Il coraggio è il piccolo seme che genererà il grande albero
Ludwig Wittgenstein (tre fratelli morti suicidi in circostanze diverse)
E ce ne vuole per affrontare argomento Pino Pascali, come fa nel suo articolo pubblicato su FYINpaper Vittorio Raschetti, pieno di dotte citazioni (noi citazionisti possiamo star tranquilli, è il trip niente popò di meno che di Walter Benjamin, come ha opportunamente fatto rilevare Hanna Arendt). Oltre naturalmente Duchamp (L’objet trouvé come “evento epocale”; addirittura?), si scomodano Brecht, Hobbes, Aristotele (vale la pena riportare che per R (Raschetti, n.d.r.) il lavoro di Pascali sarebbe riconducibile alla dottrina delle quattro cause: “Causa formale”, “Causa materiale”, “Causa efficiente”, “Causa finale” ), Ferreri, Kubrick, Occam, Burroughs, Flaiano, Eraclito (anche in questo caso voglio riportare il bellissimo gioco verbale di cui si compiace l’autore dell’articolo: P (Pascali, n.d.r.) sarebbe un “Eracliteo inarrestabile, irrappresentabile, come il grande fiume irripetibile del reale”).
Scusate, ma mi limito a riportare fra i citati solo quelli di discipline diverse dall’arte visiva e Le Corbusier è fra questi ultimi). E’ bello che qualcuno si occupi del nostro lavoro con competenza e onestà intellettuale, ma detta senza mezzi termini, sento puzza di Retorica, un’arte molto in auge presso i primi imperialisti della storia, oggi tramontata. E cosa o chi l’ha resa obsoleta? Ma la storia: il silenzio della Tebaide e quello del Muro bianco di fronte al quale ha sostato immobile Bodidharma per 9 anni, prima di partire per la Cina a diffondere il buddismo.
E se non c’è una sostanza, questa nobile pratica non serve a un beato cazzo di niente. Per sostanza intendo qualche considerazione seria sulla Morte, qualcosa non affrontabile con la sola intelligenza. In sintesi: non basta rappresentare macchine belliche o ragni per parlarne. La Morte ci riguarda da vicino, molto più da vicino di quanto la differenza fra la punta del giavellotto e la bocca di un cannone possano farci credere. Non è una questione politica, sociale o solo psicologica.
Nel mio intervento provocatorio sul suo immenso e altrettanto dotto articolo su Castellani (pubblicato sulla stessa rivista on line, qui il link) aspettavo una risposta pertinente sul tema del Tempo, inscindibile da quello che costituisce la base di qualsiasi poesia, che non è mera intelligenza: “Poesia e teoria sono sorelle gemelle” (Milo De Angelis).
Per entrare nell’agone mirando al punto: se qualcuno che si occupa d’arte visiva degli ultimi cinquant’anni, soprattutto se si dedica ad artisti famosi santificati dal mercato (Castellani e Pascali), non tiene conto del deleterio e fatidico matrimonio tra il Dadaismo e il Surrealismo (Duchamp e Magritte; il secondo è il rappresentante emblematico del movimento, per me un pittore sciatto e superficiale, soprattutto paragonato ai suoi compagni e in particolare Giacometti, Max Ernst, Tanguy, solo per citare i migliori), quelli dei nostri giorni che vi si dedicano continueranno a trovarsi in mezzo al guado: annaspiamo sulle orme di furbacchioni come Koons e Cattelan, che quanto a boutades intellettuali, pratica molto in uso a partire proprio da quelle avanguardie, sorpassano tutti di parecchie verste, kilometri e miglia.
Posso sintetizzare un po’ laconicamente? W Arturo Martini, il cui occhio sul passato, malgrado il dichiarato fascismo, lo fa un artigiano della materia di cui si sostanzia l’arte: pietra, bronzo, terracotta? No una materia molto più importante!: la modestia. E W Fabio Mauri, la cui opera non lascia dubbi sul fatto che l’arte, pur esente da ideologie di sorta, non vale niente senza un’etica. Da due posizioni diverse, anzi diametralmente opposte, hanno fatto fare al nostro mestiere passi avanti irrinunciabili.
A mio modesto avviso Pino Pascali è rimasto indietro.







