Emilio Isgrò, Sì alla notte, un congedo che non si cancella

Emilio Isgrò, Sì alla notte, un congedo che non si cancella
Nella foto: Emilio Isgrò. Courtesy Archivio Emilio Isgrò

Un’amicizia di lunga data con Emilio Isgrò

Lo conosco da molto tempo, e con il tempo siamo diventati amici. Il mio solo imbarazzo, dovendo parlare del suo lavoro e dei risultati che ha raggiunto, è la mia limitata capacità. La sua ricerca nella storia delle arti è stata e resta innovativa e importante, in particolare nelle arti visive e nella letteratura. È allo stesso tempo poeta, il suo ultimo libro Sì alla Notte è stato pubblicato recentemente nella prestigiosa collana “Poeti della Fenice” da Guanda editore ed ha ottenuto l’ambito premio Montale.

Ma egli è anche scrittore, drammaturgo, pittore e scultore. In questi casi si usa dire, ma è un termine che io non ho mai amato molto, artista poliedrico, che ha cioè, come specifica il vocabolario, una multiforme capacità. Personalmente, preferisco pensarlo come un’intelligenza complessa ed anche straordinaria; cum + plector ovvero dove molte cose si intrecciano in un tessuto che tiene il tutto “insieme”.

Questo mi fa pensare storicamente e culturalmente alla testa della Medusa, non quella zoologica che ancora oggi a volte semina il panico orticario nei nostri mari estivi, ma quella della mitologia greca che Perseo barbaramente recide.  Operazione raccontata nella scultura da Benvenuto Cellini che immagina l’eroe greco brandire con la mano sinistra il terribile trofeo della testa della Medusa e realizza una scultura fondendola nel bronzo. Scultura che da sempre fa bella mostra di sé in piazza della Signoria a Firenze. Molti gli artisti che, dopo di lui, hanno dedicato opere a questa immagine, a partire dal Caravaggio e Giovanni Lorenzo Bernini. E sempre tutti la dipingono e la scolpiscono con quell’inestricabile groviglio di serpenti in movimento, al posto dei naturali capelli, che nella mia personale lettura del mito non sono nient’altro che le nostre idee, i nostri pensieri, la nostra immaginazione, il nostro sapere.

Ecco, se io penso ad Emilio Isgrò, al suo multiforme procedere nella ricerca, che è un continuo approfondimento della conoscenza, posso benissimo immaginarlo con la testa della Medusa che ai miei occhi, in modo evidente, è la raffigurazione visiva della complessità del sapere umano. Nella realtà, Emilio Isgrò, la testa che porta sulle sue spalle è quella di un antico greco: un diretto discendente, anche con riferimento a quella parte della Sicilia dove nel 1937 è nato, cioè a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina).

La ricerca

Nella sua ormai lunga carriera, è stato anche, come ho scritto, drammaturgo. Sul lavoro drammaturgico, aspetto niente affatto secondario nella sua ricerca, sul numero 3 di questo stesso giornale, è intervenuta la professoressa Martina Treu ed è alla sua straordinaria competenza storica che rinvio il lettore.

Il lavoro visivo più conosciuto di Emilio Isgrò sono le “cancellature” di testi, libri, documenti, immagini e parole. Con questa “operazione”, quasi senza volerlo è diventato oggettivamente un anello di congiunzione tra passato, presente e futuro. Senza per questo sentirsi o volersi collegare fra gli artisti futuristi, un movimento creato dal poeta F. T. Marinetti che tanta influenza avrebbe avuto nel secolo scorso nella ricerca in quasi tutte le arti: la pittura, la scultura, la fotografia, l’architettura, il teatro, la musica, il cinema, la poesia.

Con le cancellature Emilio Isgrò non credo intenda compiere un gesto iconoclasta, né distruttivo tout court in senso “rivoluzionario”. La nostra generazione è cresciuta nel mito delle grandi rivoluzioni che hanno tentato di mutare la condizione del mondo, spesso come figlia di quella francese con i suoi imperativi: liberté, égalité (la terza fraternité è stata storicamente aggiunta durante i grandi sommovimenti del 1848).

Due e poi tre parole che possono e debbono viaggiare sempre insieme, perché è semplicemente illusorio pensarle separate. La libertà esiste se c’è l’uguaglianza e l’uguaglianza può esistere solo se c’è una libertà vera. La fratellanza è il sigillo, la conseguenza naturale dell’attuarsi delle prime due.

E sempre parlando di rivoluzioni vorrei evidenziare quella realizzata dall’esperienza della Comune di Parigi, drammatica e grandiosa allo stesso tempo, che ci ha lasciato in dono l’inno “internazionale” che diventerà poi con la rivoluzione bolscevica del secolo scorso, e forse anche prima, l’inno dei lavoratori di tutto il mondo. Ebbene in un verso dell’Internazionale scritto da Eugène Poitier nel 1871 si legge: du passé faisons table rase.

Interpretare le cancellature, Emilio Isgrò e la sottrazione

Ma tornando alle cancellature di Emilio Isgrò, è innegabile che compiendo questa operazione l’artista è come se facesse tabula rasa di un libro, di un’enciclopedia, di un testo e del linguaggio in cui è scritto. La cancellatura è in effetti un gesto distruttivo, annulla il senso, ma paradossalmente non credo che questo fosse e sia il vero obiettivo dell’artista. Obiettivo fra l’altro impossibile da raggiungere perché da tempo viviamo, grazie a Johannes Gutenberg, di stampa tipografica che vive a dispetto della virtualità.

L’artista sa benissimo che quando cancella un testo continueranno ad esistere altre migliaia di copie dello stesso. Il valore della cancellatura è quindi prevalentemente simbolico. Emilio Isgrò non intende distruggere ma solo occultare, sottrarre quel testo alla vista e alla conoscenza (ma solo in quel caso specifico).

Occultare potrebbe sembrare quasi un’operazione difensiva, di preservazione; così la qualificherebbero le tecniche militari che comunemente utilizzano questo termine. Ma allora dov’è il senso della cancellatura? Cerco di spiegarlo a me stesso.

Cancellare è per tutti noi un termine familiare, perché fin dai primi anni di scuola lo abbiamo fatto, eseguendo gli ordini (spesso militareschi) delle maestre o dei professori, di cancellare ciò che era scritto con il gesso sulle lavagne nere. Solo che in questo caso la cancellatura non era nient’altro che un gesto di pulizia e di ciò che era scritto sulla lavagna non rimaneva più nulla, nessuna traccia. Né traccia alcuna rimaneva dell’operazione di cancellazione.

La forza comunicativa

Al contrario, quelle che realizza ormai da decenni l’artista, nel momento stesso in cui vengono eseguite, istantaneamente, e per il modo in cui vengono eseguite, creano un nuovo linguaggio, visivamente potente e fortemente comunicativo. E da quel momento questo nuovo linguaggio agli occhi dell’osservatore prevarrà su ogni altra considerazione. Un linguaggio sicuramente rivoluzionario, non certo per ribaltare le cose ingiuste o ingrate del mondo, ma almeno per produrre un’arte capace di graffiare la pelle del mondo, come Emilio Isgrò mi scrive nella bella dedica di cui gli sono grato, sul suo ultimo e magnifico libro di poesie Sì alla notte.

Sì, le cancellature non fanno tabula rasa del sapere del mondo, non annullano distruggendo, ma azzerano temporaneamente conservando. È come immergersi nella cultura zen che ci insegna a liberare la mente. É come, metaforicamente, scendere da un treno giunto alla stazione di un luogo nuovo ed ancora sconosciuto. Ne discendi carico di bagagli e ti guardi intorno un po’ spaesato. Inizialmente non sai dove andare, cerchi una soluzione, devi prendere una decisione. La più immediata è liberarti temporaneamente del fardello che porti, lasciandolo al deposito. Poi, molto più leggero, esci dalla stazione per avviarti alla scoperta di un mondo nuovo che ancora non conosci.

Ecco le cancellature di Emilio Isgrò: quasi un buon viatico, conforto, guida e sostegno nell’intraprendere un nuovo viaggio.

Dal gesto poetico alla poesia di Emilio Isgrò

Sì alla notte, questo suo ultimo libro di poesie è semplicemente bello. Per la leggerezza, il ritmo, la musicalità della scrittura e per la tecnica riproposta del sonetto che, come si sa, storicamente è una creazione dei poeti siciliani, siamo ai tempi irripetibili di Federico II, sopra ogni altro Jacopo da Lentini (1210-1260) detto il notaro.

Il libro ne contiene 276 che leggi senza mai annoiarti. Versi che non fanno più emergere nessuna ansietà, nessun dubbio, elementi che per molti anni hanno accompagnato la vita dell’autore che viaggia ormai pago e sereno, come non fosse più coinvolto in quelle infinite battaglie quotidiane che non sempre fai contro gli altri. L’autore sembra i conti averli ormai fatti con il mondo ed anche con se stesso. A pagina 199 il cui primo verso di Congedo recita:

Non è da te il congedo, è da me stesso.

Ma di questa che io trovo sia una straordinaria poesia quello che mi ha fatto e mi fa ancora riflettere molto è la terza strofa:

che punta il Paradiso per l’Inferno,

in uno scambio aspro di preghiere

che cerca invano della ruota il perno

Mi par di capire che il perno sia ancora una volta il mistero fittissimo dell’intero universo e del tutto che gli gira intorno. D’altronde, il titolo è assai significativo di un autore rappacificato con se stesso: “Sì alla notte”, quasi un congedo. Eccone l’atmosfera:

mai più saprò quel che mi può accadere

se per noia sprofondo nell’averno

e tu non hai più nulla da temere

 

Dello stesso autore: Franco Scaldati, Marsilio pensa al suo teatro