Adriana Asti, maestria duttile e profonda

Adriana Asti, maestria duttile e profonda
Giorgio Ferrara con Adriana Asti in "La Maria Brasca" di Giovanni Testori, regia di Andrée Ruth Shammah, Stagione 92-93- Ph: Courtesy Teatro Franco Parenti

Un mostro di bravura nel teatro e cinema, Adriana Asti ci ha lasciati ieri. La Asti, un miracoloso capolavoro di attitudine innata e di talentuosa capacità sul palco e sul set, non era più una giovane e versatile attrice, ma molto di più. I suoi novantaquattro anni, festeggiati il 30 aprile scorso, l’hanno mutata in matura signora dalle tante primavere. Nulla è cambiato in lei, gli espressivi e grandi occhi, la voce potente e duttile. Tutto intatto, sino alla fine.

La sua storia è andata in onda con In scena- Adriana Asti, documentario trasmesso un paio di anno fa dalla Rai e visibile sulla piattaforma RaiPlay. Quel “mostro di una tusa” – come fu definita appena venuta al mondo dal medico che la fece nascere, fu l’Adriana Asti di sempre. Nulla era cambiato in lei. Lo stesso aspetto fisico minuto, il medesimo spirito rivoluzionario – respirato negli anni della contestazione – viveva integro in lei. Così come l’asciutta autoironia e senso dell’essenziale che si sprigionava dal suo essere, senza limiti e senza eccessi.

Non sceglie la carriera di attrice per vocazione. Sono gli incontri della vita che la spingono prima verso il teatro e poi verso il cinema.

Non è convinta di essere tagliata per quel mestiere, che peraltro i genitori non gradiscono. Pur senza opporre troppe resistenze, la invitano a fare altro perché la pensano priva di talento. Invece, Giorgio Strehler la vede recitare e la vuole con sé. Qui inizia la sua vita raminga, che di certo le calzava a pennello.

La sua voce e il suo volto e la leggera naturalezza sul palco fanno di lei un raro esempio di fuoriclasse. Non nasconde l’accento milanese sul palco, e ne fa la sua cifra che si fonde con la profonda espressività del volto e del corpo.

Sono quegli occhi grandi, bellissimi, che parlano insieme alla voce tranquilla e il sorriso involontariamente beffardo che la fa apparire come catapultata per caso in quel luogo. E la capacità di raccontare e raccontarsi: una sintesi di crudele verità e indimenticato rimpianto.

Adriana Asti racconta la sua vita come fosse nulla di speciale frequentare Vittorio Gassman, Bernardo Bertolucci (che definisce un poeta crudele), Pierpaolo Pasolini (che la vorrà in “Accattone”, 1961), Marco Tullio Giordana (che le affida un ruolo in “Pasolini. Un delitto italiano”, 1995 ) o l’artista-architetto d’avanguardia Fabio Mauri.

Autenticità e semplicità. Anche nel raccontare di avere sposato Fabio Mauri, per poi allontanarsene d’improvviso con una banale battuta: “Vado a comprare le sigarette”. Non tornerà mai più a casa.

Ma i successi continuano. Adriana Asti è in grado di passare dal registro drammatico a quello comico anche variando i toni e col linguaggio del corpo che lei governa con grande maestria.

Una forza comunicativa schietta con l’uso di parole precise, semplici, urticanti, ma gettate là, come per caso, con quegli occhi che parlano, di lei e della sua genuina teatralità.

La voce di Adriana Asti risuona ancora sul palco del Teatro Franco Parenti, la Maria Brasca indimenticata e indimenticabile, in scena con Giorgio Ferrara, regista e attore diventato suo marito nel 1982 e morto nel 2023. I loro giorni felici, inghiottiti dalla terra, come in Beckett.