Fabio Cherstich mette in scena “L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo”

Fabio Cherstich mette in scena “L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo”
Foto di Luca del Pia. Courtesy Teatro Franco Parenti

Katharina Volckmer è una scrittrice tedesca. Giovane (1987), quanto basta per godere dei vantaggi dovuti ai cambiamenti avvenuti nel suo Paese. Ma non così ingenua da non capirne il significato. Avvenimenti storici che un tedesco non dovrebbe dimenticare, dalla caduta del muro e – andando più indietro nel tempo – all’avvento del nazismo, sino ai famigerati epiloghi. Dimenticare significa rimuovere. E Katharina Volckmer nel suo breve ma fitto romanzo “Un cazzo ebreo”, pubblicato da La Nave di Teseo nel 2021, rievoca e scioglie la sofferenza e il dolore in un estremo atto d’amore.

Dal testo, l’appuntamento

Paradossale, enigmatica, ammiccante e ammaliante, irrisolta: è tale la protagonista di Katharina Volckmer. Nel romanzo è una voce narrante, quella di una donna ossessionata dal proprio passato. E compulsivamente tesa a superarlo. Il proprio passato è quello di tutta l’umanità, le cui ferite trovano la definitiva cicatrizzazione nella trasformazione, nell’altro.

Il Teatro Franco Parenti mette in scena una riduzione del testo della Volkmer affidata a Fabio Cherstich che la intitola  “L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo”.

Fabio Chestich, foto di Noemi Ardesi. Courtesy Teatro Franco Parenti

Cherstich è anch’egli giovane. Regista e scenografo, dopo gli studi alla Civica Scuola di teatro Paolo Grassi ed esperienze formative in Germania, si orienta su temi che indagano le umane miserie. Il suo ultimo lavoro è l’adattamento teatrale del testo della Volckmer, a cui l’autrice ha dato significativi apporti operando direttamente con il regista. Il ruolo della protagonista, complessa figura di attraversamento, è affidato a Marta Pizzigallo, attrice di grande talento che offre una perfetta sintesi fra linguaggio visivo e parola.

Il testo della Volckmer esce dal corpo della splendida interprete, generata dal profondo delle sue viscere che i contorcimenti sulla scena sembrano evocare. Il seme di uno stravolgimento frutto della crescente consapevolezza, dell’angoscia sedimentata in anni di dolori e dell’inadeguatezza di un corpo abitato da un’identità misconosciuta.

Geometrie impermanenti

La scena è viva, nonostante la fissità degli elementi che la compongono. La donna, seduta in modo sgangherato su una sorta di sedia, è stretta in un corpetto che la costringe sino alle cosce. Ma lasciando libera solo la zona del sesso, una provocazione che non ha nulla di pornografico. Da lì l’essere umano ha origine, da lì si distingue il genere. E sta in quel triangolo di pelle libera da costrizioni che la protagonista introietta il proprio desiderio di rivalsa e di riscatto.

La donna è nello studio di un medico, il dottor Seligman, ebreo, al quale chiede aiuto per consentirle di “liberarsi dalle (nostre) bugie” per trovare l’unico conforto nella vita. Ponendo “fine a questa sceneggiata”. È lì per un motivo, che si svela solo alla fine.

Il medico siede defilato, a sinistra, sulla scena. Resta immobile sino alla fine della pièce, ed è interpretato da Riccardo Centimeri – il quale indossa per l’intera durata dello spettacolo una maschera che gli copre l’intero volto. Più che un uomo in carne ed ossa sembra un fantoccio, una sfuggente ombra. Si palesa come persona vivente solo negli ultimi minuti dello spettacolo, stagliandosi fra la luce creata dalle due lampade circolari che sono in scena, sospese dall’alto. In dialogo continuo fra loro, le due lampade Discovery, creazioni di Ernesto Gismondi (il fondatore di Artemide e light designer), inquadrano Marta Pizzigallo. E come cartine di Tornasole definiscono gli stati d’animo della protagonista attraverso i vari cambi cromatici, pennellando le parole ed enfatizzando i gesti e le posture.

L’appuntamento, intimo e assoluto

Oltre alle luci di Oscar Frosio e alla colonna sonora di Luca Maria Baldini, “L’appuntamento ossia la vera storia di un cazzo ebreo”, è completato dal lavoro dell’artista Francesco Maisetti. Egli, nascosto dietro le quinte, dal vivo getta macchie di colori sugli ampi pannelli digitali in scena. Questo aggiunge un dato formale legato alla narrazione (l’amante della donna K è un artista), conferendo anche drammaticità ai quadri finali del lavoro di Cherstich.

La luce del perdono risorge dal buio del peccato. In questa ottica la trasformazione non è più solo introiezione del desiderio della protagonista, ma una nuova realtà che libera e purifica.

Un lavoro eccezionale che fluisce con scioltezza sotto la direzione di Fabio Cherstich e con la sua magnifica protagonista Marta Pizzigallo.

 

Fabio Cherstich mette in scena “L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo”
Marta Pizzigallo, foto di Luca del Pia. Courtesy Teatro Franco Parenti

“Noi siamo i nostri reciproci peccati, dottor Seligman, e prima che lei si sfili i guanti e si alzi da questa sedia, prima che io mi rimetta i pantaloni per guardare finalmente le sue sette cornici, prima che lei veda di nuovo la mia faccia, voglio raccontarle di mio nonno, perché penso che debba sapere da dove vengono i soldi per questa terapia. Non era un nazista famoso (…)”.

 

L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo, di Katharina Volckmer, © Éditions Grasset & Fasquelle, 2021, traduzione italiana Chiara Spaziani pubblicata da © La nave di Teseo editore, 2021; adattamento Fabio Cherstich, Katharina Volckmer; da un’idea di Andrée Ruth Shammah; regia e spazio scenico Fabio Cherstich; con Marta Pizzigallo e con Riccardo Centimeri e Francesco Maisetti; luci Oscar Frosio; musiche originali Luca Maria Baldini; produzione Teatro Franco Parenti. Al Teatro Franco Parenti fino al 16 ottobre 2022.

 

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