Roma celebra Pasolini a 100 anni dalla nascita

Roma celebra Pasolini a 100 anni dalla nascita
Da sinistra: Alberto Moravia, Dacia Maraini, Pier Paolo Pasolini, persona non identificata, Maria Callas. Polaroid. Archivio Fotografico di Dacia Maraini

Per i cento anni della nascita di Pier Paolo Pasolini, nato a Bologna nel 1922, morto a Roma il 2 novembre 1975) a Roma sono state realizzate tre mostre: “Il corpo poetico”, a Palazzo delle Esposizioni (fino al 26 febbraio), a cura di Giuseppe Garrera, Cesare Pietroiusti, Clara Tosi Pamphili e Olivier Saillard. La seconda ha per titolo “Il corpo veggente” ed è allestita alla galleria Nazionale di Arte Antica a Palazzo Barberini (fino al 12 febbraio), a cura di Michele Di Monte e Flaminia Gennari Santori. La terza, “Il corpo politico”,  è visitabile, fino al 12 marzo, al Museo MAXXI, a cura di Giulia Ferracci, Hou Hanru e Bartolomeo Pietromarchi. In quest’ultima iniziativa impera impressionante l’installazione del 1975 di Fabio Mauri, parte di “Oscuramento”, con 29 statue in cera. Sono rappresentati i membri del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che dismise Mussolini e segnò l’inizio della fine del Fascismo.

Pasolini, tre mostre per centenario dalla nascita

Tre mostre con medesimo titolo, “Tutto è Santo”, dalla frase di Chirone in “Medea” (1969), riferita all’impossibilità del creato di non poter essere che sacro nella sua meraviglia. Un titolo di per sé già una sorpresa che azzera e al contempo rianima le controverse opinioni sul poeta, sulla sua biografia e sul suo lascito culturale. Un titolo vicino alla risposta di Pasolini a Jean-André Fieschi che lo intervistò nel 1966 a Roma e il cui video accoglie lo spettatore all’entrata della mostra “Il corpo poetico”: “Ab Joy” replica Pasolini al giornalista francese che pieno di buone intenzioni gli chiede quali motivazioni politiche e sociali lo spingano al suo agire artistico.

Pasolini risponde con un’espressione dell’antico provenzale che significa “da raptus poetico”, da una volontà celebrativa della realtà, realtà che Pasolini definisce come “apparizione sacra”.  Tutta l’opera nasce per lui dalla “nostalgia della vita” e “dal senso di esclusione che non toglie amore per la vita ma lo accresce”. Per buona pace di chi in Pasolini vuole solo intendere il rivoluzionario che non fu (preferì definirsi lui stesso “arrabbiato”). In questo magnifico estratto video che ci accoglie all’ingresso di Palazzo delle Esposizioni, Pasolini chiarisce subito cosa vedrà lo spettatore: “tutto quello che ho detto nei miei film è pretestuale. La realtà è questa: i miei film esprimono della gioia e del dolore contemporaneamente”.

Un sollievo per ciascuno di noi, quello di essere subito avvisati che non accederemo ad una mostra didascalica ma personale e come tale all’insegna di un comune denominatore umano. L’importanza di questa mostra è quella di aver inteso la lingua pasoliniana e la sua condizione di dover ricorrere all’arcaico quale unica via per ritrovare il simbolo e il rito, di cui il mondo consumistico post-industriale capitalistico è privo.

Il presente e il mondo di Pasolini

Le mostre hanno aggirato alcuni rischi, principalmente quello di allontanare dal presente il mondo pasoliniano con un approccio didattico o storiografico. Dividendo le esposizioni per temi (ma sarebbe meglio definirle figure), è stato possibile liberare i curatori dalla gabbia filologica che avrebbe trasformato le mostre in epigrafi. Si tratta perciò non di mostre antologiche, ma di proposte di tre possibili prospettive distinte, e non secondo disciplina, parola che mal si adatta a Pasolini (e all’arte in generale), ma secondo argomenti fondamentali per capire Pasolini anche qualora non si conoscesse la sua opera.

In particolare, ciò si intende in larga parte nella mostra che per prima ha inaugurato, “Il corpo poetico” a Palazzo delle Esposizioni, con oltre 700 pezzi fra fotografie, libri di prima edizione, riviste, video storici e costumi.

Roma celebra Pasolini a 100 anni dalla nascita
Interno giacca Totò in Uccellacci Uccellini, 1966. Costume Danilo Donati. Foto Archivio Sartoria Farani di Luigi Piccolo
Costume di scena di Piero Tosi per Chirone, Medea, 1969, su manichino realizzato dallo stesso Tosi e da Pier Paolo Pasolini. Archivio Tirelli Trappetti. “Tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tientelo bene in mente. Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito. E comincerà qualcos’altro.” (Chirone, in Medea). Archivio Tirelli Trappetti

Qui i temi o, di nuovo, le figure sono:  “Volto – le persone sono Santi” (con le fotografie di, fra gli altri,  Angelo Novi, Mario Tursi, Dino Pedriali), “Dileggio – il linguaggio dei padri” (con i vari articoli e trasmissioni televisive contro Pasolini e soprattutto i 25 anni di processi continui), “Femminile – il sacro che ci è tolto” (la relazione di Pasolini con la madre Susanna Colussi, con Maria Callas, Silvana Mangano, Anna Magnani,

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Pier Paolo Pasolini, Laura Betti, all’EUR, nel giardino sotto la sua casa, Roma, 1960. Fotografia di Elisabetta Catalano. © Photo Elisabetta Catalano

Laura Betti, Elsa Morante e Giovanna Bemporad), “Abiti – Il costume del corpo” (con i costumi di Danilo Donati e Piero Tosi), “Voci – Di popolo e di poeta” (con la raccolta pasoliniana di canti popolari e delle sue canzoni e musiche cantate da lui o da Domenico Modugno, Laura Betti, Sergio Endrigo, ecc.), “Partitella – La vera Italia, fuori dalle tenebre” (una intera sezione è dedicata infatti all’amore di Pasolini per le partite di calcio, in periferia o con attori e scrittori a lui contemporanei, da Moravia ai fratelli Bertolucci), “Roma – La città in strada” laddove la periferia romana per Pasolini non fu, come venne più volte affermato, luogo di turismo esotico ma luogo di vita (Pasolini visse con la madre in un appartamento vicino a Rebibbia in anni di povertà assoluta) e ultimo baluardo di una vita arcaica  e barbara, non ancora contaminata dall’omologazione di classe del consumismo moderno.

Infine, “Roma – Complice Sodoma” con la scoperta da parte di Pasolini della realtà promiscua della città, le sue infinite possibilità di dannazione e carnalità, e le conseguenze subite dal poeta a causa della sua omosessualità dichiarata, spiegata (come nella straziante poesia del 1962 “Supplica a mia madre”) ma mai identitaria, che ne fece una personalità scomoda non solo nel mondo politico benpensante dell’epoca ma anche in quello intellettuale, a cominciare dal P.C.I. da cui venne espulso nel 1949 per “indegnità morale”.

Immagini e parole, trasformate in linguaggio nella mostra “Il corpo poetico”

La mostra ha trasformato la parola e l’immagine pasoliniane in una lingua a se stante, tutto è simbolo, tutto è segno di un mondo personale, e per questo nulla è didascalico. Al contrario di molte mostre documentali, la visione può essere fruita senza un percorso predeterminato, senza affannarsi a leggere infiniti testi esplicativi, la lettura resta visiva, come visiva è la lingua pasoliniana, per il quale ogni individuo era un’apparizione sacra, un’icona, e come tale priva di spiegazione.

Ciò che si coglie in ogni sala è un mondo, anzi due, quello della società italiana post-bellica quindi piccolo-borghese e quello di Pasolini, della sua solitudine, delle sue incomprese prese di posizione che non appartennero a nessuna parte politica e che fecero di se stesso un eroe pasoliniano. Come “eroe” si intende non un personaggio idealista (nel caso, come il corvo di “Uccellacci e uccellini”, ideologo, cioè colui che riflette sulla vita anziché viverla), bensì un eroe immerso in un tempo senza speranza. Così egli può affermare, sempre nell’intervista con Fieschi: “la fine della speranza è la fine dell’uomo medio e la comparsa dell’eroe”.

Una mostra fisica

Roma celebra Pasolini a 100 anni dalla nascita
Film “Edipo re” 1967 di Pier Paolo Pasolini. Sant’Angelo Lodigiano (LO), 28/06/1967 . Nella foto: l’attrice Silvana Mangano e lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini durante la lavorazione del film alla Cascina Moncucca. @ArchiviFarabola

Come Pasolini restava essenzialmente corporale, la mostra è una mostra fisica, in cui i volti sono mappe geografiche vetuste di un universo che dell’antico non sa che farsene, icone senza ragion d’essere, dal volto algido

e assente della Mangano a quello espressionista e tragico della Callas, dai costumi post-apocalittici allestiti come fossero ancora in una sartoria di un set (e che si ha dunque voglia di odorare e toccare) a un misero salotto piccolo borghese ricreato egregiamente dove una televisione in bianco e nero trasmette i programmi di varietà dell’epoca che dileggiano le opere e la persona di Pasolini. Qui, una poltrona da uomo qualunque in pantofole invita lo spettatore a sedersi davanti allo spettacolo di mortificazione del poeta, trasformandolo in un voyeur distratto.

Pasolini, lettere e scritti in mostra

Tante le lettere e gli articoli esposti, ma ogni scritto è indispensabile, come la risposta di Umberto Eco (uscita su Il Manifesto con lo pseudonimo Dedalus il 21 gennaio 1975) all’articolo “Sono contro l’aborto” uscito su Il Corriere della Sera il 19 gennaio 1975, l’anno della sua morte, risposta di cui Eco stesso si pentì in seguito. O ancora colpisce la crudezza impietosa della lettera di un lettore di quotidiano testimone di un abbordaggio di Pasolini ad un ragazzo di vita, e più in generale il prendere a pretesto da parte dei media ufficiali del tempo la vita privata di Pasolini per sbeffeggiarne l’opera.

Una mostra senza retorica e lontana dall’ortodossia

Non vi è però nella mostra alcuna intenzione di lettura critica o presa di posizione, se non quella di mettere a nudo un universo, di vita e di opera, senza assoluzioni o beatificazioni. In questo, sia la mostra sia il titolo “Tutto è Santo” riflettono bene quel linguaggio paratattico pasoliniano che nulla lasciava all’avverbio e all’aggettivo e tutto al soggetto e al verbo. Il linguaggio cioè di un uomo che strenuamente combatté contro ogni retorica, che prosciugò il neorealismo dai suoi vezzi sentimentali e pauperistici, anch’essi in fondo espressione di paternalismo, e che seppe fondare una sintassi metalinguistica traducendo la vita in simboli, in epifanie visive.

Roma celebra Pasolini a 100 anni dalla nascita
Pier Paolo Pasolini. Stadio Flaminio, Roma, 1974. Fotografia di Aldo Durazzi. Agenzia Du foto © Alberto Durazzi

Questa mostra è riuscita ad aggirare un’ortodossia espositiva che mai avrebbe corrisposto allo spirito pasoliniano, una mostra in cui tutto è icona, e come tale indispensabile e mai esplicativo. Se alcuni hanno fatto notare che Pasolini non sarebbe stato contento di far parte di un evento istituzione, con tutto ciò che di mondano e celebrativo questo comporta, il critico e curatore Giuseppe Garrera, durante il colloquio realizzato in occasione di questo articolo, ricorda come invece Pasolini avesse sete di riconoscimento, in virtù di quel sentimento di esclusione che era sì motore della sua arte ma allo stesso tempo costante dolore, lenito, forse, anche, dai momenti in cui “si vince”. In effetti fu il poeta a dichiarare che in ogni sua nuova opera si trattava di “vincere o morire”. Questa mostra ci fa comprendere il come e il perché.

 

Roma celebra Pasolini a 100 anni dalla nascita
Pier Paolo Pasolini a Roma nella sua casa di Monteverde, 1962. Fotografia di Ezio Vitale. © Salvatore Giansiracusa/ITALFOTO

Della stessa autrice: Alla Biennale di Venezia la dismissione del vecchio mondo capitalista