L’opzione Cina alla Biennale

L'opzione Cina alla Biennale
Ph: www.labiennale.org
L’orizzonte della Biennale di Venezia

Nei corridoi della sede della Biennale a Ca’ Giustinian a Venezia serpeggia inquietudine. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco è concentrato sul calendario delle manifestazioni in programma. Ma molti a denti stretti confessano una crescente insoddisfazione. Il problema non è il domani prossimo ma l’orizzonte più lontano.

Biennale troppo eurocentrica? Anzi troppo Occidentale? Bastano le nomine di curatori scelti in modo un po’ paternalistico nel Grande Sud Brasile e Africa tanto per essere più espliciti? E il Far East? Il Giappone? E soprattutto, il convitato di pietra la potenza che compete con tutti – la Cina – non solo quella continentale, ma anche quella delle vastissime comunità cinesi in giro per il mondo, possibile che non abbia un posto nella programmazione?

Per ora tutto l’Indo-Pacifico come area pesa zero. Dall’attuale presidente della Biennale forse molti si aspettavano un passo in questa direzione.

Rapporti fra la Biennale e la Cina

Riavvolgendo la moviola. Secondo indiscrezioni e voci autorevoli, la Biennale avrebbe dovuto svoltare nei rapporti con la Cina quando, con il governo Conte Uno, l’Italia aveva addirittura aderito a suo modo alla Via della Seta. Xi Jinping è a Roma in visita ufficiale il 22 di marzo del 2019. Siamo durante il primo governo Conte che parte il 1° giugno del 2018 e arriva fino al settembre 2019; poi si forma il secondo governo Conte che durerà fino a febbraio 2021.

Il Memorandum

L’Italia, grazie alla firma di un Memorandum, si ritrova semi appartenente al gruppone della Via della Seta, una specie di Piano Marshall/Banca Mondiale ecc. Gli USA in quel momento sono visibilmente distratti da altri problemi e non ci badano. Inoltre il Memorandum è molto vago. Naturalmente nelle discussioni non si erano approfonditi solo interessi di interscambio economico.

L’amicizia fra Pechino e Roma

Negli incontri estremamente ristretti, e tutti in sede non ufficiali tra Pechino e Roma, era emersa la richiesta di qualcosa che potesse simboleggiare la stretta connessione e amicizia culturale tra Cina e Italia. A quel punto non era quasi più un segreto che il Leone di piazza San Marco a Venezia, posizionato sulla colonna della Piazzetta, aveva origini cinesi probabilmente settimo, ottavo secolo d.C. piuttosto che essere un’opera ellenistica del IV secolo a.C. come si era creduto fino ad allora.

Il Leone era un perfetto manufatto cinese portato per via commerciali a Venezia. Poteva essere una traccia. Ma alla direzione della Biennale, c’è Roberto Cicutto nominato dal ministro Dario Franceschini nel 2020 e a quel punto si ha già un programma e anche sufficientemente dettagliato. Un cambio sembrerebbe più una resa che un successo. I responsabili fanno resistenza poi arriva il Covid. Le trattative come anche lo scambio di documenti riservati si interrompono.

Informali notizie

Nel pacchetto informalmente discusso dai rispettivi rappresentanti sembra però, secondo voci di corridoio, vi fosse proprio l’idea di una Biennale mostra di architettura o arte molto incentrata sulla Cina, a specifica guida di un critico/teorico/intellettuale cinese.

Un residente in Cina dal profilo filogovernativo, compatibile però con i criteri del NSL (National Security Law). La menzione di questa legge aveva fatto storcere il naso a molti. Insomma nessun espatriato cinese dal profilo politico controverso, men che meno di quello di un oppositore. L’equilibrio va trovato su un nome scelto dalla Biennale e approvato congiuntamente dai negoziatori di Pechino senza che la biografia sia troppo governativa.

Questa edizione della Biennale sarebbe partita dall’idea che il Centro del mondo era ormai l’Asia Orientale, un baricentro produttivo commerciale e che questa venisse riconosciuta come alleata intellettuale dell’Occidente. Su questo punto si sarebbe giocata una partita decisiva e Venezia e la sua istituzione culturale più importante avrebbero favorito un processo di dissolvimento della radioattività culturale della Cina.

La Biennale, ipotetico punto d’incontro

Una normalizzazione con posizionamento sul podio delle grandi potenze culturali. Sarebbe stata un’occasione per giocarsi un ruolo sulla questione fondamentale del nostro tempo e cioè il confronto USA/Cina.

L’Italia con il governo Draghi surgela la svolta cinese che diventa poco per volta un oggetto smarrito. Rimane l’idea che una qualche mostra alla Biennale sarebbe un risarcimento e un estremo tentativo di mantenere in vita un barlume non strettamente economico di rapporto con la Cina.

La posizione nord-americana

Ma il presidente americano Joe Biden diventa sempre più inflessibile. La Biennale completa i suoi programmi con successo nonostante il Covid. Non Kamala Harris ma Donald Trump vince le elezioni e diventa Presidente degli Stati Uniti. La linea che la Cina debba essere isolata come sistema non democratico passa in modo definitivo. Il sentiment e l’empatia verso la Cina vanno sotto zero come durante la Guerra Fredda verso l’Unione Sovietica.

Il dossier Cina si sa per certo che giace un po’ impolverato e che nessuno lo vuole toccare. Poi la svolta improvvisa: l’Eccezionalismo USA dei primi 100 giorni del governo Trump innervosisce l’ecosistema dell’arte dalle grandi gallerie ai musei e fondazioni.

Il romanzo di fantascienza cinese “Il problema dei tre corpi” dell’autore Liu Cixin ricompare tra le letture d’obbligo insieme alla visione sia della serie televisiva cinese che ne è stata tratta come anche della versione Netflix. Seconda lettura d’obbligo le tesi dell’analista politico governativo Pan Wei molto ascoltato da Xi Jinping primo ministro cinese.

Infine, in questo cocktail quasi impossibile, emerge l’indomabile opposizione di Ai Weiwei che pesa moltissimo tra i cinesi non residenti in Cina. Per ora non si hanno ancora notizie del dossier concordato con Xi Jinping durante la sua tappa romana del suo viaggio in Europa. Accompagnato dall’intenso scambio di corrispondenza potrebbe però ora tornare alla luce!