Ottimisti a tutti i costi

disegno di un calice pieno per metà di vino rosso. Sulla parte occupata dal vino leggiamo la scritta empty, sulla parte vuota leggiamo la scritta full

Andrà tutto bene. È  il mantra della speranza nato al tempo del Covid-19. Un incitamento a tenere duro in tempi difficili? O piuttosto un luogo comune sbandierato in un momento di difficoltà? 

Di certo lo slogan riflette bene l’ossessione per la positività a tutti i costi tanto diffusa nella nostra società. I leader danno il “buon esempio”. Pensiamo al presidente americano Trump e ai messaggi positivi più volte rilanciati nell’ultimo mese. Uno fra tutti: a fronte di un numero di vittime in continua crescita negli USA, ottimisticamente il tycoon ha ipotizzato che il numero di vittime potrebbe essere inferiore a 100.000. Nel qual caso gli amministratori USA avranno fatto un ottimo lavoro. 

E ancora, se non di ottimismo forzato, comunque di forzata minimizzazione, suona la frase pronunciata dal ministro Di Maio, e divenuta virale sui social: «Ricordiamoci che ai nostri nonni è stato chiesto di partire per andare al fronte; a noi viene chiesto di stare sul divano». Come dire: di cosa possiamo lamentarci a star chiusi dentro casa?

Cosa implica la retorica dell’ottimismo a tutti i costi? Un pressante invito alla repressione delle emozioni negative. La paura, il disagio, l’incertezza, fanno inevitabilmente parte dello spettro dell’esistenza, eppure la nostra cultura ne è terribilmente spaventata. Le “sotterra” e così facendo si illude di tenerle sotto controllo. Ma sotterrarle può essere dannoso, come ci dimostra il paradosso di Stockdale. 

James Stockdale era un ufficiale americano che fu fatto prigioniero e torturato durante la guerra del Vietnam. Sopravvissuto alle atroci sofferenze della prigionia, Stockdale racconta che i suoi compagni di sventura non riuscirono a superare la terribile prova perché “colpevoli” di eccesso di ottimismo. Si illudevano continuamente che sarebbero usciti dalla prigione per Natale, poi per Pasqua, poi per il ferragosto, ma di fatto non uscirono mai. Non riuscivano a guardare in faccia la cruda realtà della loro condizione. E la loro positività si è rivelata “tossica” in quanto generava continue frustrazioni.

L’ottimismo in sostanza è diventato una nuova forma di correttezza morale, da mostrare in ogni circostanza, da sbandierare sui social e sui balconi. In questo senso, scrivere «Non credo andrà bene» è un gesto “rivoluzionario”. Lo ha fatto Gaia Atzei, una bimba sarda che dopo 40 giorni di reclusione ha deciso di modificare il messaggio «Andrà tutto bene» originariamente appeso al cancello della sua casa. Una sincera presa di coscienza contro la dittatura della positività a tutti i costi.

MANUELA RAPACCHIA 28 Articoli
Web writer, coordinatrice didattica nella Formazione post-laurea alla Cattolica di Milano, Master Politecnico di Milano in Brand Communication, laurea magistrale in Arti Visive a Bologna, dopo la triennale in Lettere Moderne.