Pop Art e barocchetto

Foto in bianco e nero: un uomo ricoperto con pesante drappo si stoffa, il capo non visibile, che tende ad un animale simile ad un cane della stoffa.
Joseph Beuys, Coyote, NY 1974

Una spina nel cuore e un’idea nel cervello: estrarla o soccombere. Alla distanza di mezzo secolo è utile un consuntivo sull’eredità della Pop Art. Sarà donchisciottesco?

Il ruolo della critica

Una marea di immagini mi soffoca, anche quelle che suggeriscono una parvenza di pensiero non fanno che riempire, inquinare: finisci per ritirarti nel tuo angolino. Da un giovane che stimo mi è stato detto: “Non conosci Kishio Suga?! Ho visto una sua splendida mostra all’Hangar Bicocca!” In internet sono andato a curiosare. Scusate se sono perentorio: quanta fantasia gratuita, soprattutto quanto pieno! Sembra che le generazioni dopo la mia siano diventate indifferenti all’inquinamento, al rumore, al gratuito. Gli sforzi dei migliori dell’Arte Povera sono andati al vento: l’insalata non viene più sostituita (anche lei era donchisciottesca). Stiamo seppellendo il meglio dietro una finzione di sensibilità per la materia, come se le fascine di Merz potessero essere copiate “in fa minore”. Quanti equivoci messi in giro dai guru della critica!

Da Duchamp al pop

Quando Warhol e Company erano di scena se la dovevano vedere con gente del calibro di Beuys, Boltanski, Christo, Rainer, i più noti fra coloro che prestavano al popolo almeno uno dei due occhi in dotazione: l’Europa la guerra l’aveva vissuta in casa (probabilmente Warhol nemmeno conosceva il lavoro di Mauri). Come se un pensiero altro, espresso con altri mezzi della parola e non inquinato da quello sdoganato da Duchamp almeno quarant’anni prima della Pop, avesse bisogno della risciacquatura della semplicità, del ricorso alla pubblicità, alla pura e semplice popolarità.

Arte o spettacolo? 

Bisogna andare alla radice, avere il coraggio di ridimensionare la figura dell’americano: mezzo secolo non è sufficiente? A parte le migliaia di serigrafie dei personaggi popolari con le quali finanziava la flotta degli aerei personali, non vedo altro che la semplicità della sua grafica e le sue invenzioni nel cinema (ma la stessa industria dell’arte più popolare non ha nemmeno guardato Chelsea girls!). Ammesso che quello fosse un grande teatro, oggi impazza il teatrino di paese. A imitazione dei vari Léon Ferrari e Cattelan, che hanno elevato la furbizia ad arte, la gran massa degli artisti attuali esercita solo battute (almeno quelle dei sunnominati sono intelligenti!): La società dello spettacolo spinge al successo ad ogni costo!

Il passato recente

L’onda spaziale delle Spirali di Richard Serra sembra appartenere a un passato mitico. Era di soli 15 anni fa, ma la scena stava già cambiando: mentre lui metteva in crisi l’industria siderurgica, quella dei grandi lavori, quella dei trasporti e l’organizzazione stessa della Biennale di Venezia, la mostra più o meno contemporanea di Kiefer a Venezia (parlo di uno degli artisti più audaci oggi) rendeva lampante il salto indietro.

Suggerisco un giretto convincente sullo stato di fatto: aprite una qualsiasi delle riviste d’arte e date un’occhiata alle immagini in sequenza: il barocchetto volgare è sotto gli occhi di tutti.

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