Franco Scaldati, Marsilio pensa al suo teatro

Franco Scaldati

Marsilio Editore e il teatro di Franco Scaldati

Nessun dubbio che l’ultra quarantennale esperienza di Franco Scaldati a Palermo, prima come attore, e poi come drammaturgo-attore, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, meriti la nostra attenzione.

L’opportunità di intervenire è anche suggerita, naturalmente, dall’uscita in libreria dei primi due imponenti tomi, degli otto previsti, dedicati al suo teatro, pubblicati dalla Marsilio Editore, a cura di Valentina Valentini e Viviana Raciti.

Il mio compito non sarà quello di recensire questi due importanti libri, semplicemente perché non ho competenza specifica. Per tutta la vita mi sono occupato di arti visive e musica contemporanea. La mia sarà soltanto la nota non di uno spettatore, perché purtroppo non ho mai assistito ad una rappresentazione del teatro di Franco Scaldati, ma quella di un comune lettore di questi primi due volumi.

Milano e i suoi teatri

Nel teatro in generale, sono stato solo un saltuario spettatore, ma debbo dire sempre molto curioso e interessato. Ho passato molti anni della mia vita a Milano, una delle grandi città europee dove, in questo settore delle arti, molte pregevoli cose sono avvenute in questi ultimi decenni.

È a Milano che nel 1947 è stato fondato il Piccolo Teatro da Giorgio Strehler, da Paolo Grassi, e sua moglie Nina Vinchi, che ho frequentato direi puntualmente. Come, ma un po’ meno, ho frequentato il Salone Pier Lombardo, fondato nel 1972 da Franco Parenti, André Ruth Shammah, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Luigi Forcioni.

Il Salone Pier Lombardo dal 1989, dopo la morte di Franco Parenti ed in suo onore, ha preso il nome di Teatro Franco Parenti, sotto la direzione artistica di André Ruth Shammah.

Ho visto nascere nel 1976 il primo teatro underground milanese, Out Off, fondato dal mio amico Mino Bertoldo che tuttora lo dirige. Per Mino Bertoldo Out Off significava: “stare in disparte, evitare di inseguire il facile consenso, stare esclusivamente dalla parte degli artisti per conoscere, capire ed interpretare meglio il presente”.

All’inizio degli anni Sessanta avevo conosciuto Franco Quadri, più grande di me di pochi anni, con il quale ho sempre intrattenuto buoni rapporti, anche quando è diventato uno dei maggiori critici teatrali contemporanei.

Last but not least conosco da molto tempo e stimo Valentina Valentini, una delle due curatrici dei libri curati da Marsilio.

Franco Scaldati, il sarto

Franco Scaldati è nato il 13 aprile del 1943 a Montelepre (provincia di Palermo) ed è morto a Palermo il 1 giugno del 2013. Era di umili origini, abbandonò la scuola prima di conseguire la licenza elementare, e fu immediatamente avviato, come succedeva a quei tempi in Sicilia, a quasi tutti noi ragazzi, più o meno suoi coetanei, ad imparare un mestiere. A lui toccò quello del sarto, la stessa sorte che toccò a me in un altro borgo della Sicilia.

Il sarto, lo dico per diretta esperienza, è uno dei mestieri artigianali che più stimola la creatività. Lui fu anche fortunato perché iniziò a lavorare in una sartoria frequentata da attori di teatro. Ed è probabilmente questa continua frequentazione che fa nascere e crescere in lui l’interesse per il teatro.

Sarto, attore e drammaturgo

Il Sarto, questo sarà poi il soprannome che si porterà dietro per tutta la vita, divenne crescendo prima attore di teatro, e subito drammaturgo-attore. Scrive e mette in scena le sue opere, siamo alla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Le prime furono Il pozzo dei pazzi, Lucio, Mano Mancusa, Il cavaliere del sole.

Iniziò al teatro Biondo di Palermo dove aveva debuttato come attore e poi nel tempo aprirà, sempre a Palermo, i teatri indipendenti: Teatro & Co., Re di Coppe e nel 1976 rileva e rilancia il Piccolo Teatro di Palermo.

A che serve il teatro? –  si chiese o gli chiesero. Rispose che “è una forma d’arte che implica immediatamente l’uomo, che obbliga a vivere, a incontrarsi, a scontrarsi”.

I testi teatrali di Scaldati

I suoi testi non contengono una trama evidente, strutturata, sono prevalentemente il dialogo tra due soggetti e mettono in scena il continuo, infinito chiacchiericcio, prevalentemente, degli ultimi, degli umili della terra. Un chiacchiericcio banale, ripetitivo, ma mai linguisticamente uguale a se stesso, molte volte greve, scurrile, ma non volutamente volgare. Scritti tutti in dialetto palermitano, primitivo ma non primordiale.

Franco Scaldati si limita a mettere per iscritto una lingua imparata a memoria, di fatto reinventandola, basandosi soprattutto sulla sonorità delle parole-parlate. Che io ricordi c’è solo qualche precedente illustre, di testi scritti in dialetto palermitano, e sono quelli del grande poeta che è l’abate Giovanni Meli (1740-1815) e dell’altrettanto grande poeta, in parte suo contemporaneo Ignazio Buttitta (1899-1997). Anche i testi di Franco Scaldati sono scritti moltissime volte in forma poetica, e così venivano recitati da lui, come si può evincere da una ripresa video di un suo spettacolo al teatro Biondo, oggi conservato dall’archivio Scaldati.

Testi tradotti e il teatro dialettale

La traduzione in lingua italiana, che questi primi due volumi ci propongono, pur ammirevole, mai potrà restituirci la musicalità, a volte anche aspra e stridente, ed in definitiva l’energia della lingua scritta che Franco Scaldati si è reinventato. A questo punto mi pongo il quesito, forse inutile, se la drammaturgia proposta dal nostro autore è di avanguardia. No, è semplicemente altra, un altro modo di sperimentare in teatro.

Il teatro dialettale è sempre esistito, anche, se non soprattutto, in Sicilia. Penso ai cantastorie, una tradizione che, ricopio da internet, “deriva da lontani precedenti quali gli aedi e i rapsodi greci, i giullari, i menestrelli, i bardi celtici, gli scaldi nei paesi dei vichinghi, i trovatori del medioevo francese e della scuola poetica siciliana”. E penso all’opera dei pupi ancora oggi attiva nella nostra Sicilia contemporanea.

Dal dialetto una nuova lingua

E naturalmente penso alla compagnia teatrale di Giovanni Grasso che all’inizio del secolo scorso in Sicilia recitava soprattutto in dialetto e all’apporto che vi diede un grande attore come il catanese Angelo Musco. E da molte altre esperienze pregevoli, su tutto il territorio nazionale, che appartengono ormai e legittimamente alla storia del teatro italiano. Ma nel caso di Franco Scaldati penso soprattutto a Dario Fo, perché è lui il primo e grande inventore italiano di una nuova lingua teatrale che diventa essa stessa il soggetto principale rappresentato, subendo, da recita a recita, continue variazioni basate soprattutto sulla capacità dell’attore-autore di improvvisare sulla scena. Di creare durante il processo stesso della rappresentazione, direttamente davanti e con il pubblico. Processo creativo mutuato da una delle altre grandi arti, la musica, che questo fece ampiamente nel secolo scorso, soprattutto con la ricerca che abbiamo storicamente denominato jazz.

Similitudini, Franco Scaldati e Dario Fo

Il teatro di Dario Fo è epico-storico e fiabesco allo stesso tempo. Contiene sempre un facsimile di copione che naturalmente l’autore continua a reinventarsi. Anche per Franco Scaldati non esiste un copione completamente definito a priori. Il copione, ricordiamolo, è l’evoluzione storica di quello che per secoli si chiamava canovaccio: una traccia preparata dal capocomico che chiamava gli attori ad improvvisare sul tema indicato. Ed era la bravura del capocomico e degli attori chiamati a recitare improvvisando, che in sostanza determinava il successo o l’insuccesso della rappresentazione.

Il capocomico e il canovaccio

Per secoli la figura del capocomico ha inglobato in sé l’attività creativa della compagnia, la creazione di un canovaccio, la scelta degli attori, la regia dello spettacolo, la responsabilità dell’organizzazione. Il capocomico era ed è ancora oggi quello che potremmo definire un artista manager. Ma perché si chiamava e si chiama capocomico? Dopo il periodo delle grandi rappresentazioni teatrali realizzate nell’antica Grecia, “le tragedie”, le commedie, il teatro per molti secoli si concentrò in opere che sottilmente criticavano il potere. Per non correre rischi soverchi, gli autori facevano passare la loro satira al potere attraverso la comicità. Il risultato non era meno efficace della critica esplicita. Una risata vi seppellirà, è la frase ormai famosissima attribuita nell’ottocento al grande rivoluzionario Bakunin. Era un teatro basato sulla comicità e quindi sul capocomico.

Dal canovaccio al copione

Con quella che è stata chiamata “la riforma goldoniana” (in effetti preceduta da più di un secolo da William Shakespeare 1564-1616 ed il suo teatro), nasce il concetto di copione moderno. Da quel momento il copione esclude che gli attori possano improvvisare. La grande o piccola novità di Franco Scaldati non è quella di eliminare il copione che formalmente continua ad esserci, né è quella di riproporre il canovaccio che però sostanzialmente viene riproposto.

La realtà è che il suo copione non è solidamente strutturato, ha una “struttura liquida”, basata sulla memoria dell’autore che è cresciuto come scrive nella sua chiara introduzione al primo volume Viviana Raciti, “nel contesto della Palermo devastata nell’immediato dopoguerra”. O come lo stesso Franco Scaldati ha dichiarato, a proposito del suo primo testo Il pozzo dei pazzi, in un’intervista rilasciata a Gianni Manzella per il giornale Il Manifesto: “quando l’ho scritto, erano personaggi che da ragazzino mi erano rimasti impressi. Il periodo dai 4 ai 14 anni lo vivo al borgo. Il Borgo è un carnaio micidiale, soprattutto in quegli anni, nel dopoguerra, un’esplosione di umore e di violenza estrema e questi sono personaggi di quegli anni, filtrati attraverso le esperienze vissute”.

Teatro, letteratura

I testi di un drammaturgo sono letteratura? Personalmente penso che qualsiasi cosa si scriva sia in pectore letteratura. E naturalmente i testi per il teatro lo sono ancora di più. Difatti, nel solo caso italiano, due dei nostri più grandi drammaturghi Luigi Pirandello e Dario Fo, hanno ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Il primo nel 1934 e il secondo nel 1997. Gli antichi greci avevano, come dire, codificato il settore distinguendo due categorie principali: il tragediografo e il commediografo. Categorie che rimangono valide ancora oggi ma che non sono esaustive.

Da più di due secoli su suggerimento del filosofo Gotthold Ephraim utilizziamo la denominazione drammaturgo che tutte le categorie riassume. Termine alquanto ambiguo ed incerto, etimologicamente, che nell’antico greco si compone delle parole “agire” e “opera”. Oggi possiamo più semplicemente definirlo colui che scrive per il teatro.

Il teatro e la storia

Ed allora come ultima questione è naturale chiedersi, che cos’è il teatro? Dai greci in poi in quest’area del mondo che è soprattutto il mediterraneo, è l’invenzione di uno “spazio deputato” dove il pubblico si raduna per vedere ed ascoltare delle storie. Uno spazio organizzato: da una parte il pubblico, dall’altra la scena, una macchina scenica semplice e complessa nel suo funzionamento. Gli uomini si sono sempre raccontati delle storie, a volte relative a fatti veri, realmente accaduti, che meritavano una riflessione per essere ben compresi nelle conseguenze che comportavano per la comunità; a volte totalmente inventate che servivano agli autori per porre al pubblico e verificare alcune loro idee.

Il pubblico…

Non è solo ospite del teatro, è parte integrante della rappresentazione, partecipa ad un rito che è sempre catartico, ride, applaude, a volte fischia in segno di disapprovazione. Se ci pensiamo bene il teatro è come un centro di analisi o meglio di autoanalisi collettiva, molto prima della nostra psicanalisi contemporanea. Dopo più di 2.500 anni la forma-teatro, il primo e più importante per il mondo greco fu il teatro di Dioniso presso l’Acropoli di Atene ed è lì che per la prima volta si rappresentarono le tragedie di Eschilo (525 a.C. – 456 a. C.), Sofocle (496 a.C. – 406 a. C.), Euripide (485 a.C. – 406 a.C.), e le commedie di Aristofane (444 a. C. – 386 a. C.) e Menandro (342 a. C. – 291 a. C.).

Il teatro cambia nel tempo

Fin dall’antichità la forma teatro è stata elaborata dai migliori artisti e dai migliori architetti. A ben vedere malgrado una sua naturale evoluzione, un solo elemento è rimasto quasi uguale nel tempo, quello del cantastorie. I romani continuarono, ma solo in parte, la tradizione greca. Introdussero nuove forme di rappresentazione, creando di fatto il concetto di spettacolo. Al teatro Flavio dell’antica Roma, il più storicamente famoso, che oggi chiamiamo Colosseo, si rappresentavano spettacoli di ogni tipo, dal combattimento mortale tra gladiatori, al massacro di una “nuova setta”, così erano allora definiti i cristiani.

Dalla storia alla sperimentazione di Franco Scaldati

Questa brevissima, personale e sommaria storia del teatro, mi è però propedeutica per inquadrare meglio l’esperienza, la sperimentazione continua, di Franco Scaldati, La natura del suo mondo, del suo universo. Non vi è alcun dubbio che è stato un drammaturgo di grande talento ed uno straordinario poeta. La sua infinita ricerca sul dialetto (lingua?) palermitano lo testimonia.

E’ stato un antropologo della lingua parlata ed è stato un musicista naturale perché è solo attraverso la memoria fonica che la ricostruisce “la lingua” e un po’ la reinventa. E’ stato un capocomico costruttore di Teatri, ed è stato un attore straordinario. Ma è stato anche, per tutte queste cose (virtù) insieme un unicum inimitabile e credo purtroppo irripetibile. Questa è la grandezza della sua ricerca, testimoniata da questa straordinaria impresa editoriale, ma anche paradossalmente il suo limite.

 

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