Giselle interculturale dall’800 fino ad Alicia Alonso e alla versione creola

Interno del teatro Sheikh Jaber Al-Ahmed Cultural Centre di Kuwait City, emiciclo a tre livelli, con poltrone rosse e struttura in legno.
Sheikh Jaber Al-Ahmed Cultural Centre di Kuwait City, gennaio 2020. Archivio Fotografico Fondazione Teatro alla Scala

La danza è migrante da sempre, si ibrida, si innesta, viaggia e si trasforma. I balli folklorici e popolari fruiscono di apporti itineranti, e la danza contemporanea occidentale si è globalizzata in una koiné condivisa e partecipata. Ma anche il balletto classico, figlio delle Corti europee, è un migrante instancabile, acquisito, modificato, esportato, traslato, in andata e ritorno.

Il celebre balletto Giselle è tratto da un racconto tedesco di Heinrich Heine.

Il libretto fu scritto a più mani da Théophile Gautier e Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges. La musica fu composta da Adolphe Adam e la coreografia curata da Jean Coralli e Jules Perrot. Andò in scena all’Opéra di Parigi nel 1841 con una coppia eccezionale di protagonisti, Carlotta Grisi e Lucien Petipa. Il successo del balletto delle Villi, i fantasmi delle fanciulle morte d’amore nella mitologia slava, fu immediato e fece furore a Parigi per molti anni. Celebre divenne il fortunatissimo walzer nella partitura a leitmotiv, ricettiva di musiche etniche.

Fino al 1868 il balletto fu rappresentato nell’edizione originale, poi Marius Petipa, fratello di Lucien, lo ambientò in Russia facendone una delle opere più eseguite in quel Paese. Da San Pietroburgo Giselle riapprodò poi all’Ovest con i Ballets Russes parigini di Sergej Diaghilev e con la diva Anna Pavlova, la più famosa danzatrice russa dei primi del Novecento. Fino a questo punto, compresa una messa in scena a Boston nel 1848 con Mary Ann Lee, allieva di Coralli a Parigi, Giselle visse nel solco della cultura occidentale romantica, che l’aveva prodotta, nel suo lungo tutù, puro spirito capace di amare oltre la morte. Un ideale di donna, distillato e sublimato, che si radicava in un’epoca, in un gusto, in una cultura.

Fotografia in bianco e nero dove la ballerina Ana Laguna interpreta Giselle secondo Mats Ek; indossa un tutù lungo quasi alla caviglia e un piccolo cardigan. La posa è quasi scomposta, lontana dei canoni tradizionali della danza classica.
Ana Laguna nella Giselle di Mats Ek

Ma il cammino di Giselle, come migrante, la portò gloriosamente oltreoceano, nel corpo, nella mente, nel carattere di Alicia Alonso, nata a L’Avana nel 1920, che la incontra nel 1943 all’American Ballet. La fa sua, e poi la mette in scena per la compagnia che fonda in patria, il Ballet Nacional de Cuba, con cui la danza fino al 1993. Il ruolo di tutta una vita. La coreografia della Alonso, perfetta, torna di rimbalzo all’Opéra de Paris nel 1972 e arriva anche in Italia, al San Carlo di Napoli nel 1981 con Carla Fracci.

Trasmigrare è anche mutare e una nuova Giselle, sempre sulla musica di Adam si impianta in Scandinavia, con la versione moderna di Mats Ek per il Cullberg Ballet svedese nel 1982. Nel primo atto è una contadinella che desidera l’uomo elegante che si lascia sedurre da lei e dalla sua ingenuità erotica, spregiudicatamente; nel secondo è in un ospedale psichiatrico, in camicia di forza, con le compagne di cui condivide la sorte. L’uomo che ha voluto con tutta se stessa si pente e si mette a nudo, disperato. L’Opéra di Parigi nel 1993 e La Scala di Milano nel 1997 hanno allestito anche questa versione, accanto a quella classica. 

Lo Sheikh Jaber Al-Ahmed Cultural Centre di Kuwait City ha appena ospitato la compagnia milanese con la Giselle di Coralli – Perrot a cura della più grande interprete francese del Novecento, Yvette Chauviré, conquistando la grande platea di un teatro modernissimo.

La figura femminile di donna devota e innamorata è trasversale alle culture e i lunghi tutù nel bosco notturno sono il simbolo di una femminilità salvifica e devota, che supera l’eros in nome del dovere morale e con la forza del sentimento. Per questo, oltre alla Cuba blanquinegra, anche l’America “transatlantica” e l’Africa sono state conquistate dalla ragazza di un villaggio del Centro Europa, che potrebbe essere disillusa allo stesso modo in qualunque paese e in qualunque tempo.

Negli USA la versione black, Giselle creole, del Dance Theatre of Harlem fece discutere accanitamente, negli anni 80, sulla legittimità di collocare la storia in una piantagione di cotone, con un seduttore-padrone.

Una ballerina di profilo, in piedi, braccia aperte invocanti il cielo, capo piegato all'indietro, abito di scena rosso. Ai suoi piedi giace un uomo.
Giselle di Dada Masilo, 2017

Giselle ha trovato casa anche in Sud Africa, con Dada Masilo che ha studiato a Bruxelles: rivive in un villaggio Zulu, danza con passi afro-contemporanei e non perdona il tradimento; uccide l’uomo ingrato e si unisce alle sue compagne in rosso per la vendetta.

Da ultimo in Inghilterra la versione “contemporary global dance” dell’anglo-indiano Akram Khan, virtuoso del Kathak, per l’English National Ballet diretto dalla spagnola “femminista” Tamara Rojo, mette in mano alle ombre dell’aldilà dei lunghi bastoni, su una musica che cita Adam per alludere alla violenza delle diseguaglianze sulle donne migranti sfruttate. La speranza e il perdono, però, qui sono possibili nell’anima generosa di Giselle.

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