
Negli USA la danza da entertainment non è sospetta di basso profilo, di “volgarità” pop, come nell’elitario Vecchio Continente, che faticosamente si acconcia adesso ad accettarla e valorizzarla.
Sta di fatto che pubblicità, videomusic, show tv stanno forse finalmente sdoganando la danza “non colta” che dilaga del resto sui social media sconfinati, viaggiando al di là delle dimensioni locali di spazio/tempo/costume.
Danze da Super Bowl
Il Super Bowl, la finale del campionato della National Football League – football americano – negli USA è l’evento degli eventi, imperdibile. Entra in gioco l’immagine del grande paese a tutto campo e quindi ecco bandiere e simboli: maneggiare con cura. Quest’anno anche il Super Bowl ha danzato, soprattutto latino, con l’idolo Bad Bunny, il primo artista a vincere il Grammy per il miglior album dell’anno con un disco interamente in spagnolo, esibizione che ha irritato Donald Trump, capace di sostenere che negli States nessuno capisce quella lingua.
Cantando appunto durante l’intervallo della trasmissione vista da 134,5 milioni di spettatori Bad Bunny ha esordito con “ICE out”, alludendo agli eventi sanguinosi di Minneapolis con la caccia agli immigrati.
Il coreografo peruviano
Il coreografo dell’Halftime Show al Levi’s Stadium, per questa edizione battagliera del Super Bowl, era il peruviano Pato Quiñones, che ha lavorato per Daddy Yankee, Nicky Jam, Manuel Turizo y Paulina Rubio. Tra perreadoras, salseros, rumberos, reggaetoneros, i performer si sono scatenati/e, in massa con i guest Lady Gaga, Pedro Pascal, Cardi B., rapper afrocaraibica, Karol G., cantautrice colombiana, Jessica Alba, di origini greco-messicane: una sfida al sovranismo bianco, nel canto, nel ritmo e anche nel ballo.
Circa 380 persone vestite da ciuffi di canna da zucchero e mais hanno ricreato una piantagione uguale a quella nativa del cantante a Puerto Rico; il finale era la sfilata delle bandiere di tutte le Americhe, Cuba compresa – ”God bless” – mentre lo schermo alle spalle di Bad Bunny era illuminato dal messaggio “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.
Bad Bunny ha poi tolto tutte le foto dal suo profilo Instagram, senza dare spiegazioni, lasciando i fan a interrogarsi su questa scelta rivoluzionaria, “anti-presenzialista” a oltranza.
Danze da Oscar
In questi tempi densi di cerimonie di intrattenimento di massa – benefico o fuorviante che sia – in piena guerra del petrolio, gli Oscar 2026 da Los Angeles hanno lanciato messaggi di pace, senza urlare ma con decisione, e regalato le loro danze multietniche, nonostante la politica sovranista-interventista del Presidente.
I film più candidati all’Oscar 2026 raccontano storie non omologate all’ideologia del mondo trumpiano; sarà ancora possibile privilegiare questi contenuti per le produzioni a venire, dopo che Paramount, che ha in pancia CBS e MTV, ha acquisito Warner vincendo su Netflix,e assorbendo quindi la CNN? Il mix tra tutti gli schermi è ormai il tesoro più prezioso per la propaganda.
Chalamet, dichiarazioni incaute e pubblicità gratuita
Ma intanto, Timothée Chalamet, fluido enfant prodige (trentenne) del cinema, francese-americano, candidato all’Oscar (mancato) come miglior attore protagonista per Marty Supreme, si è azzardato a dire che “non vorrebbe lavorare per l’opera e il balletto, terreni che ci si sforza di tenere vivi, anche se non interessano più a nessuno”. Prevedibile la tempesta su di lui, ma anche molto più di un quarto d’ora di celebrità.
Inquadratissimo dalla diretta Oscar, eccolo smentito dal programma della serata di gala dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences; stasera si balla. Lo fanno gli afrodiscendenti di Sinners, musical thriller horror pluripremiato, in una panoplia di genio ritmico e canto dal Mississippi, in vesti comuni ma anche con lunghe maniche orientali e sulle punte – Misty Copeland, la prima non bianca a diventare principal dell’American Ballet Theatre nel 2015 – in rosso fiammante nel costume dell’Uccello di fuoco stravinskiano. Danzano pure i coreani su Golden, song vincente del film KPop Demon Hunters, tra lunghe gonne colorate tradizionali e tute urban odierne.
Misty e la “diversità in danza”
Alla ballerina afrodiscendente transoceanica 43enne, che ha dato il passo d’addio in teatro, che ha superato un intervento all’anca e che ora si adopera per sostenere con la sua fondazione “la diversità in danza”, Chalamet, che per promuovere il suo Marty Supreme si era valso anche dell’immagine Instagram di Misty e della sua arte, ha dedicato doverosamente una sua personale standing ovation dalla platea.
Si sa che per la Corea la coreografa era Mandy Moore, mentre l’Head Choreographer del film Sinners è il titolatissimo Aakomon “AJ” Jones, brillante sul tema-chiave I lied to you, interpretato live on stage dal magnifico cast in testa alla cerimonia.
Nel 2026, comunque, è entrata una nuova categoria nel ricco paniere degli Oscar: miglior casting, e il premio per questo è andato a una donna, Cassandra Kulukundis, di origine filippina. A quando la categoria miglior coreografia da film?






