I dipinti di Leo Ragno, che ho visto alla galleria Federico Rui, a Milano, per quanto mobili ancora, nel senso di “correr miglior acque” (per ricordare Dante), posano su un’inventiva inquieta, su modi compositivi liberi ma con pieghe ricorrenti alla maniera delle variazioni sul tema.
Leo Ragno, tenace ricerca
È impegnato nella ricerca tenace, e quindi fatta di step, di un’iconografia che punta a ad evitare l’ancoraggio all’iconologia, pur nella consapevolezza che con quest’ultima gira e rigira bisogna fare i conti. All’iconologia dice: ti amo e ti odio. E la forza di Ragno è nel suo odiare. Odia il già fatto, anche se questo è inevitabile. Complicata oggi la vita della figurazione. Difficile non cadere o ricadere nel già fatto, date le infinite sperimentazioni che si sono succedute lungo il XX secolo.
Un secolo debole senza critica
Il nuovo secolo, assieme agli inizi di un nuovo millennio, pratica il nomadismo assoluto, la condizione brada, lo spontaneismo più ruspante e improvvisato, e il più delle volte anche ignorante: tutte qualifiche consanguinee.
Inoltre, l’assenza della critica (i curatori imperano: levatrici più che ginecologhe), consonante con la latitanza dell’etica, favorisce questo andazzo. Il richiamo a estensione capillare-globale del denaro incita verso le scorciatoie. Qualunque cosa va bene, purché si faccia; qualunque percorso promozionale va bene, purché si possa correre (i social lo confermano).
La proposta pittorica di Leo Ragno
Ma Ragno punta a tessere la sua tela con coscienza di queste cose. Ha già sfruttato Renoir realizzando delle sue Bagnanti più quotidiane: ritratti di piglio fotografico che non realistico tout court. Ma poi (e torno alla mostra) si svincola da questa modalità che era associata all’incisione (tecnicamente interessante e con qualche richiamo a Rembandt) e associata anche al suo disegno direi abbastanza consuetudinario. Ma ecco l’approdo a una sua proposta pittorica convincente sorretta da un suo codice linguistico decifrabile ma non del tutto e non immediatamente. La sua è, quindi, una figurazione ellittica (mi riferisco al mio concetto di Opera Ellittica). Ed è peraltro pittura godibilissima su un terreno estetico ed emotivo.
Forti provocazioni
Tuttavia, l’emotività è da riferire non già a stimoli emotivi espliciti, ma piuttosto a provocazioni forti che piovono addosso al fruitore. Le figure abbarbicate e impaginate con movimento tensivo (quasi di tipo boccioniano) si traducono in larve da purgatorio dantesco (lontane da atmosfere sia infernali sia paradisiache), e in qualche caso in puro movimento. Infatti, la forma si sfalda, si fa sommovimento quasi astratto (quasi come agli albori di questa tendenza espressi da Robert Delaunay), e la pittura vive esperienze anche di autoreferenzialità.
C’è pure un tranello: la possibilità, in qualche caso, che il lettore sia tentato di pensare ad atmosfere empatiche. No: a ben guardare, Leo Ragno – sotto questo aspetto lontano e indiretto discepolo di Monet – rappresenta (ma stavo per parlare addirittura di presentazione) un movimento di tipo fenomenico, sicché l’occhiata che talvolta dà a Francis Bacon rivela tutto il suo carattere di velocità e di occasionalità. E ci si accorge piuttosto che la pittura di Leo Ragno non ha nulla a che vedere con la soggettività che è a fondamento dell’espressionismo. In ogni caso, l’artista lascia margini di autonomia all’interpretazione del fruitore.







