Not western dance

Not western dance
"Steps in the Street" da "Chronicle" di Martha Graham, contro la guerra (1936). Fotografia: Melissa Sherwood. Courtesy Modena Danza-Teatro Comunale Pavarotti-Frani

 La “western dance” disallineata

Nelle derive allarmanti di guerre e conflitti, di teocrazie e sovranismi, di arroganza occidentale, di suprematismo bianco, di respingimento degli “altri”, di arretramento sui diritti, la danza lavora contro.

Non per caso alla Biennale di Venezia, dove il Presidente Pietrangelo Buttafuoco riapre alla Russia e non chiude a Israele, la Giuria che assegnerà i Leoni al miglior Partecipante e alla migliore Partecipazione Nazionale non sarà quella internazionale tutta femminile prevista, che ha rinunciato; stavolta farà testo il voto dei visitatori, cioè di quel popolo che si espone volentieri alla contemporaneità globale.

Biennale 2026, una svolta

In questa edizione 2026, che per le Arti era stata affidata alla camerunense Koyo Kouoh, prematuramente scomparsa, i Leoni d’Oro e d’Argento per la Danza, su indicazione del coreografo-curatore britannico Wayne McGregor, vanno ad artisti/e “not western”.

Il Leone d’Oro alla carriera va alla compagnia australiana Bangarra Dance Theatre, mentre a Mamela Nyamza, danzatrice, coreografa, regista e attivista sudafricana va il Leone d’Argento. Questa linea di attenzione alla danza non (solo) bianca occidentale non è di oggi; basta pensare ai Leoni d’Oro di Germaine Acogny, senegalese (2021), gran signora della danza contemporanea di matrice africana, e di Saburo Teshigawara, giapponese (2022), maestro di paesaggi interiori e di tempi scenici intensi.

Da Capo Verde, via Portogallo, il Leone d’Argento 2018 era andato al teatrodanza potente di Marlene Monteiro Freitas, per scelta della direttrice canadese Marie Chouinard, mentre dalla Cina Tao Dance Theatre è approdato in Laguna nel 2023 con i suoi insiemi numerati e moltiplicati, impeccabili, meritando il Leone d’Argento.

Post-esotismo

Finiti i tempi del benevolo apprezzamento per l’esotismo, della curiosità per le “diversità”, che dovevano restare tali, confinate nella loro “tipologia” stabilita, pretendendo dagli artisti africani che fossero tutto ritmo e sensualità per gli occhi compiaciuti dei bianchi e dai performer orientali che celebrassero riti fascinosamente misteriosi.

Gli artisti dell’”altrove”, va detto, spesso sono stati vittime due volte, della loro non appartenenza alla cultura dominante e dell’inevitabile ispirazione tematica, per i loro lavori, all’oppressione e ai drammi che ne derivano: meno liberi di scegliere quindi “argomenti a piacere”; e allora forse meno “sofisticati”? Questo è stato in fondo lo sguardo “accogliente” dei progressisti, cercando un punto di equilibro tra il concetto di arte nobilmente superiore e le espressioni di culture in lotta per una autoaffermazione nel “sistema bianco” considerato “universale”.

Danza, nuove forme

Ma ora si è svoltato, in forme condivise e ibridate, nuove.

A Catania, per Scenario Pubblico, la Compagnia Zappalà Danza ha presentato Brother to Brother, dall’Etna al Fuji, con percussionisti italo-giapponesi, innervando di ritmi potenti i suoi festival (FIC- Focolaio di Infezione Creativa) e i suoi tour.

Les Descendants, ensemble emergente italiano di teatrodanza, fondato e diretto dal ballerino e coreografo congolese Carlo Kamizele, unendo più artisti di seconda generazione – uno degli attori protesta: “io non sono secondo a nessuno” – si è affermato con Nyumbani (Il mio corpo è la mia “matria”): uno spettacolo di teatrodanza che racconta le storie di cinque giovani danzatori, spesso con la collaborazione di interpreti come Carolina De Almeida. Il lavoro coreografico di Kamizele fonde la danza afro con l’hip hop e con testi poetici per esprimere la complessità dell’identità afroitaliana adesso.

Not western dance
“Nyumbani” della Compagnia Descendants. Fotografia: Andrea Macchia. Fonte immagine: https://www.amatmarche.net

Francia postcoloniale

Non pochi tra i 19 Centre chorégraphique francesi, sparsi su tutto il territorio dell’Esagono, contano ora su direzioni “postcoloniali”: a Grenoble c’è Rachid Ouramdane che affianca Yoann Bourgeois, mago dell’anti-gravità; a Créteil c’è Mehdi Kerkouche, che succede a Mourad Merzouki; a Nantes c’è Salia Sanou, cresciuto all’École des Sables di Germaine Acogny; a Rennes il Collectif FAIR-E  mostra il mix di contributi pluri-culturali già nei nomi di chi lo compone, Bouside Ait Atmane, Iffra Dia, Johanna Faye, Céline Gallet, Linda Hayford, Saïdo Lehlouh, Marion Poupineau. Hip hop, breaking, street dance sono in onore, al pari della danza contemporanea di matrice post-modern, post-nouvelle danse, post-danse, vale a dire il main stream di matrice filosofica-estetica western.

Milano aperta

Per FOG, che porta a Triennale Milano Teatro danza e performance ad ampio spettro nel panorama della ricerca – nel 2025 Mamela Nyamza è stata ospite con Hatched Ensemble che gioca nel sound tra i canti africani, la Morte del cigno e lo sfrigolio delle mollette da bucato attaccate sulle lunghe gonne, come pure Marlene Monteiro Freitas, insieme a Israel Galván, eretico del flamenco, partner ispirati e spiritosi in RI TE – ha puntato per l’edizione 2026, accanto a lavori dei celebrati Romeo Castellucci e Marcos Morau, su un manipolo di lavori e nomi da scoprire.

The Blue Hour dell’israeliano Benjamin Kahn, How I learned to drive di Tara Manić da Belgrado, Mami dell’albanese Mario Banushi, tributo al legame madre-figlio, When I saw the Sea di Ali Chahrour, dedicato ai lavoratori domestici migranti oppressi in Libano.

Marah Haj Hussein, in arrivo dalla Palestina occupata, ha spiccato con Language: No Problem, un titolo paradossale.
Il Pim Off ha ospitato per una creazione Babacar Mané & Shelly Ohene-Nyako, lui senegalese, lei ganese-svizzera di formazione inglese, già interpreti di punta nel magnifico Sacre du Printemps-Dancing at Dusk di Pina Bausch, ripreso in contesto africano.

Con ogni evidenza, questi “nuovi” artisti, da Berlino all’Hebbel Theter a Santarcangelo festival a Milano appunto, sono i nodi evidenti di una rete autorale che connette paesi e storie differenti dai protagonisti del paesaggio teatrale e performativo dei decenni passati, con cui oggi sono in condizioni di dialogare.

Post-western dance

Nonostante le pretese re-immigratorie, la danza viaggia, sulle rotte globali, condivide, trasforma, assorbe, integra, modifica le gerarchie di valore. Resta il fatto che è ancora il sistema produttivo-distributivo occidentale a fare l’andatura.

Altre “not western dance”

Ma la Cina sta promuovendo – USA docent – la sua “propaganda culturale” con le sue compagnie e riaccoglie il figliol prodigo Shen Wei dagli USA; Israele diffonde i suoi danzatori e coreografi, i tanti che il paese sforna copiosamente e che vivono altrove, in disaccordo con la politica del loro governo.

Il panorama cambia; se la Russia è bandita, le compagnie di balletto delle Repubbliche ex-sovietiche hanno campo libero.

Cosa faranno gli Stati Uniti trumpiani, oltre a film e serie di guerre, sparatorie, disastri, catastrofi, terrorismo, e dove a salvare il mondo è sempre l’America?

Intanto in Europa, accanto alla danza teatrale che mantiene le posizioni, la western contemporary dance si fa partecipativa, relazionale, inclusiva, imboccando una via anche spesso non professionale, verso il corpo primario-primordiale, fino al buio, al silenzio, alla non danza.

In questo contesto, è logico che entri in campo la danza dell’altrove, di per sé altra, portatrice di altre narrazioni, radicali e ibride insieme. Il corpo torna a essere prepotentemente politico, nel caos del mondo che mette in questione il passato, i poteri, il governo mondiale che conoscevamo.

Fu grande la rivoluzionaria Martha Graham, madre fondatrice della danza moderna negli Stati Uniti ma anche in Israele, quando osò schierarsi con una sua danza, Deep Song, dalla parte giusta della Guerra Civile spagnola, ispirandosi a Federico García Lorca: oggi la sua compagnia che compie 100 anni è benvenuta in tour europeo, dalla Fenice di Venezia al Teatro Comunale di Modena Pavarotti-Freni, al Dailes Teātris di Riga, in Lettonia, e poi in Messico e in Cina.

Marah Haj Hussein/Monty in “Language no problem”. Foto Lorenza Daverio. Courtesy FOG/Triennale Milano