
Accade spesso che i testi riguardanti una precisa condizione umana, come la disabilità e la “grande età”, siano il frutto di esperienze vissute. Affrontare tematiche di questa portata implica la conoscenza profonda delle difficoltà pratiche quotidiane, oltre che un’attenta comprensione dei risvolti psicologici. È andata più o meno così per Martyna Majok (1985), drammaturga di origini polacche naturalizzata americana. Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 2018, è autrice di Cost of Living ora in scena al Teatro Franco Parenti fino al 28 novembre.
Il testo, dalla vita alla scena
Il testo della Majok trae spunto dalle sue passate esperienze lavorative nell’assistenza a persone disabili e nasce in occasione di una difficile condizione personale, nell’impossibilità di tornare in Polonia per assistere ai funerali di un caro congiunto perchè in grave difficoltà economica. Bloccata a New York all’interno di un appartamento in subaffitto, sola, in un luogo estraneo e con la neve che cade fuori (elemento naturale che inserirà poi nel testo), l’autrice compone il monologo con cui si apre la pièce. A parlare è Eddie, un uomo che sembra dialogare con un fantasma, con un “altro” visibile soltanto a lui, nel tentativo di colmare un’insopportabile solitudine. Una scelta strutturalmente indovinata. Infatti, questo incipit più che una semplice introduzione, si qualifica come un’anticipazione drammatica di ciò che accadrà nell’opera, svelando sin da subito il destino di isolamento a cui il protagonista è tragicamente avviato.
In apertura, la vulnerabilità di quest’uomo, ex camionista, ex alcolizzato ed ex marito, appare come il fulcro della vicenda, mentre lo sviluppo della storia accosta lo spettatore ad altre fragilità, ovvero a quelle degli altri personaggi di Cost of Living. C’è Ani, tetraplegica ed ex moglie di Eddie, che riceverà le cure di quest’ultimo; e c’è Jess, una giovane immigrata che presta servizio per John, un ragazzo abbiente affetto da paralisi cerebrale sin dalla nascita.

Cambio di prospettiva
Nel suo testo, però, la Majok sposta l’attenzione dalla disabilità – intesa come stato fragile che richiede compassione e aiuto – alle conseguenze della “cura”. Questa è concepita in senso heideggeriano. Il filosofo tedesco pensava che l’Essere si sostanziasse nella relazione con l’Altro e che l’espressione più elevata di tale legame fosse proprio la Cura. Egli ritiene che la cura assuma un valore positivo solo quando mira a liberare l’altro dal peso della propria esistenza, spronandolo a riappropriarsi del senso della propria vita. Si tratta di quella che viene definita “Cura autentica” che arricchisce l’umanità in quanto rende ogni individuo libero dai propri limiti, che non per questo vengono cancellati, e lo protegge dall’illusione che l’integrità fisica sia l’unica modalità possibile di Esserci.
Cura e vulnerabilità
L’opera della Majok svela la natura variegata delle forme di vulnerabilità, richiamando da vicino anche quelle teorizzate dal filosofo lituano Emmanuel Levinas. È proprio in questa cornice che le dinamiche delle due coppie, espresse attraverso dialoghi crudi, rivelano la rabbia e il profondo senso di inadeguatezza dei quattro protagonisti: la loro stessa, intrinseca vulnerabilità. Di fronte a quest’ultima, il Volto dell’altro esige un profondo senso di responsabilità. Guardando il Volto della vulnerabilità riflesso nell’altro, i quattro personaggi trovano nell’agire per il prossimo la propria etica responsabile. Essi scoprono che i membri di ciascuna coppia finiscono per essere l’uno ostaggio dell’altro, indissolubilmente legati dal reciproco aiuto.
Due storie parallele
Tuttavia, i loro rapporti si sviluppano asimmetricamente su binari differenti. Il legame tra Ani e Eddie si fonda sul binomio abbandono e senso di colpa, mentre quello tra Jess e John è scandito dal contrasto tra il denaro e la carne. Jess e John si sono laureati nella stessa università, ma lui è protetto dallo scudo della sicurezza economica. Jess incarna la vulnerabilità più nuda e stratificata perché non è solo una giovane donna che fatica a sbarcare il lunario, ma è un’immigrata negli Stati Uniti, sradicata, esposta costantemente al ricatto a causa del bisogno e alla precarietà esistenziale. In questo contesto di isolamento, Jess si scopre fragile e pare si innamori di John. Questi, però fatica a riconoscere in Jess una persona al di là del ruolo che ricopre e finisce per considerarla soltanto come la propria assistente.

Il tradimento della Cura
Su questa base il testo lascia intendere che la Cura, che acquista un valore sia in senso heideggeriano che levinasiano, sia in realtà tradita e che a trarne le conseguenze peggiori siano proprio i personaggi fisicamente “integri”. Si compie così un netto ribaltamento degli schemi filosofici che finisce per negare la Cura stessa, traducendosi in un sovvertimento delle regole sociali che, erroneamente, vedono nel corpo “non integro” la debolezza maggiore. Eddie si ritrova a fare i conti con la minaccia di quella solitudine radicale già anticipata nel suo monologo d’apertura. Jess, ferita dal cinismo di John e delusa nelle sue speranze umane, si scontra con l’umiliazione e la totale assenza di tutele, peraltro schiacciata dalla spietatezza di un sistema sociale che non integra gli ultimi.
Raphael Tobia Vogel, una regia analitica, un lavoro corale eccellente
La regia di Raphael Tobia Vogel dimostra un talento e un’attenzione alle minuzie che rendono lo spettacolo iperreale, complici le interpretazioni di Sara Bertelà, Filippo Lai, Pietro Micci e Martina Sammarco. La loro eccellente e misurata prova attoriale trova una perfetta sponda nelle scene di Margherita Palli, che amplificano la forza emotiva del racconto visivo. Si tratta di una scena orizzontale e stretta in cui non manca nulla: dalle difficoltà di movimento con le carrozzine elettriche, al lavaggio dei corpi, fino alla vestizione.

Qui Vogel fa emergere in tutta la sua forza un altro elemento centrale: il passaggio del tempo, una dimensione densa e pragmatica che molti teatri, quest’anno, si trovano ad affrontare con pieghe e sfumature diverse negli spettacoli proposti in cartellone.
Nello spettacolo di Vogel la temporalità si fa carne e azione concreta: per lavare John e Ani ci vuole tutto il tempo necessario, una dilatazione cronologica che impone allo spettatore il peso reale dell’assistenza, senza ellissi narrative. I dialoghi sono densi, spesso intrisi di pause e silenzi e mostrano con sobria verità questi lenti e quotidiani rituali delle due coppie. Nulla è lasciato al caso e i tempi scenici assecondano la vita reale, restituendo intatta la verità dei corpi e delle relazioni.
Questo iperrealismo scenico converge verso la sequenza finale, dove i destini di Jess e Eddie si incrociano: due solitudini residue, rimaste prive delle rispettive controparti e schiacciate dalle asimmetrie del mondo, che decidono di unire le proprie forze. In una società che ha mercificato e tradito la Cura, l’atto finale di Eddie e Jess diventa l’unica forma possibile di resistenza e di autentica responsabilità verso l’altro.
Cost of Living, Teatro Franco Parenti fino al 28 novembre
di Martyna Majok
traduzione italiana Matteo Colombo
regia Raphael Tobia Vogel
con in o.a. Sara Bertelà, Filippo Lai, Pietro Micci, Martina Sammarco
scene Margherita Palli
luci Oscar Frosio
costumi Ilaria Ariemme
musiche originali Andrea Cotroneo
produzione Teatro Franco Parenti
In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di CAA CreativeArtistsAgency
World premiere produced in July 2016 by The Williamstown Theatre
Festival Mandy Greenfield, Artistic Director, Michael Sag, General Manager.
Produced in New York City by the Manhattan Theatre Club
Lynn Meadow, Artistic Director, Barry Grove, Executive Producer on June 7th, 2017







