Così come ci sono le vite parallele – e Plutarco, fecondo scrittore come pochi, già ai suoi tempi, nel lontano I secolo, ne descrisse almeno cinquanta, tante ce ne sono pervenute -, perché non potrebbero esserci delle morti parallele? Come si sa, a vita segue morte, immancabilmente! E non cinquanta, ma due mi balzano sùbito agli occhi, quelle di san Pietro martire e di Francisco Pizarro.
Quasi tre secoli separano questi due uomini così profondamente diversi come il diavolo e l’acqua santa, eppure la storia, o qualcosa che vorrebbe esserlo, ce li consegna in punto di morte accomunati da uno stesso identico gesto, che giustifica il poterle ritenere morti parallele.
San Pietro martire, noto anche come Pietro da Verona, da non confondere con l’apostolo Pietro, primo papa e santo e martire pure lui, fu un frate domenicano, predicatore e inquisitore, vissuto nel XIII secolo; poco si sa della sua vita, il cui fatto più saliente, miracoli a parte, è la perdita della stessa, ovvero l’uccisione avvenuta per opera di un sicario nei boschi presso Seveso, mentre proveniente da Como, in compagnia di un confratello il sant’uomo si recava a Milano, al Tribunale dell’Inquisizione attiguo all’abbazia di Sant’Eustorgio.
Erano allora tempi sofferti per Santa Romana Chiesa, contestata, insidiata dalla mala pianta dell’eresia, che cresceva vigorosa e rigogliosa ovunque e in particolare nelle città dove si stava insediando la nascente borghesia, insofferente al potere temporale di papi e vescovi, e dove il popolo minuto, il popolino era disgustato dallo sfarzo e dal lusso, così poco evangelico, e dalla scostumatezza in cui vivevano molti ecclesiastici.
Arnaldisti, Poveri di Lione o Valdesi, Umiliati, Fratelli apostolici, Fratelli del libero spirito, Poveri evangelici, Patarini, Begardi e Beghine, Catari e tanti altri, un profluvio ereticale minacciava seriamente l’autorità religiosa, che ricorse alle maniere forti, all’Inquisizione; chi aveva la sventura di essere inquisito veniva privato dei beni, della casa, finiva in gattabuia e qualche volta al rogo.
È in questo contesto di dura contrapposizione tra laici e religiosi che matura presso alcuni esponenti di spicco della borghesia milanese, tra i quali forse lo stesso podestà di Milano, la decisione di sopprimere il solerte inquisitore domenicano, affidando l’incombenza a tale Carino da Balsamo, che colpì ripetutamente Pietro da Verona alla testa con un “falcastrum”, una sorta di falce e lo finì a pugnalate, mentre un suo complice feriva gravemente il confratello accompagnatore che riuscì a darsi alla fuga, ma defunse alcuni giorni dopo.
L’assassino venne individuato, arrestato e però prontamente fatto evadere, sicché in sede giudiziaria non si riuscì mai a risalire ai mandanti; consoliamoci dunque, anche allora i potenti la facevano franca, erano impuniti come adesso, come sempre.
In seguito Carino da Balsamo si pentì amaramente e sentitamente del crimine commesso, entrò in convento come Converso dell’Ordine dei frati predicatori e lì, in severa contrizione, concluse la sua vita in odor di santità, odore che gli fu riconosciuto appieno perché, caso forse unico nella storia della Chiesa, assassino e assassinato furono entrambi beatificati, a riprova di quanto la Chiesa abbia le braccia lunghe, capaci di tutto stringere a sé, vittime e carnefici, purché pentiti questi, s’intende; d’altra parte così ha da essere, come diceva Heine: perdonare è il mestiere di Dio.
Ma qual era il gesto cui si accennava all’inizio? Colpito a morte, san Pietro martire, prima di rendere l’anima a Dio, “avrebbe” trovato il tempo e la forza di intingere il dito nel proprio sangue e di scrivere sul terreno la parola “Credo”.
Uso il condizionale “avrebbe” perché in realtà la “Leggenda aurea” di Jacopo da Varagine, quasi contemporanea ai fatti in questione, si dilunga nel raccontare degli innumeri miracoli operati dal Santo prima e dopo la morte, ma nel descrivere i suoi ultimi istanti di vita non accenna affatto a scritte, semplicemente ci dice, basandosi sulle testimonianze dell’assassino e del frate ferito, che egli “Recitò, poi, il simbolo della fede”, il che ci indirizza a supporre che egli non scrisse, ma recitò il “Credo”; ciò nondimeno, l’iconografia che lo riguarda ci offre un san Pietro martire indissolubilmente legato al gesto dello scrivere “credo”; come spesso accade la suggestione ha la meglio sulla realtà.
Nel XVI secolo, in particolare, il martire della fede barbaramente trucidato dai malefici eretici, è oggetto di una vera e propria febbre pittorica, quasi non c’è pittore che non dipinga un martirio di san Pietro da Verona, puntualmente rappresentato con l’indice della mano destra intento a scrivere sul terreno intriso di sangue la parola “credo”; il Tiziano, Giovan Battista Moroni, Giovan Battista Trotti, Bernardino da Asola, il Vasari, il Foppa e altri ancora si cimentano nel fissare su tela l’ultimo suo gesto.
Veniamo ora a Francisco Pizarro che, nello stesso secolo in cui i pittori immortalavano la santa mano scrivente, compì un’impresa che non ha eguali in tutto il millenario corso della storia e che ha segnato il destino del Sudamerica; questo bastardo analfabeta cresciuto in mezzo ai porci in terra di Spagna, attraversa l’Atlantico in cerca di fortuna e si stabilisce a Panama da dove, assieme ad un altro bastardo come lui, ma di alto lignaggio, Diego de Almagro, organizza con poco più di un centinaio di uomini una spedizione in Perù, spedizione da tutti considerata una follia, tant’è che il finanziatore della stessa, un prete, tale padre Luque, vede il proprio nome storpiato in padre Loco, che in spagnolo suona padre pazzo, scemo.
Temerario e coraggioso quando spietato e crudele, Francisco Pizarro, inoltratosi tra mille difficoltà nel cuore del paese viene in contatto con l’imperatore Atahualpa e nel breve volgere di mezz’ora, pone fine all’impero secolare degli Inca catturando con l’inganno il sovrano, per la liberazione del quale chiede ed ottiene un tesoro immenso, valutato in ottanta metri cubi d’oro; fedifrago incallito non libera tuttavia il prigioniero, lo processa con l’accusa grottesca, tra le altre, di aver sperperato le pubbliche ricchezze e lo condanna al rogo, pena poi mutata con il meno doloroso garrottamento perché Atahualpa acconsente a farsi battezzare, godendo così, a beneficio della sua anima, della recita del “credo” da parte della soldataglia che lo ha catturato e che assiste all’esecuzione.
Presso questi conquistadores è stupefacente il connubio tra crudeltà e ostentata fede cristiana; quando si apprestano a massacrare qualche migliaio di Inca disarmati che accompagnano lo sprovveduto imperatore al fatale invito a cena del Pizarro, cantano l’ “Exsurge Domine”; osserva a proposito lo storico Prescott, autore de “La conquista del Perù”: “Si sarebbe detto che fossero una schiera di martiri, sul punto di dare la vita in difesa della fede, invece di una banda di avventurieri dissoluti che stavano meditando uno dei più atroci atti di perfidia negli annali della storia!”; forse non aveva tutti i torti il Leopardi a scrivere che il cristianesimo ha “effettivamente peggiorato gli uomini”.
Com’era prevedibile, tra i due soci Pizarro e Almagro, sorgono problemi sulla spartizione del ricco bottino, problemi che sfociano in violenti scontri armati tra i partigiani dell’uno e dell’altro; Almagro ha la peggio e viene fatto prigioniero da Hernando Pizarro, fratello maggiore di Francisco, che lo fa sbrigativamente garrottare; e saranno proprio i seguaci del figlio dell’ucciso ad organizzare la congiura che porterà alla morte di Francisco Pizzarro, insediatosi con il titolo di marchese come viceré del Perù nella Ciudad de los Reys, nota poi come Lima e da lui stesso fondata.
Il piano omicida prevedeva che egli sarebbe stato aggredito all’uscita della chiesa dove ogni domenica si recava a messa; uno dei congiurati rivela però al proprio confessore quanto si stava preparando e questi si premura di informare l’interessato, che comunque non dà un grande peso all’informazione, ma neppure la ignora e decide di non andare a messa, ma di rimanere nel palazzo del governatorato, trascurando tuttavia di chiudere le porte; i congiurati, un nutrito gruppo di uomini d’armi, non vedendolo uscire di chiesa pensano di essere stati scoperti e azzardano il tutto per tutto, irrompono nel palazzo; il Pizarro sorpreso non fa neppure in tempo ad indossare l’armatura, impugna comunque la spada e affronta gli aggressori, ma viene sopraffatto, colpito con un fendente alla gola si accascia sul pavimento e viene ripetutamente infilzato.
Chi legge si chiederà cosa questa morte abbia in comune con quella di san Pietro martire; oltre al fatto evidente che trattasi di morti violente non pare esserci nulla di comune tra le due, ma, tempo al tempo, non è così.
Nei primi del Seicento, uno storico di rilievo, Garcilaso de la Vega detto l’Inca, che in seguito si farà prete, dà alle stampe una corposa storia del Perù presentandoci un Pizarro pentito del flagello di scelleratezze commesse e che prima di spirare si fa devotamente il segno della croce e si bacia le dita della mano; pochi anni dopo un pronipote del marchese, Fernando Pizarro y Orellana, si spinge oltre Garcilaso proponendo una versione martiriologica della morte dell’avo, definito il Giulio Cesare Spagnolo, il quale morirebbe santamente alla maniera di san Pietro martire tracciando cioè sul pavimento con il proprio sangue un segno di fede, non la parola “credo” ma una croce; e precisamente così lo raffigura nel XIX secolo un talentuoso pittore spagnolo, Manuel Ramirez Ibanez; a Madrid, al museo el Prado, si può vedere il conquistadore dipinto con olio su tela, disteso su di un tappeto arruffato, con il capo prono sulla croce che va tracciando con il dito, attorniato da uno stuolo di aggressori con le spade sguainate, la sua abbandonata a lato.
Difficile, impossibile appurare come sia morto in realtà Francisco Pizarro, ma fosse anche vero che tracciò una croce col proprio sangue, non è detto che fosse la croce di Cristo perché, come s’è detto, egli era analfabeta e si firmava giustappunto con la croce e dunque quell’ultimo suo gesto è quanto mai equivoco, potrebbe essere un gesto di estremo ravvedimento ma altresì di fiera rivendicazione di una vita trascorsa sguazzando nel sangue.
Ma potrebbe anche non essere né l’uno né l’altro, potrebbe trattarsi di una chiamata in causa di Dio, di quel Dio che egli ha sempre pregato e invocato come protettore e complice delle sue ardimentose azioni, anche delle più nefande, e che mai gli ha negato protezione e complicità, l’ha sempre fervidamente sostenuto; senza il fattivo aiuto di Dio come avrebbe potuto un miserabile guardiano di porci come lui compiere imprese tanto grandiose e tanto delittuose? Se di colpe si tratta, Dio è correo: Francisco Pizarro muore dunque tra le braccia del suo protettore che l’ha voluto così potente e così spietato.







