Non tutti pazzi per Freaks Out

Non tutti pazzi per Freaks Out

 

 

C’è un po’ di tutto nel film “Freaks Out” scritto da Nicola Guaglianone, già coautore con Menotti del film cult “Lo chiamavano Jeeg Robot” del 2015, entrambi diretti dal romano Gabriele Mainetti.

Italia, i giovani quarantenni, i premietti

Ormai è risaputo che vincere ai Festival non sempre significa aver fatto il film migliore. Difatti “Freaks Out” ha vinto il Leoncino D’Oro all’ultimo 78 Festival del Cinema di Venezia. Già il fatto che si chiami un premio “leoncino” la dice lunga su come il nostro Paese consideri il concetto di premio: non sei un grande, sei un grandicino, premio scolastico di incoraggiamento. Un premio chiamato così può solo esistere in un Paese dove a 40 anni ancora si è considerati giovani.

Citazioni e anomalie in “Freaks Out”: aspettative deluse

Nel titolo del film c’è una pretesa di larghe aspettative: il riferimento diretto è al terrificante film di Tod Browning del 1932 “Freaks”, recitato da reali attori fenomeni nel senso più tragico del termine, uomini privi di arti o deformi.

Ci sta l’ambizione poetica de “La Strada” di Fellini, con la miseria delle anime perse del circo, ma le anime di Mainetti sembrano più perse nella sceneggiatura galleggiante, sfilacciata e disordinata che nelle loro difformità o anomalie. Queste in realtà qui vengono esaltate come poteri un po’ trash e un po’ lirici.

Se volevano essere citazioni, sembrano più che altro scopiazzature per ovviare alla mancanza di fantasia: dall’eco del Dario Argento di “Phenomena” con l’uomo che manipola a suo comando gli insetti (interpretato dal bravissimo Pietro Castellitto, unica vera sorpresa del film), ai superpoteri incendiari dell’eroina dal sapore mediterraneo, che ricorda i superpoteri del protagonista del film scandinavo “Mortal” di André Øvredal del 2020, affetto anche lui di surriscaldamento corporeo incendiario.

I vecchi cliché di Freaks Out

Immancabile il nano, con ammiccamenti non velati  al suo fallo infallibile messo in mostra senza un perché se non quello di apparire goliardici. Infine il capomastro con velleità da mattatore, un vecchio capo di un circo de noantri (ma non abbastanza), interpretato da un ordinario Giorgio Tirabassi che non esula da una recitazione da prima serata tv.

Franz Rogowski interpreta troppo bene la sua parte rispetto ad un ruolo che oltrepassa il cliché trito e ritrito del nazista maniacale, schizofrenico e appassionato di musica classica.

Ormai infatti si sa che nella cinematografia chi beve buon vino, veste elegante, fuma sigarette, ascolta musica classica e mangia cibi raffinati è cattivo, mentre i buoni sono scarmigliati, bevono birra dalla bottiglia con i piedi sul tavolo, si danno il cinque e fumano gli spinelli.

Il fantasma Tarantino

E anche qui, il trattamento ridicolizzante dei nazisti curati e sadici (o meglio, curati perché sadici) evoca in maniera noiosa “Inglorious Bastard” di Tarantino.

Non manca un coito sgarbato fra l’uomo barbuto con la sindrome di Ambras (interpretato da uno sprecato Claudio Santamaria, protagonista fuoriclasse dell’originale “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e l’anima gemella, una circense pelosa di tipo francese anche lei affetta da eccesso di peluria.

Lontana anni luce dalla Annie Girardot de “La donna scimmia” di Ferreri del 1964, la donna scimmia glamour di Mainetti aspira al tocco sorrentiniano senza raggiungerne lo stile sanguigno e barocco.

Sprecato il talento di Claudio Santamaria

La storia ha pretese che la sceneggiatura non si cura di corroborare: un nazista che un po’ vuole uccidere il gruppo circense per i loro poteri eccezionali, un po’ invece li vuole salvare per donare a Hitler armi segrete; su tutto regna la ragazzina col potere di incendiare qualunque umano tocchi, che il nazista ritiene poter essere la chiave di svolta della guerra del suo amato Führer.

Neppure un attore del calibro di Claudio Santamaria riesce a colmare la carenza di sceneggiatura; Santamaria si riconferma essere uno dei pochi attori italiani senza affettazioni narcisistiche autoreferenziali, con una carica di carnalità tale da trasformare tutti i suoi protagonisti in dannati di strada.

Ma non basta la sua presenza a tenere in piedi un film noioso, ripetitivo, la cui trama fa acqua da tutte le parti.

Una favola confusa e confusionaria

A “Freaks Out” è mancato un produttore come Franco Cristaldi, che tagliò “Nuovo Cinema Paradiso” di 25 minuti regalando l’Oscar a Giuseppe Tornatore nel 1990.

I dialoghi rasentano la banalità televisiva, e se il proposito era quello di azzardare una favola sulla persecuzione nazista degli Ebrei alla stregua de “La vita è bella” di Benigni, lo scopo non è stato raggiunto. Le favole sono credibili quando lo è anche la loro struttura, non bastano scenografie ed effetti speciali.

Il successo della ruvida e riuscita favola urbana “Lo chiamavano Jeeg Robot” lo dimostra. Le favole sono miti, e il mito ha  una struttura narrativa ferrea. Qui più che favola si ha un pot-pourri di cliché confusi e confusionari, molto rumore per nulla.

La periferia romana incanta più di Freaks Out

Perché, anche per citare stili e maestri, bisogna poi sapersene appropriare. Altrimenti restano pallide copie alla stregua di un piatto di pastasciutta mangiato all’estero. Un film che ambisce al lusso dell’onirico deve tenere l’asta a livello di quanto si è prefissato. Altrimenti, è più salubre restare nel proprio mondo, quello della periferia romana, dove le favole brillano di meno e incantano di più.

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