La Biennale ridefinisce il centro

Archie Moore, Kith and Kin

A una settimana dall’apertura della 60ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, appare chiaro che Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, curata da Adriano Pedrosa, non è semplicemente una mostra sull’alterità, ma un tentativo concreto di ridisegnare la geografia simbolica dell’arte contemporanea.

Il titolo – ispirato al collettivo Claire Fontaine – non funziona come slogan, ma come dispositivo critico. Lo straniero non è soltanto il migrante o il soggetto marginalizzato; è chiunque si trovi in una posizione di scarto rispetto a un centro che pretende di essere universale. In questa prospettiva, la Biennale dialoga apertamente con il pensiero postcoloniale e decoloniale: non aggiunge semplicemente nuove presenze al sistema, ma interroga il sistema stesso.

La forte presenza di artisti provenienti dall’America Latina, dall’Africa, dall’Asia e da contesti diasporici non risponde a una logica di rappresentanza simbolica. Piuttosto, si configura come un’operazione di decentramento del canone. È un movimento che richiama le riflessioni sulla “colonialità del potere” e, più poeticamente, l’idea di Édouard Glissant di un’identità come relazione e non come radice unica. Molte opere presenti all’Arsenale e ai Giardini sembrano muoversi proprio in questa direzione: rifiutano un universalismo neutro e rivendicano il diritto all’opacità, alla complessità, alla memoria situata.

Nel quadro tracciato da Pedrosa, anche le decisioni della giuria sembrano rafforzare la linea curatoriale. I Leoni d’Oro assegnati in apertura non premiano gesti spettacolari, ma pratiche radicate in genealogie culturali e memorie storiche. Il riconoscimento al Mataaho Collective per la migliore partecipazione internazionale e al padiglione australiano con il progetto di Archie Moore indicano una precisa attenzione verso narrazioni indigene e riflessioni sulla memoria coloniale. Il Leone d’Argento a Karimah Ashadu e le menzioni speciali a Samia Halaby e La Chola Poblete completano un panorama che privilegia attraversamenti identitari, archivi familiari e pratiche relazionali. Più che celebrare singole opere, la giuria sembra aver riconosciuto un orientamento.

In filigrana, risuonano anche questioni che il filosofo Achille Mbembe ha messo al centro del dibattito contemporaneo: chi detiene il potere di definire visibilità, appartenenza e vulnerabilità? Le opere che raccontano diaspora, esilio, genealogia e resistenza non sono semplici narrazioni autobiografiche, ma dispositivi politici che interrogano il presente.

Resta tuttavia una tensione inevitabile. Venezia è uno dei dispositivi più istituzionalizzati del sistema globale dell’arte. Può davvero un gesto decoloniale operare dall’interno di una macchina così potente? A una settimana dall’apertura, la risposta resta aperta. Ma è evidente che Stranieri Ovunque non propone una visione rassicurante né un’estetica neutra. Piuttosto, suggerisce una pluralità di centri, una costellazione di relazioni che obbliga a riconsiderare il punto da cui guardiamo. Ed è forse proprio questo, oggi, il gesto più radicale.