La tratta dei rifiuti dopo gli schiavi

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C’era una volta la tratta degli schiavi, emblema di quello storico fenomeno di conquista di territori stranieri attuato dalle potenze europee a partire dal XV secolo. Tutti lo conosciamo col nome di colonialismo. Da un iniziale predominio commerciale dei paesi assoggettati, il colonialismo si è manifestato nei secoli successivi come sfruttamento della manodopera offerta dalle popolazioni indigene e, soprattutto dal XIX secolo, anche come uso indiscriminato delle risorse naturali dei paesi colonizzati.

Inteso come fenomeno di sfruttamento in senso ampio di luoghi e popoli più poveri, il colonialismo non si è esaurito: ha solo assunto nuove forme. Una di queste è legata alla tratta dei rifiuti: l’esportazione illecita di rifiuti tossici verso i paesi in via di sviluppo. Con l’avvento del nuovo millennio, la produzione di rifiuti in Europa e in tutto l’Occidente è, infatti, aumentata vertiginosamente. Come viene smaltita questa enorme e ingestibile mole di rifiuti? In molti casi caricandola su container che sono imbarcati e spediti verso l’Africa e il sud-est asiatico, dove la scarsa o, peggio ancora assente, regolamentazione ambientale ne rendono facile lo smaltimento.

A partire dal 2018, Malesia e India sono diventati tra i principali destinatari di rifiuti derivati dallo smaltimento di pneumatici provenienti dall’Occidente, Regno Unito in particolare. Il villaggio di Nabipur, nell’India settentrionale, è ormai un’enorme discarica di copertoni usati, spesso bruciati per produrre combustibile di bassa qualità. Per non parlare delle discariche elettroniche che stanno invadendo ampie zone dell’Africa. Agbogbloshie, un sobborgo di Accra, capitale del Ghana, si è trasformato in uno dei principali hub mondiali per lo smaltimento di rifiuti elettronici (RAEE). Questi vengono bruciati a loro volta per estrarre componenti e materie prime da rispedire negli stabilimenti industriali dei paesi sviluppati. Attività come queste hanno un impatto ambientale enorme: sprigionano una grande quantità di sostanze chimiche tossiche che inquinano l’aria e i terreni, entrano nella catena alimentare e generano effetti disastrosi sulla salute delle popolazioni locali.

Per i paesi più industrializzati, esportare rifiuti tossici verso luoghi più poveri e privi di normative ambientali è molto più vantaggioso che riciclarli internamente, e consente loro di mettere la propria popolazione al riparo dalla vista disturbante degli stessi scarti e da potenziali malattie. Ma come è possibile che questo enorme commercio internazionale non sia regolamentato? In teoria, nell’Unione europea vige il divieto di esportazione di rifiuti pericolosi come i RAEE verso paesi che non sono membri OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), dove cioè non sono in vigore leggi adeguate in materia di sicurezza e ambiente. Eppure, l’assenza di adeguati controlli sui traffici e la necessità di far fronte a un’emergenza rifiuti ormai ingestibile favoriscono la violazione costante di queste norme.

Ogni paese dovrebbe essere in grado di smaltire internamente gli scarti che la propria popolazione produce, secondo quei criteri di autosufficienza e prossimità che rientrano tra gli ambiziosi obiettivi dell’Unione europea in materia di rifiuti. Ma, soprattutto, l’Occidente dovrebbe fare i conti con le evidenti contraddizioni del modello consumistico-capitalistico di cui il colonialismo ambientale rappresenta un orribile prodotto.

MANUELA RAPACCHIA 28 Articoli
Web writer, coordinatrice didattica nella Formazione post-laurea alla Cattolica di Milano, Master Politecnico di Milano in Brand Communication, laurea magistrale in Arti Visive a Bologna, dopo la triennale in Lettere Moderne.