Un Grand Hotel per Eugenio Scalfari

Un ritratto di Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica, realizzato con la tecnica di pittura digitale, su fondo scuro.
Ritratto di Eugenio Scalfari, pittura digitale di Ben Bestetti, 2019

Dichiaro immediatamente che questa è la biografia di un uomo di genio, narrata con la sapienza colta di due eccellenti giornalisti. Indipendentemente dalle contraddizioni del soggetto geniale siamo in presenza di un documento della storia di quest’Italia. Un gradevolissimo libro da leggere, insomma.

Narciso.

Con questo Grand Hotel Scalfari. Confessioni libertine su un secolo di carta di Antonio Gnoli e Francesco Merlo (Marsilio 2019) che è un’autobiografia, sia pure borgesiana (spiegheremo più avanti), siamo a 7 o a 8 specchi di Narciso o viaggi “dentro me stesso” – scrive Scalfari in Racconto autobiografico (2012). Un’ insistita auto-perlustrazione “ma non per tracciare un’autobiografia psicologica bensì per raccogliere un materiale documentario utile a raccontare la natura della nostra specie”. Con l’aggiunta che il racconto “è il solo modo … di fare filosofia dopo Nietzsche”, quello di Zarathustra e di Ecce homo, “dopo la teoria della relatività di Einstein e, soprattutto, dopo la meccanica dei quanti”. Quindi, un “cunto” filosofico o antropologico o psicologico per i tempi dei mutamenti radicali della Metafisica, dell’Etica e della Razionalità, “mutamenti importanti che configurano un viaggio nella psicologia del profondo, una sorta di discesa agli Inferi, che non ha altri modi di espressione che il racconto o l’aforisma”.

Borges.

Ma… perché sarebbe un’autobiografia o una biografia borgesiana? Per il motivo che Gnoli-Merlo non si distinguono da Scalfari come Cervantes da Pierre Menard che “non volle comporre un altro Chisciotte – ciò che è facile – ma il Chisciotte. Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale: il suo proposito non era copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes … Il metodo che immaginò da principio era relativamente semplice. Conoscere bene lo spagnolo, recuperare la fede cattolica, guerreggiare contro i mori o contro i turchi, dimenticare la storia d’Europa tra il 1602 e il 1918, essere Miguel de Cervantes”. La biografia di Scalfari è raccontata da Gnoli-Merlo non in terza persona, ma in prima (“Mi affascinava la lama che mio padre si passava sul viso. Avevo dieci anni, mi sedevo su un panchetto basso…”). Ciò, come se la coppia dei due valorosi giornalisti fosse Scalfari, come nel caso di Menard/Cervantes. E così, la biografia di Gnoli-Merlo è l’autobiografia di Scalfari narrata, appunto, in prima persona. Fanno eccezione le poche battute delle pagine 17-23 con un’epigrafe di Scalfari: “Forse racconterete uno Scalfari che io stenterò a riconoscere”. Non uno Scalfari, ma lo Scalfari! Veniamo al racconto dei fatti.

La tricostoriografia, la triconomia: barbe e parrucche.

L’incipit è … barboso, omaggio alla barba paterna, che conferma sorprendentemente una vena sotterranea di tricontologia nell’antropologia italiana. Aperta parentesi: l’approccio tricostoriografico ci permette di fare fuoco sulla parrucca quale segno visibile dell’avvento della società moderna, età della sifilide, esportata e reimportata dalle Americhe. L’alopecia, effetto secondario sifilitico, fu il marchio tricologico di quegli anni, su cui signoreggiò la parrucca come maschera plurisecolare del pudore. Solo qualche anno ci separa dalla rinuncia della parrucca dei magistrati inglesi, status symbol dell’autorità della Corte. Chiusa parentesi. Un convinto tricontologo fu Manzoni, che si taglia il codino in omaggio politico alla ghigliottina della Rivoluzione Francese, che inciuffa di disgusto iconico e morale i Bravi mafiosetti di don Rodrigo o che spartisce e divide la chioma di Lucia, comunque spartita e divisa (e aperta come vulva, malizioso era don Lisander!) tra i desideri dei vari maschi de I promessi sposi. La barba del padre, Pietro Scalfari, dà inizio alle considerazioni del figlio Eugenio, al suo bildung roman che di barba in barba ottocentesca, da Garibaldi, a Mazzini, a Vittorio Emanuele II, a Cavour, a Verdi, a Mameli, a Carducci, saltando il Novecento sbarbato dei fascisti, a parte le eccezioni di Italo Balbo e Giovanni Gentile, dei democristiani e dei comunisti, approda alla barba del figlio, che nacque nel 1968, ma non era sessantottina, ché sapeva di sale, di sole, di tempo perso e d’indolenza vacanziera.

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