale poetico capace di fornire non soltanto la descrizione del corpo malato, ma la psicologia d’approccio alla malattia.

Una ricognizione della presenza della malattia nella letteratura che sommariamente possiamo leggere dai rinascimentali ai lirici marinisti, per luci barocche e manieriste (si pensi a Giovan Leone Sempronio, ad Antonio Basso; da Ciro De Pers a Vincenzo Zito; dal palermitano Andrea Perrucci a Bartolomeo Dotti), poeti che, in tali circostanze, tingono di porpora la bellezza femminile la quale, dopo il grande filtro fornito da Torquato Tasso, viene finalmente ritratta con accenti antipetrarchisti, nell’acerbità del vissuto. Un condensato poetico che, pur nell’abbondanza della decorazione letteraria, in un ornatus scintillante di aggettivazioni, fa lievitare (lo ricorda Giovanni Getto) «il mutare della bellezza, o quello del suo corrompersi, o quello ancora della sua assenza». Incomincia a farsi strada, tra «ispirazione moralistica e ispirazione amorosa», il «motivo della bellezza rapita dalla morte. Tema tradizionale, «pedantesco addirittura» (Getto); allora, ad esempio, una morte per vaiolo si traduce nel suo più profondo senso metaforico: dalla violenza della malattia vaiolosa deturpatrice del volto femminile, verrà al fine trafugato lo stesso valore della vita.

In un sonetto del Sempronio si assiste a «una movenza metaforica gentile»: le sue rose «del dolce volto devastate dalla tempesta» chiudono «la risoluzione della donna nell’immagine della rosa» e, allo stesso modo, il «destino della donna nel destino del fiore».

Versi patologici

Sempre malattia e letteratura per altre patologie: dalle varie forme infettive alla devastante peste nera e ai recenti quadri epidemici, s’innestano versi ora rivolti sulle ossa incenerite d’un cadavere, ora su d’un aborto o sul memento mori d’un teschio, e dalla spumeggiante descrizione della ‘dogghia’ colica dell’abate Meli, il brioso poeta di Palermo, si giunge alla scapigliata, orrifica e truculenta descrizione della sala anatomica del futurista Manzella Frontini.

Ad essi si coniuga il vicino aspro realismo di Diega Lo Presti Russo, in quell’espressionistico resoconto restituitoci da una degenza ospedaliera, i cui versi sono stati definiti da Leonardo Sciascia «idee… diventate dolente sentimento».

Per altro si stende, a piene mani, l’intensità icastica di Bartolo Cattafi lungo quell’operazione maieutica in cui il senso delle cose viene espunto da un corpo a noi spesso ignoto; oppure, attraverso i condotti dell’ironia e del ludus, ecco la rutilante ‘dissezione’ di Edoardo Sanguineti, il suo attingere a quella lontanissima sensuale concretezza di materia e lingua di Eberardo il Germanico (il medievale autore del Laborintus) il quale, con medesimo gusto poetico multilingue e arcaico smalto, riesce a suggestionare, a distanza di ben sette secoli, il poeta genovese già nel titolo della sua prima opera, Laborintus, del 1956.

E, proprio dall’epicentro asiatico, avvertiamo gli innumerevoli testi poetici secreti in Cina dopo l’epidemia della SARS-CoV del 2002-2004, e quella letteratura affiorata timidamente e drammaticamente dalla presenza non debellata dall’Aids-HIV. Sempre esempi di malattia nella letteratura. Una violenza del mondo biologico riversata in tanti versi di paesaggistica umana, ben dispiegata nella musicalità dell’endecasillabo, nei travagli per spigoli, sibili, aghi, fughe cromatiche, abbigliata di realistica grazia lirica vibrante per piccoli toccanti tratti. Su questo, nei giorni del Covid-19, abbiamo posto la nostra riflessione, sconfortata dalla teoria insostenibile delle morti, offesi dalla superficiale ignavia di molta parte del nostro ‘prossimo’, ma fieramente commossi da tanta italica compassione. «Se tiri il polso di uno, trascini l’altro», avvertiva l’inquieta Woolf; ma è anche accaduto, proprio nell’oggi, che in tale trascinamento s’è compiuta – ne siamo consapevoli – la misteriosa, quanto inattesa, conoscenza tra anime.

 

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