Ricorrenza Beethoven, anni di crisi e l’incontro con Goethe (1808-1812)

Beethoven 250 nascita, ritratto mezzobusto del giovane musicista, negli anni di crisi.
Beethoven ritratto dall'artista tedesco Joseph W. Mahler, 1815

Ludwig van Beethoven è nato a Bonn nel 1770 e morto a Vienna nel 1827. Del grande rivoluzionario della musica di tutti i tempi ricorrono oggi, 16 dicembre 2020, i 250 anni dalla nascita.
Fyinpaper lo commemora pubblicando, a capitoli (in totale dieci, ed ecco il quinto e il sesto), una biografia scritta da Giovanni Caruselli, nostro redattore, autore di saggi, collaboratore di Einaudi, Rizzoli, Vallardi, Diakronia, e altri editori, per testi di storia e filosofia (materie che ha insegnato).

 
Anni di crisi (1808-1812)

La risposta negativa degli amministratori del Teatro di Corte alla richiesta di Beethoven di essere assunto con un contratto continuativo e ben remunerato ferì nell’orgoglio il musicista, che più di una volta aveva mostrato di essere cosciente del proprio eccezionale valore. Avrebbe detto a Franz Brunswick: «Non potrò mai mettermi d’accordo con questa genia di principi che amministrano i teatri». Incominciò a progettare seriamente di allontanarsi da Vienna e l’occasione buona sembrò presentarglisi quando Gerolamo Bonaparte, posto dal fratello sul trono del regno di Westfalia, invitò il maestro a trasferirsi a Cassel e ad entrare al suo servizio come Kapellmeister con uno stipendio di seicento ducati. Probabilmente Beethoven stava concretamente dandosi da fare per trasferirsi, ma la nobiltà viennese teneva troppo alla sua presenza perché ciò potesse avvenire. Così per iniziativa del conte Gleichenstein e della contessa Erdödy fu proposta una sottoscrizione che servisse a fornire al musicista una rendita costante e sicura, tale da permettergli di vivere più che dignitosamente e di dedicarsi senza alcuna preoccupazione materiale alla sua arte. Aderirono all’iniziativa il principe Kinsky, il principe Lobkowitz e l’arciduca Rodolfo, fratello dell’imperatore. I tre firmarono un contratto sulla base del quale Beethoven avrebbe stabilito in via definitiva la sua residenza a Vienna o in un altra località dell’impero, in cambio di una rendita vitalizia di quattromila fiorini che sarebbe stata da essi versata regolarmente. Se si considera la posizione di estrema subordinazione che, fino a tempi assai vicini, erano stati costretti ad occupare artisti di ogni livello, le parole con le quali l’impegno veniva redatto assumono un significato di reale emancipazione del musicista da ogni legame di tipo personale: «Le dimostrazioni quotidianamente fornite dal signor Louis van Beethoven relativamente alle sue eccezionali capacità di compositore ci hanno indotto a offrirgli l’opportunità di andare oltre le migliori previsioni che si possano fare partendo dai risultati attuali. Poiché è facilmente dimostrabile che solo chi è libero da ogni preoccupazione materiale può dedicarsi alla propria arte e creare quelle grandi opere che onorano l’arte, i sottoscritti hanno deciso di porre il signor Louis van Beethoven al riparo da ogni bisogno materiale eliminando così quegli ostacoli che potrebbero essere d’impedimento al dispiegarsi della sua genialità». Seguivano le clausole economiche dell’accordo prima descritte.

Fra i firmatari del documento, che porta la data del 1° marzo del 1809, spicca naturalmente per il suo elevato rango l’arciduca Rodolfo. Già da qualche tempo il musicista gli dava lezioni di pianoforte e di composizione ed il rapporto fra i due era, e sarebbe restato anche negli anni successivi, particolarmente cordiale e improntato ad una stima reciproca. Beethoven dedicherà a Rodolfo varie opere composte negli ultimi anni della sua vita. Malgrado le felici premesse, l’applicazione del contratto sarebbe andata incontro a impreviste e spiacevoli difficoltà, quali i gravi problemi economici in cui venne a trovarsi il principe Lobkowitz e la morte del principe Kinsky. Furono necessarie varie azioni legali da parte del musicista per ottenere il rispetto degli impegni presi nei suoi confronti. Qualche giorno dopo la firma del contratto Beethoven poteva comunicare con soddisfazione all’amico Gleichenstein la sua nuova situazione: «Dal documento che accludo puoi vedere mio caro buon Gleichenstein come sia onorevole per me ora restare qua. In più riuscirò anche a diventare Kapellmeister imperiale e così via. Scrivimi al più presto e dimmi se ti sembra che in questi tempi di guerra io possa mettermi in viaggio e se sei ancora del parere di venire con me. Molti me lo sconsigliano ma io vorrei seguire i tuoi consigli in maniera che si possa fare un po’ di strada io verso di te e tu verso di me. Scrivimi presto! Intanto potresti aiutarmi a cercare moglie. Potresti trovarne una lì che possa dedicare un sospiro alle mie armonie. Però deve essere bella, non posso amare nulla che non sia bello, anche perché se no dovrei amare me stesso. Stai bene e scrivimi al più presto».

Erano tempi di guerra, scrive il musicista, e infatti nel maggio di quell’anno ancora una volta Vienna era sotto il tiro dei cannoni francesi. La nobiltà, compresa la famiglia reale, si allontanò dalla capitale che fu sottoposta ad un violento bombardamento il 12 e il 13 maggio. Beethoven si rifugiò nella cantina della casa del fratello Carl Caspar per tentare di proteggersi in qualche modo non solo dal pericolo delle bombe ma anche dal rumore assordante che minacciava di danneggiare ulteriormente il suo già precario udito. Seguì la dura occupazione francese e per due lunghi mesi Vienna perse quel suo aspetto spensierato e gaudente che le era tanto caratteristico. Così il musicista commentava la situazione che si era venuta a determinare, il 26 luglio in una lettera a Breitkopf e Hartel. «Che vita di distruzione e caos vedo e sento intorno a me: niente altro che tamburi, cannoni e miserie umane di ogni specie». Durante l’occupazione della città Beethoven diresse un concerto nel corso del quale fu eseguita l’Eroica, presente probabilmente lo stesso Napoleone. Quando la situazione tornò alla normalità le conseguenze della guerra si fecero sentire pesantemente. La moneta perse più della metà del suo valore, cosicché la rendita garantita a Beethoven si ridusse notevolmente. Benché le circostanze fossero tutt’altro che piacevoli, e malgrado un prolungato periodo di depressione psicologica, Beethoven scrisse la Sonata per pianoforte, Les Adieux, dedicata all’arciduca Rodolfo e completò il Quinto Concerto per pianoforte, sempre dedicato al suo nobile allievo.

Già nella lettera del marzo 1809 il musicista aveva manifestato all’amico Gleichenstein la sua intenzione di sposarsi e di porre fine a un tipo di vita che comportava momenti di amara solitudine. L’anno seguente i desideri di Beethoven sembrarono prendere forma concreta. Oggetto delle sue attenzioni era Therese Malfatti, di quasi vent’anni più giovane di lui, figlia di un noto medico italiano trasferitosi a Vienna, Johann Malfatti. Decise di chiederla in moglie e incaricò il fido Gleichenstein di far conoscere la sua richiesta alla famiglia della ragazza. La risposta fu nettamente negativa e lo stesso Gleichenstein, che in quel periodo aveva miglior fortuna dell’amico nei suoi approcci con la sorella di Therese, Anna Malfatti, diede la notizia al musicista, che ne restò particolarmente amareggiato. «Dunque sono costretto a cercare un punto d’appoggio solo dentro di me: fuori non ne esistono per me. No, l’amicizia e i sentimenti che le somigliano mi hanno arrecato solo dolore. Così sia! Per te, povero Beethoven non vi può essere felicità nel mondo, dovrai cercarla in te stesso. Solo nel mondo ideale troverai degli amici». Considerazioni ancora più pessimistiche e depressive troviamo in una lettera inviata il 2 maggio 1810, dopo anni di silenzio, a Wegeler al quale chiedeva di procurargli una copia del certificato di battesimo. «Da uno o due anni ho posto fine alla mia vita calma e serena e sono stato indotto a intraprendere una vita mondana, però non ho ottenuto alcun risultato positivo, anzi forse, il contrario. Ma chi può evitare di risentire delle tempeste che gli scoppiano attorno? Eppure sarei felice, uno degli uomini più felici, se il demonio non si fosse stabilito nelle mie orecchie. Se non avessi letto in qualche luogo che un uomo non può abbandonare volontariamente la sua vita fino a quando può fare qualcosa di buono, già da tempo avrei posto fine ai miei giorni di mia mano. Oh, la vita è bella! Ma per me è ormai avvelenata».

Altro personaggio femminile di questo periodo della vita di Beethoven è Bettina Brentano. Con la sua esuberante vitalità, la sua sensibilità e la sua cultura essa contribuì probabilmente a risollevare il morale del musicista, ridotto a mal partito dalle disavventure di cui si è detto. Da una lettera di Beethoven alla Brentano dell’11 agosto del 1810: «Carissima amica non c’è stata per me primavera più bella di questa, perché ho fatto la sua conoscenza. Lei stessa avrà notato che in compagnia io sono come un pesce fuori dall’acqua che, malgrado si rotoli e si rotoli nell’arena, resta sempre dov’è finché una Galatea pietosa non lo solleva e lo riimmerge ancora nel mare immenso. Sì, cara Bettina, ero proprio in una secca, e lei mi ha conosciuto in un momento in cui la depressione mi dominava completamente, ma nel momento in cui l’ho vista essa è sparita improvvisamente: mi è subito stato chiaro che lei appartiene ad un mondo diverso da questo nostro così insensato, a cui malgrado ogni sforzo non si riesce a fare capire nulla! Sono un infelice, e mi lamento degli altri! Lei mi perdonerà, gli occhi manifestano il Suo buon cuore e le orecchie la Sua grande capacità di giudizio. L’arte, chi è in grado di comprenderla? Con chi si può parlare di questa grande dea? Quanto mi sono graditi questi giorni in cui abbiamo parlato, o meglio ci siamo scritti! Ho conservato tutti i bigliettini in cui sono scritte le Sue care e argute risposte. Così, grazie alla mia sordità, ho potuto serbare la parte più bella di quelle veloci discussioni. Da quando lei è partita, ho avuto molti momenti di tristezza, ore buie in cui non si riesce a far niente. … E a Goethe ha scritto di me vero?».

Una costante della vita sentimentale del musicista sono indubbiamente le disillusioni e i fallimenti. A quelli già citati parlando di Giulietta Guicciardi, Josephine Brunswick e Therese Malfatti se ne potrebbero aggiungere altri. Misteriosa resta l’identità della destinataria di una celebre lettera scritta il 6 luglio del 1812 da Beethoven, probabilmente durante un suo soggiorno a Teplitz, nota sotto il nome di All’immortale amata. Malgrado le laboriose ricerche fatte da numerosi biografi non si è riusciti ad assegnare con certezza un nome alla donna alla quale il musicista scrive, adoperando un tono assai diverso da quello usato in simili circostanze, tono che fa pensare ad una intensa e ricambiata passione amorosa, pienamente vissuta ad ogni livello e dolorosamente troncata da una inevitabile separazione. La lettera, in molti momenti un autentico sfogo sentimentale immediato e violento, testimonia di un momento della vita interiore del musicista estremamente intenso che non si ripeterà in seguito.

«6 Luglio mattina – Mio angelo, mio tutto, mio io. Solo alcune parole oggi, e con la matita (la tua) … Perché questo dolore profondo, quando parla la necessità? Il nostro amore può continuare ad esistere se non a prezzo di sacrifici, e a patto di privarci l’uno dell’altra? Puoi forse cambiare il dato di fatto che tu non sei totalmente mia e io non sono totalmente tuo? Oh Dio, contempla le bellezze della natura e il tuo animo si rassegni all’inevitabile. L’Amore esige tutto con pieno diritto, così è per me nei tuoi confronti e così è per te nei miei confronti. Se fossimo uniti sentiremmo entrambi di meno il dolore che questa situazione comporta. Certamente ci vedremo ben presto, neanche oggi posso comunicarti le mie considerazioni di questi pochi giorni sulla mia vita. Se i nostri cuori fossero sempre vicini l’uno all’altro non avrei da farne alcuna. Avrei in cuore tante cose da dirti. Ah, ci sono momenti in cui capisco che le parole non servirebbero proprio a nulla. Sii serena, sei il mio fedele e il mio unico tesoro il mio tutto, così come io lo sono per te. Gli dei ci manderanno il resto, ciò che dovrà essere e sarà per noi». «Lunedì sera, 6 luglio. Tu soffri, creatura amatissima – solo ora ho saputo che le lettere devono essere impostate di buon mattino il lunedì e il giovedì, i giorni in cui parte la diligenza per K. Tu soffri. Ah, dovunque sia, tu sei con me. Che io possa vivere vicino a te! Che vita! Senza di te, perseguitato dalla bontà degli uomini che penso di volere e meritare poco. La sottomissione di un uomo ad un altro uomo mi rattrista. E quando metto me stesso in rapporto all’universo, che sono io, e che cosa è Egli che è chiamato il più grande degli uomini! Eppure proprio in questo sta la natura divina dell’uomo. Piango se penso che fino a sabato sera probabilmente non riceverai mie notizie. Per quanto tu possa amarmi, io ti amo di un amore più grande. Ma non tenermi segreto nulla! Buona notte! Poiché sono un “bagnante” [faccio la cura dei bagni, n.d.r. ] devo andare a dormire. Ah Dio, così vicini, così lontani! Non è forse il nostro amore una creatura celeste, così solida come lo è la volta del cielo». «Buon giorno 7 luglio. Anche a letto i miei pensieri corrono a te, mia Immortale Amata, ora sereni, ora tristi, nell’attesa di conoscere se il destino esaudirà i nostri desideri. Non posso vivere se non con te o totalmente lontano da te. Sì ho deciso di andare lontano, fino al momento in cui non potrò volare tra le tue braccia, definitivamente tuo, e con la tua elevare la mia anima al regno dello spirito. Sì, purtroppo deve essere così. Sarai più serena sapendo quanto io ti sia fedele. Nessun’altra donna potrà mai possedere il mio cuore, mai, mai. Oh, Dio, perché ci si deve allontanare da ciò che si ama tanto. La mia vita a Vienna è ora tanto infelice. Il tuo amore mi rende al tempo stesso il più felice e il più infelice degli uomini. Alla mia età avrei bisogno di condurre una vita più tranquilla e regolare: ma ciò può avverarsi nelle condizioni in cui siamo? Sii serena! Solo considerando con serenità le nostre esistenze potremo coronare il nostro desiderio: vivere insieme. Sii serena! Amami! Oggi, ieri, che desiderio di te, te, te! Mia vita, mio tutto. Addio. Continua ad amarmi e non disconoscere il cuore fedelissimo del tuo amato. Sempre tuo, sempre mia, sempre l’uno dell’altra».

 
L’incontro con Goethe (1812)

Ripercorriamo in sintesi l’impressionante sequenza di capolavori che Beethoven riuscì a creare durante il primo decennio dell’Ottocento.

Terminata la monumentale Terza Sinfonia Beethoven nel 1804 iniziò a lavorare ad un altra opera dello stesso genere, avendone ricevuto l’incarico dal conte Franz von Oppersdorf. Nel 1806, però, avrebbe interrotto la composizione di questa – cioè la Quinta Sinfonia in do minore – per scrivere in breve tempo la Quarta Sinfonia in si bemolle maggiore. Nata da intenti completamente diversi da quelli della Terza e della Quinta, la Quarta appare come un omaggio alle forme musicali tradizionali predilette dai nobili amici e protettori del musicista, ed è priva di quegli elementi di rottura che caratterizzano altri capolavori beethoveniani. L’opera, dedicata al von Oppersdorf, fu eseguita per la prima volta nel 1807 nel palazzo del principe Lobkowitz. Contemporaneamente alla Quarta Sinfonia Beethoven scriveva il Quarto Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore e il Concerto per violino e orchestra in re maggiore, che il violinista Franz Clement avrebbe presentato al pubblico alla fine del 1806. Più complessa e laboriosa fu la gestazione della Quinta Sinfonia in do minore. Iniziata, come già detto, subito dopo la conclusione della Terza, e interrotta nel 1806, venne ripresa nel 1807 e completata nel 1808, contemporaneamente alla Pastorale. La Quinta è stata considerata come un ideale sviluppo dell’Eroica per il trasfondersi del titanismo che campeggiava in quest’ultima, in una serena – e insieme tumultuosa – epopea dell’umanità, che prelude alla dimensione gioiosa della Nona. L’opera, dedicata al principe Lobkowitz ed al conte Razoumowsky, fu eseguita per la prima volta il 22 dicembre del 1808, durante un grandioso concerto al Theater an der Wien di Vienna, organizzato da Beethoven stesso, che in quell’occasione presentò al pubblico altre sue composizioni di notevole importanza come il Quarto concerto per pianoforte e orchestra, la Fantasia per pianoforte, coro e orchestra, op. 80 e la Sinfonia in fa maggiore Pastorale. Quest’ultima nacque, per esplicita ammissione del maestro, dall’esigenza di dare una forma musicale a quel complesso di intensi sentimenti che la natura stimolava in lui durante i suoi regolari periodi di riposo in campagna. «Le quaglie, gli usignoli, i merli l’hanno scritta per me», dirà Beethoven a Schindler per spiegare quel sentimento panico di fusione con la natura che egli condivideva con Goethe e con altri personaggi del primo romanticismo. L’opera nel 1809 fu data alle stampe a Lipsia presso Breitkopf e Hartel. In quello stesso anno fu scritto lo splendido Quinto Concerto per pianoforte e orchestra in mi bemolle maggiore, denominato in seguito Imperatore, ispirato forse alle vicende della guerra austro-francese, e in cui rivive, almeno in alcune parti, l’atmosfera «eroica» della Terza. Il concerto fu eseguito a Lipsia nel 1810, riportando un grande successo, e fu pubblicato nel 1811 con una dedica all’arciduca Rodolfo. Sempre in questo periodo, e cioè fra il 1810 e il 1811, Beethoven portò a termine le musiche di scena per Egmont di Goethe, Re Stefano e Le rovine di Atene di Kotzebue. Più significativa delle tre la prima, sia per il livello dell’autore del testo del dramma, sia per l’argomento tutto incentrato sulla fiera lotta per l’indipendenza dell’Olanda da parte del protagonista che affronterà con coraggio la morte a opera degli spagnoli. Infine, tra il 1811 e il 1812, il maestro portò a termine la Settima Sinfonia in la maggiore e l’Ottava Sinfonia in fa maggiore. Ambedue le composizioni mancano del tradizionale tempo lento e sono verosimilmente caratterizzate da un superamento delle angosce e dei dolori della vita terrena in una prospettiva di evasione in una sfera di irreale paradiso fuori dal tempo. La Settima fu presentata al pubblico viennese dallo stesso autore in un concerto eseguito l’8 dicembre del 1813 e divenne subito molto popolare. Sarebbe stata pubblicata nel 1816 da Steiner con una dedica al conte Moritz von Fries. L’Ottava ebbe la sua prima il 27 febbraio del 1814 e fu data alle stampe ancora da Steiner nel 1817 senza alcuna dedica.

Si è già detto del desiderio espresso da Beethoven all’amica Bettina Brentano di incontrare Wolfgang Goethe e della preghiera rivolta a quest’ultima di fare da mediatrice per tale incontro. Il musicista già da tempo nutriva una grande ammirazione per l’autore dei Dolori del Giovane Werther e fin dal 1790 aveva messo in musica alcuni suoi versi. Probabilmente Goethe, almeno inizialmente, non era particolarmente ben disposto nei confronti del maestro, anche per il negativo giudizio che su di lui aveva espresso il suo consigliere musicale Zelter. La Brentano aveva descritto Beethoven a Goethe in tono entusiastico. «Quando lo vidi per la prima volta, il mondo intero sparì di fronte ai miei occhi. Beethoven mi fece dimenticare il mondo e anche te stesso o Goethe. Credo di non sbagliarmi se dico che quest’uomo è molto più avanti della nostra moderna civiltà».

Quando il musicista iniziò a comporre le musiche di scena per l’Egmont, la prospettiva di un incontro e di una eventuale collaborazione a lunga scadenza fra i due si fece più realistica e Beethoven scrisse a Goethe una lettera piena di ammirazione e di cortese disponibilità. «Eccellenza! Solo per un attimo ho la fuggevole possibilità, poiché un mio amico, che è anche un suo grande ammiratore (come anch’io lo sono), parte con urgenza da qui, di ringraziarla per la possibilità che lei mi ha dato di conoscerla da lungo tempo (infatti io la conosco fin dall’infanzia) ed è comunque poco per un bene tanto grande. Bettina Brentano mi ha assicurato che Ella mi accoglierebbe bene, anzi addirittura da amico. Ma come posso pensare ad una simile accoglienza se sono così impacciato nell’avvicinarmi a lei, tanto grande è il mio rispetto e indicibile, profondo il sentimento che provo per le sue sublimi creazioni! Lei riceverà fra breve le musiche per l’Egmont da Lipsia dalla casa editrice Breitkopf e Hartel, questo divino Egmont, sul quale, ad opera sua, ho tanto riflettuto e ripensato e che ho tradotto in musica con lo stesso entusiasmo con cui l’ho letto. Desidero molto conoscere il suo giudizio sulla mia composizione. Anche le sue critiche potranno essere utili a me e alla mia arte e saranno accolte tanto volentieri quando lo sarebbe la più grande lode».

A tanto ammirato rispetto Goethe rispondeva cortesemente ma anche un po’ freddamente confermando i buoni uffici della Brentano e assicurando al musicista «un’accoglienza degna dei suoi meriti». Non arrivarono però a Beethoven valutazioni di alcun genere, da lui espressamente richieste, sulle musiche per l’Egmont. Nel luglio del 1812 i due ebbero occasione di incontrarsi a Teplitz essendovisi recati, in quel periodo, in villeggiatura. Le impressioni di Goethe su Beethoven furono contrastanti. Così scriveva alla moglie: «Non ho mai visto un artista più concentrato più energico, più profondo». E qualche tempo dopo a Zelter: «Ho conosciuto Beethoven a Teplitz. La sua genialità mi ha sconvolto: purtroppo però, egli possiede una personalità totalmente priva di freni e pur non avendo certamente torto nel trovare il mondo detestabile, in questo modo certamente non lo rende più gradevole né per sé né per gli altri. D’altra parte egli è veramente da scusare e da compiangere molto poiché il suo udito lo abbandona, e questo fatto danneggia probabilmente meno la sua musica che la sua vita sociale».

Beethoven inizialmente nutre molte speranze sugli esiti del grande incontro e così scrive a Breitkopf: «Come le ho già detto Goethe è qui. Ogni giorno passiamo un po’ di tempo insieme. Ha promesso di scrivere qualche cosa per me. Purché non mi accada con lui ciò che accade agli altri con me!!!». Dunque, almeno da parte del musicista, vi erano seri intenti di collaborazione ma gli eventi successivi mostrarono come i due non erano fatti per intendersi. Così Beethoven esprimeva il suo disappunto per l’evolversi della vicenda in una lettera del 9 agosto a Breitkopf: «A Goethe piace troppo l’aria di corte, più di quanto sia lecito ad un poeta. Non è il caso di parlare delle ridicolaggini dei virtuosi se i poeti che dovrebbero essere considerati i maestri della nazione si perdono dietro a queste fatue apparenze». Ciò che non piacque a Goethe di Beethoven dovette essere certamente il suo spirito ribelle e passionale contrario ad ogni forma di autocontrollo. Ciò che invece il musicista trovò assolutamente inaccettabile nel grande poeta fu la sua acquiescenza a ciò che era l’ordine costituito e le gerarchie sociali. Su tale punto si svolge la critica di Beethoven a Goethe in una lettera del 15 agosto di quel 1812 inviata a Bettina Brentano. L’autenticità della lettera è stata però seriamente posta in dubbio, data la tendenza della poetessa ad arricchire con la sua fantasia le informazioni contenute nel suo epistolario. Comunque sia, per quanto la Brentano possa avere caricato alcune valutazioni del musicista, non è pensabile che il documento, il quale contiene fra l’altro una serie di manifestazioni di affetto e di ammirazione per la destinataria, non poggi su una base di verità. Eccolo: «Mia cara e buona Bettina! I re e i principi possono anche creare professori e consiglieri aulici, assegnare titoli e decorazioni, ma non possono creare dei grandi uomini e degli spiriti che si elevino al di sopra della gente comune e che, per tale motivo, bisogna rispettare. Quando due uomini come Goethe ed io si incontrano quei signori devono capire ciò che per noi è grande. Ieri, mentre tornavamo a casa abbiamo incontrato la famiglia reale al completo. L’abbiamo vista venire da lontano e subito Goethe ha lasciato il mio braccio per mettersi da parte; malgrado tutte le mie argomentazioni non riuscivo a farlo spostare di un solo passo. Allora io mi calcai il cappello sulla testa, mi abbottonai il soprabito e a braccia conserte mi infilai dove la folla era più fitta. Principi e cortigiani fecero ala al mio passaggio, l’arciduca Rodolfo si tolse il cappello e l’Imperatrice mi salutò per prima. Quelli della Corte mi conoscono bene. Con mio grande divertimento vidi sfilare il corteo davanti a Goethe, che se ne stava da una parte a capo scoperto, facendo dei profondi inchini. Dopo gli ho fatto una lavata di testa, non sono stato comprensivo e gli ho rinfacciato tutti i suoi peccati, specialmente quelli verso di Lei, cara Bettina: poco prima si era parlato di Lei.

Dio se avessi potuto godere della Sua compagnia quanto ha potuto farlo lui, avrei portato a termine mi creda, tante opere ben più grandi. Anche un musicista è un poeta. Anch’egli davanti a due occhi può sentirsi rapito in un mondo superiore dove i grandi spiriti scherzano con lui e gli affidano grandi compiti. A quante cose ho pensato quando l’ho conosciuta su quel piccolo osservatorio durante quella bella pioggia di maggio che fu feconda anche per me. Allora i suoi occhi ispirarono al mio cuore quelle belle melodie che continueranno a dilettare il mondo quando Beethoven non dirigerà più. Se Dio mi darà ancora qualche anno di vita, io dovrò rivedervi cara, cara Bettina. Così dice quella voce che in me ha sempre ragione. Anche gli spiriti possono amarsi e io desidero sempre guadagnarmi il Suo, il Suo assenso è per me più gradito di quello di chiunque altro. Ho detto a Goethe la mia opinione sull’effetto del successo su di noi: e che pretendiamo di essere giudicati dai nostri simili con intelligenza. La commozione (me lo permetta) sta bene alle donne. La musica deve destare il fuoco nello spirito dell’uomo. Da quanto tempo andiamo d’accordo su tutto! Nulla è così bello come il possedere un’anima bella e buona che si riconosce in tutto e di fronte a cui non è necessario nascondersi. Bisogna essere qualcosa se si vuole sembrare qualcosa. Il mondo deve conoscerci: non in tutti i casi esso è ingiusto, ma io non me ne preoccupo poiché punto ad una meta più elevata. Spero di trovare a Vienna una sua lettera. Mi scriva presto, presto e a lungo; arriverò lì fra otto giorni.

La Corte partirà domani. Oggi recitano ancora una volta, egli [Goethe, n.d.r.] ha insegnato la parte all’Imperatrice, il suo Granduca e lui vogliono sentire qualche cosa di mio: mi sono rifiutato con tutti e due: amano ambedue le porcellane cinesi, e bisogna scusarli, perché la ragione non li guida più, ma io non sono disponibile per il loro cattivo gusto non faccio cose assurde o spese con principi che non potranno mai far fronte a simili debiti. Addio, addio carissima, la tua ultima lettera ha passato tutta una notte sul mio cuore e mi ha confortato. Oh, i musicisti possono permettersi di tutto».

Se l’incontro dell’estate del 1812 con Goethe era stato niente di più che una cocente delusione per il musicista, altre amarezze e altri problemi lo attendevano al suo ritorno a Vienna. Dopo i fallimenti patiti sul piano sentimentale e dei rapporti sociali, e a causa dell’aggravarsi del suo stato di salute, Beethoven andava incontro ad un periodo di crisi che avrebbe inciso, sia pure momentaneamente, anche sulla sua attività creatrice.

 

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Collaboratore di case editrici italiane (Einaudi, Rizzoli, Vallardi, Diakronia, etc.) per testi di storia e filosofia. Autore di saggi, "Il Pci da Gramsci a Occhetto", "Cento anni di storia lombarda" (con altri), "La memoria e le notizie" (con altri).