Il pittore de Pisis nel centenario del suo romanzo Il Signor Luigi B.

Quel cuore, dunque, che “non fa ombra”, organo sanguigno, pulsante, solitario e fremente, riappare più tardi, agli opposti poli temporali d’un arco creativo teso per oltre un ventennio, in altro breve componimento, sempre col titolo di Ombre; e in questo caso l’aggettivo che nutre il suo cuore inquieto è, opportunamente e contraddittoriamente, “ombroso”: «Il fumo nero / sopra la mite casa / vela la nuvola di rosa errante / ne la quieta sera; così melanconia / la grazia del mio cuore ombroso.» Ma qui, l’ombroso atteggiamento mostra la sua naturale suscettibilità: egli è l’irritabile ai confini forzosi posti dalla quotidianità, mentre il flusso continuo della melanconia sommerge la sua anima.

È, infatti, la melanconia, come nella similitudine del cupo fumigare, a spegnere la grazia di un cuore serrato al confine di un’ombra nata nel genio, nella grazia della distinzione. La Vanessa ritorna ancora tra i componimenti tardivi, ammantata di sole che, attraversando l’antico crepaccio, sugge con la sua spirotromba l’anima gentile e ventosa del fiore di cappero, con quel suo incessante «moto d’ali senza posa / piccolo vortice», simile all’affanno vorticoso che agita de Pisis; essa tocca, in parallelo, ciò che Filippo invoca: «il mio cuore», dice, «prigioniero indurito, / si volge turbato quasi / a questa leggerezza divina.» Atalànta, è nel mito la cacciatrice provocante, essa disegna, la volontà di stare “in equilibrio”, un equilibrio poco stabile nell’ampiezza creativa del ferrarese, eppure tanto stabile per quel saper accordare, nel nastro delle sue produzioni poetiche e pittoriche, i tattili elementi della natura con quelle ombre spirituali che affliggono l’animo umano.

Fotografia in bianco nero di Filipo de Pisis a Roma, poggiato alla ringhiera di un terrazzo, nella sua mano destra è poggiato un falchetto legato a una catenella e al suo trespolo.
Filippo de Pisis a Roma, 1922

Nella ‘introduzione’ alle Memorie del marchesino pittore, Sandro Zanotto, annota come tale opera letteraria rimasta inedita e pubblicata postuma, fosse “soverchiata da altre opere pittoriche che hanno attratto l’interesse del pubblico e distratto le cure dell’autore.” D’altronde, scrive il critico trevigiano, «l’equivoco persistente di considerare de Pisis esclusivamente quale pittore ha generato la stortura di vederne le opere letterarie in funzione biografica o come traduzioni letterarie di quadri eseguiti o no, valide quindi quali chiarimenti della pittura, non per se stesse. Eppure esiste una larga parte della vita dell’artista spesa nello scrivere e nel dichiararsi poeta: nelle innumerevoli carte di de Pisis, in ogni pagina decisiva di diario balza questa intenzione di essere scrittore, pur non considerando tutta la sua educazione ferrarese che è letteraria».

Un’educazione ferrarese ben immersa nella sua città tenendo presenti i maestri della pittura a cavallo tra Otto e Novecento: dal voluttuoso estetismo di Giovanni Boldini al corpo sociale di Giuseppe Mentessi alla ludicità proto-futurista e secessionista di Aroldo Bonzagni a Gaetano Previati e il suo dilavare nel portato divisionista. Così, dai “Valori Plastici” di Roberto Melli e Achille Funi alla ‘metafisica’: ingredienti e spezie adsorbiti dal giovane de Pisis, in un momento di formazione in cui egli si definisce ‘umanista’ ed inizia rapporti con intellettuali del tempo, da De Chirico a Savinio a Nicola Lisi, da Marino Moretti a Sandro Penna a Carlo Emilio Gadda. D Giovanissimo, dedica a Pascoli i suoi iniziatici Canti della Croara (Ferrara 1916), con una prefazione di Corrado Govoni, intridendosi d’una avvolgente e coinvolgente letterarietà a nutrimento del suo iniziale e poi maturo (a volte disordinato) elaborato pittorico e poetico.

Sono, comunque, i ‘malinconici fiori’ che intessono l’estensione completa della sua poesia così come il tessuto pittorico; egli, suggestionato dalle cifre secentiste e settecentiste della nostra civiltà figurativa, integra, nella pienezza sincopata di un personale tratto, lo spirito del suo e del nostro tempo. Proprio i fiori, che hanno accompagnato in oltre un centinaio di prodotti (poesia, olî, acquarelli, disegni), vita e pulsioni di Luigi Filippo Tibertelli, non posseggono, come l’artista stesso dichiara, nulla di spontaneo, di gestuale, considerando quel suo misurato alone post-impressionista sempre pungolato da impazienti scatti nervosi, e, nel governo dello spazio rappresentativo, da giovanili reminiscenze.

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ALDO GERBINO
Morphologist, poet, former Professor of Histology and Embryology at the University of Palermo and Emeritus from the Italian Society of Experimental Biology. Art and literature critic. Recent poetry publications: “Alla Lettera erre” (Almanacco dello Specchio, Mondadori 2011), “Non è tutto” (Club di Milano 2018). His poems have been featured in:"Nuovi Argomenti", "Corriere della Sera", "La Repubblica-MI", "Gradiva", ERI-RAI Editions. Morfologo, poeta, già Ordinario di Istologia ed Embriologia all’Università di Palermo ed Emerito della Società italiana di Biologia Sperimentale. Critico d’Arte e letterario. Recenti pubblicazioni di poesia: “Alla lettera erre” (Almanacco dello Specchio, Mondadori 2011), “Non è tutto” (Club di Milano 2018). Sue poesie in “Nuovi Argomenti”, “Corriere della Sera”, “La Repubblica-MI”, “Gradiva”, Edizioni ERI-RAI.