Renato Guttuso, fra tradizione e novità

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Renato Guttuso, Still Life, 1968 - Gandalf's Gallery

Oggi io mi trovo allo scoperto come non mi sono mai trovato. E il mio modo di lanciarmi allo sbaraglio in fondo è questo. Poi sa, non si lavora per la gloria, si lavora per vivere in pace con noi stessi, per vivere secondo quanto noi crediamo sia il nostro dovere. Per il resto, come va, va…

– Renato Guttuso, tratto da Pittura italiana del dopoguerra di Tristan Sauvage (alias Arturo Schwarz)

 

Non ho conosciuto personalmente Renato Guttuso ed è uno dei miei grandi rimpianti. Conosco il mondo dell’arte. Lo frequento da più di sessant’anni. Per questo il mio rammarico è ancora più grande, perché non ho mai avuto nessun pregiudizio verso la sua ricerca che invece ho sempre ammirato. Il primo impatto con le sue opere lo ebbi nella seconda metà degli anni Cinquanta quando, ancora ragazzo, mi iscrissi alla Federazione Giovanile del PCI.

Renato Guttuso, la politica militante nel PCI

Renato Guttuso era già un artista affermato oltreché un influente membro del partito a cui mi ero iscritto, mentre lui lo aveva fatto già nel 1941, e nel 1943 aveva disegnato il simbolo del Partito Comunista Italiano con la doppia bandiera, quella italiana e quella con falce e martello. All’epoca non sapevo ancora niente né di pittura, né di storia dell’arte, ma, frequentando la sezione, imparai rapidamente molte cose. Prima di tutto a leggere, soprattutto i giornali pubblicati dal partito, il quotidiano L’Unità e il mensile Rinascita, e i libri di politica: Principi del leninismo di Joseph Stalin edizioni Servire il Popolo o libri di letteratura come La madre di Maxim Gorkij.

Renato Guttuso, Crocifissione

Ed è sicuramente su qualche pubblicazione che girava in sezione, che vidi per la prima volta l’immagine della Crocifissione di Renato Guttuso, un dipinto su tela del 1940-41, 200 x 200 cm che mi impressionò moltissimo. Ai miei occhi di neofita apparve come una composizione molto complessa, e non sembri strano, assolutamente insolita per il suo contenuto.

Sia il titolo Crocifissione che il suo contenuto partono, è vero, dalla storia di Gesù, ma contrariamente a quanto era successo per secoli, il soggetto principale in questo caso non è lui. Credo che Renato Guttuso abbia voluto rappresentare il suo orrore verso una modalità, atroce, di esecuzione della pena di morte. Decine di migliaia di uomini sono stati storicamente torturati e brutalmente assassinati con questa modalità e Gesù fu una di queste vittime.

Renato Guttuso, il significato di questo dipinto

L’opera del giovane Renato Guttuso non ha Gesù come soggetto principale ma la Crocifissione, il metodo brutale che i poteri hanno sempre largamente utilizzato per umiliare, torturare e massacrare non solo i “vinti”, ma anche semplicemente quanti si oppongono. Quest’opera era ed è un attacco ai poteri, e come valeva allora, sempre varrà.

Gesù non solo non è dipinto in primo piano. Il suo corpo, a differenza di quello dei due ladroni, è l’unico ad essere parzialmente nascosto da un lenzuolo bianco. Il lenzuolo viene steso da una figura femminile nuda dalla prorompente bellezza (forse Maddalena), che si protende disperata e piangente sul suo corpo esangue.

Nella composizione articolata della scena la sua disperazione e il suo dolore si propagano alle altre due donne. Pensai allora, e continuo a pensarlo oggi, che quel giovane artista che aveva meno di trent’anni quando dipinse quest’opera, aveva avuto un bel coraggio.

La censura al Premio Bergamo 1942

Eravamo durante la seconda guerra mondiale ed in pieno regime fascista. Il Fascismo infatti censurò l’opera al Premio Bergamo del 1942, impropriamente accusandola di empietà. Questo però non aveva impedito alla giuria del Premio di assegnare alla Crocifissione di Renato Guttuso il secondo premio. Anche la curia bergamasca emanò un comunicato molto radicale.

Quel giovane artista aveva rotto, con grande e inusuale libertà di spirito e di azione, tabù e conformismi bigotti ancora imperanti. Si candidava, pur non avendolo programmato, a diventare punto di riferimento per i giovani artisti italiani del suo tempo e non solo per loro.

Renato Guttuso, biografia

Era nato a Bagheria, un piccolo centro a pochi chilometri da Palermo. Nei mesi estivi ne costituiva quasi un’appendice residenziale. Guttuso era figlio di Gioacchino (1865-1940), di professione agrimensore, ma anche amante delle arti visive e che era, per hobby, lui stesso acquarellista dilettante. La sua professione di tecnico agrario garantiva un relativo benessere alla famiglia ed era figlio di Giuseppina D’Amico (1874-1945).

Due genitori maturi e in quel contesto preparati e moderni, oggi diremmo con idee sociali avanzate. E proprio per questo a causa di contrasti con l’amministrazione locale, Bagheria, registrarono la sua nascita con qualche giorno di ritardo al comune di Palermo.

Renato Guttuso era nipote, per via paterna, di un garibaldino della prima ora, dal nome Ciro, che verosimilmente gli avrà ispirato, nel 1951-52 la realizzazione di un magnifico grande quadro di 318 x 520 cm, intitolato Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, che oggi è possibile vedere agli Uffizi a Firenze. Renato Guttuso ebbe così modo di crescere e di studiare in un contesto medio borghese.

A Palermo frequentò il liceo classico Umberto I e i corsi di giurisprudenza all’Università degli Studi. Parallelamente fu incoraggiato a coltivare il suo naturale talento, che già precocemente si era manifestato nella sua predisposizione verso la pittura. A tredici anni già firmava e datava le sue prime realizzazioni, mentre a diciassette anni partecipò alla sua prima mostra collettiva organizzata a Palermo. Imparò tutte le tecniche pittoriche, frequentando fin da ragazzino la bottega di Emilio Murdolo, eccellente pittore di carretti siciliani.

Renato Guttuso e la sua “sicilitudine”

Fu un imprinting che segnerà per sempre il suo linguaggio pittorico, evidenziando quella che Leonardo Sciascia in un suo saggio dedicato alla Sicilia, chiamerà “sicilitudine”: “categoria metafisica, condizione esistenziale, o stato antropologico dell’essere siciliano”. Lo stesso Guttuso dichiarerà una volta: “anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia”.

Crescendo a Palermo frequenterà anche lo studio del pittore del secondo futurismo Pippo Rizzo, dove verosimilmente apprese tutto quello che c’era da apprendere su questo movimento.

Sviluppa un suo modo di disegnare e dipingere, che è forte, incisivo e personalissimo. Uno stilema, una calligrafia immediatamente riconoscibile. Conobbe personalmente Pablo Picasso nel 1945 e diventarono amici.

Già alla fine degli anni Trenta portava con sé, si racconta, religiosamente piegata nel portafoglio, un’immagine di Guernica, che il critico e storico dell’arte Cesare Brandi gli aveva spedito dagli Stati Uniti.

Renato Guttuso, l’influenza di Les Demoiselles d’Avignon

Non vi è alcun dubbio che le opere realizzate da Pablo Picasso lo influenzarono molto, io credo soprattutto Les Demoiselles d’Avignon, che preannunciano la nascita del cubismo. È un dipinto fondamentale per la storia dell’arte del ventesimo secolo, che segnerà profondamente un cambio radicale di paradigma.

Dal punto di vista formale la pittura della figura umana si allontanava dalla rappresentazione naturalistica. Ormai, infatti, era sempre più sostituita dallo sviluppo della fotografia. In secondo luogo, di senso.

Dipingere come Picasso la testa e la faccia di due delle cinque Demoiselles con le sembianze di una maschera africana, apriva ad una riflessione profonda sull’identità della natura umana. Riflessione che era anche al centro  della ricerca di un altro genio del XX secolo, Luigi Pirandello.

Renato Guttuso, il collegamento con Pablo Picasso

Pablo Picasso non stava creando solo un nuovo e straordinario linguaggio nelle arti figurative, ma apriva anche e a dismisura il campo delle libertà possibili. Ed è questo l’aspetto che io credo più influenzerà Renato Guttuso.

Oggi, com’è storicamente noto, Les Demoiselles d’Avignon delinearono uno spartiacque profondo tra il prima e il dopo. E se sul prima sapevamo ormai quasi tutto, sul dopo avremmo avuto tante ed amatissime sorprese.

Renato Guttuso, il Futurismo e non solo

Molti hanno anche sottolineato la concomitanza della rivoluzione picassiana con la scoperta della relatività di Einstein. Entrambe le ricerche conducevano all’abolizione di concetti di spazio e di tempo, ritenuti fino ad allora assoluti. Siamo di fronte ad una nuova definizione data dall’impossibilità di dare una descrizione oggettiva del mondo.

Cubismo ed Espressionismo tedesco

Nelle arti visive, che è quello che ci riguarda di più parlando di Renato Guttuso, ebbe l’effetto di una deflagrazione atomica: nasceva il cubismo di poco preceduto dalla secessione viennese prima  e dall’espressionismo tedesco.

Poi, nel 1909, Filippo Tommaso Marinetti pubblicava sul quotidiano parigino Le Figaro il suo manifesto futurista a cui ne seguirono decine di altri suoi e di altri importanti compagni di strada come Boccioni, Balla, Depero, Russolo ecc., provocando una rivoluzione copernicana nella storia delle arti. E poi ancora il suprematismo, la metafisica, dada, il surrealismo e così via.

Un nuovo modello di artista diverso dal passato

Si affacciava, inoltre, sul palcoscenico della storia un modello di artista di tipo nuovo, più guru che artigiano abilissimo, come lo sarebbero stati nel XX secolo Marcel Duchamp nelle arti e  John Cage nella musica, due grandi figure emblematiche di un nuovo e più libero modo di porsi di fronte ai problemi della ricerca artistica.

Le conoscenze pittoriche di Renato Guttuso

Possiamo supporre che già negli anni Trenta Renato Guttuso conoscesse non solo la storia dell’arte passata, ma anche le avanguardie che lo avevano preceduto di pochi anni o che gli erano contemporanee.

Sicuramente e direttamente conosceva l’opera di Antonello da Messina, il genio siciliano prerinascimentale, di cui a Palermo aveva visto L’Annunciata e molto probabilmente in riproduzione La Crocifissione di Sibiu, una piccolissima opera, tempera ed olio su tavola di 39 x 22 cm oggi esposta al Museo Nazionale d’Arte di Bucarest in Romania, il cui modo di appendere alla croce i due ladroni ritroviamo poi nella sua versione della Crocifissione.

Sono convinto che anche la stesura dei colori, che in Antonello da Messina è modernissima, sia servita all’educazione visiva del nostro, allora ancora giovane, artista. Allo stesso modo gli sarà servita la conoscenza delle opere del Caravaggio, di cui già a Palermo aveva potuto vedere La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, un olio su tela del 1600 esposto nell’Oratorio di San Lorenzo, capolavoro assoluto poi trafugato nel 1969 e da allora ignominiosamente sparito, rubato perché incredibilmente e totalmente incustodito.

Avrà inoltre sicuramente ampliato la conoscenza del Caravaggio visitando a Messina e a Siracusa tre altre grandi opere, fortunatamente meglio custodite, e poi a Roma in occasione del suo primo viaggio a Roma nel 1931, quando vi si recò per partecipare alla Quadriennale.

Non avrei alcun dubbio ad affermare che abbia visto il dipinto intitolato La Madonna dei Pellegrini conservato nella Cappella Cavalletti della basilica di Sant’Agostino a Roma, dove Caravaggio aveva dipinto in primissimo piano, in basso a destra, le piante dei piedi di uno dei pellegrini inginocchiati, scalze e conseguentemente sporche.

Renato Guttuso, che era in modo evidente un artista preparato e colto, riprenderà questo dettaglio nella sua Crocifissione, dove sempre in basso a destra e in primo piano, dipingerà le piante dei piedi di uno dei due ladroni crocifisso insieme a Gesù.

Renato Guttuso, perché Crocifissione è un capolavoro

L’opera di Renato Guttuso è sicuramente un capolavoro e per molte ragioni.

Una, già accennata, è quella della complessità della composizione che l’autore formalizza sulla tela con le tre crocifissioni. Era già accaduto a partire da Antonello da Messina, ma molto raramente. Normalmente gli artisti hanno sempre preferito ritrarre la crocifissione di Gesù e la sua storia divina.

Il giovane Renato Guttuso, come ho già detto, non dipinge questo, ma molto umanamente raffigura una delle tante forme di supplizio e di tortura applicate dagli uomini.

Di divino e trascendentale non c’è nulla, perché non è questo che l’artista desiderava dipingere: lo strazio e il dolore dei vivi che piangono i loro morti è umanissimo.  Le tre croci, disposte in diagonale ma parallele l’una all’altra con quella di Gesù in posizione centrale, sembrano convergere verso un bagliore appena accennato in alto a destra.  Non un bagliore salvifico e divino, ma di umanissima speranza per un mondo migliore. E lo ripeto ancora e timidamente forse “il sol dell’avvenire”. Il paesaggio a sinistra in alto ed il villaggio rappresentato più che astratti sembrano metafisici.

La figura di Giuda

Giuda, in primo piano, mostra l’evidenza del suo miserabile tradimento.  L’apostolo appare biecamente attonito, stordito, seminascosto e quasi biasimato dallo scatto nervoso della testa di un cavallo. Cavallo che richiama quello di Guernica.

Il “Potere” rappresentato nudo e di spalle, sembra giovane, forte e sanguigno. Io, però, preferisco leggerlo come rosso di vergogna. E cavalca un cavallo irreale, metaforico, di un colore blu intenso. Pittoricamente un richiamo e un omaggio al movimento Il cavaliere azzurro e a Franz Marc con la sua opera intitolata Grandi cavalli azzurri, riportato in una visione metaforicamente onirica, immaginaria e senza futuro.

Il cromatismo che percepiamo guardando i suoi dipinti è straordinario e stupefacente. Se applicassimo il concetto alla musica sarebbe armonico e disarmonico allo stesso tempo. Trattandosi di tele dipinte, potremmo coraggiosamente affermare che, guardandoli, noi non solo vediamo dei colori, ma ascoltiamo musica, e che musica mi verrebbe da dire!

D’altra parte vorrei qui ricordare che Vasilij Kandinskij, ma in verità non solo lui, nel suo saggio Lo Spirituale nell’arte aveva elaborato uno studio complesso sulle corrispondenze tra colori e musica.

Il suo neorealismo

In modo limitativo la maniera di dipingere di Renato Guttuso è stata definita neorealista perché prediligeva prevalentemente temi sociali. Lo si accusò di farlo per le ragioni dell’ideologia politica da lui sempre professata, quella comunista.

Con una connotazione volutamente negativa fu scritto che quel suo realismo era la diretta conseguenza del realismo sovietico, e per questo lo definirono neorealismo. Una lunga querelle che durò anni e coinvolse artisti e critici in una discussione di bassissimo livello, creando un pregiudizio ancora oggi insuperato.

Non avendolo conosciuto non posso sapere se e quanto tutto questo lo amareggiò. Penso non gliene importasse più di tanto.

Ad Arturo Schwarz durante la conversazione citata nell’incipit di questo testo, rispondeva: “sa, non si lavora per la gloria, si lavora per vivere in pace con noi stessi, per vivere secondo quanto noi crediamo sia il nostro dovere. Per il resto, come va, va…” confermando una coerenza e un atteggiamento etico verso la sua ricerca, il suo lavoro, francamente rari.

Renato Guttuso, la sua eredità

Sono passati ormai 36 anni dalla sua morte ed è pur vero che poco si è parlato di lui in questo lungo periodo, va però evidenziato il fatto che le sue opere più importanti sono tutte collocate stabilmente nei più prestigiosi musei italiani ed europei, così come nelle collezioni private. Quelle pochissime che si vedono nelle grandi fiere o nelle aste sono sempre più ricercate ed apprezzate.

Renato Guttuso, uno sguardo al futuro

Personalmente credo di non sbagliare se penso che fra 500 anni, in una futura galleria degli Uffizi, che si aggiungerà a quella storica di Firenze e che verrà costruita in qualsiasi luogo del territorio italiano (naturalmente io spero in Sicilia), un posto rilevante verrà assegnato a Renato Guttuso, il più grande pittore siciliano del XX secolo ed altrettanto sicuramente uno degli artisti di quel tempo più rilevanti al mondo.

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