Trattatello sentimentale del nero

Trattatello sentimentale del nero

“Si può dire, ora che ogni vera libertà sia nera”

  1. Artaud

“Plinio indica un nero ricavato dalle vinacce seccate, cotte in fornace e tritate con glutine, come uno dei quattro colori adoperati da Apelle, Polignoto, Micone e dagli altri famosi pittori greci. Le analisi chimiche rivelano l’uso di nerofumo impastato con sostanze grasse presso gli Egiziani, di tannino, galle di quercia e mirtillo presso gli Ebrei, di cortecce, di mallo di noce, noci di galla e solfato misto a ferro e rame presso i Romani e di numerose altre sostanze naturali come le ligniti,  il bitume, gli scisti bituminosi, la grafite, la pirolusite e alcuni ossidi di ferro. Ma i neri più importanti e più diffusi, quelli di cui gli autori classici si dilungavano a descriverne le proprietà, la preparazione e le applicazioni, erano certamente l’atramentum ottenuto dalla fuliggine di resine e l’elephantium, ricavato dalla combustione dell’avorio”(*)

 

Nero è il più bianco dei colori”, – dice il Poeta. E poi ancora: “E quell’unica strada era il nero”. Luogo della libertà. O di infinite tenebre. Colore algebrico o piuttosto il metacolore pari solo allo zero (0): il metasegno.

Quando un segno per il Niente o, più precisamente, quando un segno per l’Assenza entra nel lessico, qual è l’impatto? Potrebbe essere il paradigma o il prototipo di cambiamenti, e rivendicare allora il ruolo eminente: significanza è uno stato intellettuale in conflitto con la sua apparenza inespressiva, inspettacolare. La connessione con il niente, con il vuoto, con il posto in cui nessuna cosa è, ne fa il luogo di una sistematica ambiguità tra l’assenza di cose e l’assenza di segni.

Così il Poeta, eterno fingitore, del nero può dire: nero-porpora, nero-cerchio, nero-sole e persino nero-notte. “Oh, notte dove le stelle mentiscono luce, notte, unica cosa della dimensione dell’Universo, fammi diventare corpo e anima, parte del tuo corpo, fa si che io mi perda nel fatto di essere nera tenebra e diventi notte anch’io, senza sogni che siano stelle in me né sole, aspettando che risplenda in futuro”, — così dell’ambiguità e del desiderio di essere corpo nero, corpo notturno, corpo libero (!) scrisse Fernando Pessoa, il più fingitore dei poeti. Sono sempre al nero, i poeti, quando conferiscono alla luna e alla notte, da lei illuminata, il colore nel suo infinito.

Il nero accomuna la notte con le profondità della terra, il limo fertile del Nilo con il colore delle pupille

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pupilla = 0

 

in greco

kùanos: pasta vitrea, colore turchino, blu scurissimo quasi nero, nero lucente dai riflessi blu, tinta plumbea.

 

mèlas: nero, ogni cosa nereggiante

kelainefés: cupo, fosco, caliginoso

 

in latino

ater. assenza di colore. assenza di luce oscurità, ombra.

niger. nero brillante, nerastro, nero splendente, blu-corvini

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TOTALE: paura, disperazione, veleno, nube scura, ragni, serpi, morte vicina, oscurità di linguaggio.

 

Ecco tutti i colori scuri, quali i grigi intensi, i bruni e l’indaco scuro. Totti i colori pari allo zero, numero con il quale Schopenhauer indica il nero. Lo zero non è un’assenza, non è un niente, non è una semplice esclusione. Non è un intero, ma un metaintero, una regola intorno agli interi e alle loro relazioni. É un principio? pari al nero? che tinge la Creazione?

All’inizio c’era un fosco buio, senza confini di spazio. Così per i Fenici, così per gli Egizi. Uovo Cosmico degli Egizi e dei Fenici ripreso dall’astronomo belga Georges Lemaitre non è forse un simbolo dello 0? Quel periodo di universo in cui tutta la materia era compresa in un corpo unico e nero: la perfezione e la totalità, l’inizio e la fine. Il nero, come lo zero, sta per la concentrazione e per la latenza inespressa.

Zeus non nasce forse in una nera notte-grotta-caverna?

Già la stanza buia del Dio mesopotamico Marduk non era forse luogo dei destini, dimora delle determinazione? O viceversa. Il nero/zero come simbolo della virtualità e della potenzialità. Complesso e algebrico, è l’intelligenza costruttiva. “ln verità io trabocco di possibilità senza limiti” (capitolo LXIV del Libro dei Morti), e Dio nel Salmo davidico si avvolgeva di Tenebre come di velo, acque oscure e dense nubi lo coprivano.Le dee-madri(Terra), dispensatrici di vita e di morte, erano spesso nere. Il nero è la morte senza nome. Di purissima essenzialità. Appunto, lo 0.

Ancora un po’ e diventerà rara come una propria vita. Propria morte ha perso le vie errabonde che vi ci portavano.

Perso il vibrante colore della fosca caligine che il ritmo dell’Universo scandisce.

Parafrasando Adorno sull’esperienza della morte che un tempo era il “prezzo assoluto del valore assoluto”, ora il nero/notte “cade insieme all’individuo che si è dissolto nella società”. Già dolore rilkiano. Nero/morte seduce per la sua inafferrabile lontananza. Oggi grigio/fumo della moderna democrazia fa dire che l’esperienza della morte/del nero non è più altro che la secessione di un essere vivente dal consorzio/società. Soggetto che muore sprofonda sempre più al nostro sguardo e sempre più remota si fa la sua bianca/alba.

L’incompiutezza e la finitezza dell’esistere ci condannano a scrutare il nero: “l’altra faccia della vita, a noi opposta e per noi non illuminata” (Rilke), che è la “libertà per la morte”, la libertà di silenzio, di zero, ma anche di un’altra grammatica, quella delle virgole, della punteggiatura, del vivere, del bianco, insomma, che (come già per Schopenhauer) toglie alla morte/nero il suo senso dell’abisso. Così, abbandonata l’iniziale morte di ciascuno, ci ritroviamo vagabondi della morte, a volere un morire di nessuno.

“Dammi la morte che non sia la mia – scrive Rilke – ma la morte di nessuno, il morire che sia veramente venuto dalla morte, in cui io non debba morire, che non sia un evento, un evento che mi sia proprio, che accade a me solo – ma l’irrealtà e l’assenza in cui non avviene nulla in cui non mi accompagnano né amore, né senso, né pena; ma il puro abbandono di tutto ciò”.

Nero come pratica dell’oblio. L’operazione sovrana. Non appena la sovranità volesse subordinare a sé qualcuno o qualcosa, si sa che si lascerebbe riprendere dalla dialettica.

Sfuggire al progetto servile di conservare la vita – così L’opera al Nero della sovrana Yourcenar.

“Pochissimi sanno morire”—diceva Savinio, pochissimi muoiono. É un atto di energia. Guardare il sole – bruciarsi. Conoscenza è oltre. La nera araba pietra degli alchimisti: nigrum -nigriusnigro (nero-più nero – più nero) in cui vi sono tutte le strade. “Viaggiare? Per viaggiare basta esistere. Passo di giorno in giorno come di stazione in stazione, nel treno del mio corpo, o del mio destino”. Pessoa era dei pochissimi. “Manteniamo il silenzio, silenzio sull’impenetrabile. Scendiamo mostrando il velo che non abbiamo mai alzato”.

Forse risponde, meditando, sull’aldilà a Gilgamesh:

  • Dimmi amico mio, dimmi, amico mio!
    Dimmi il regolamento delle terre che tu conosci…
  • Non te lo dirò, amico mio, non te lo dirò.
    Se ti dicessi il regolamento della terra che conosco, tu ti siederesti e piangeresti.
  • Ebbene, io mi siederò e piangerò.

 

Si sono sempre seduti, gli artisti/poeti. E hanno pianto.

Sull’ossimoro: nero – luce – nero.

Sulla metafora e metafisica: caverna e sole (Platone). Sole è la Conoscenza. Cuore nero è l’invisibile o, piuttosto, ultravisibile – ecco il fatto metafisico. “Il cuore della luce è nero”, appunto, secondo Derrida. Ma “la lacrima di Mercurio è calda” secondo il Poeta.

Nell’opera d’arte è sempre contenuto un monito del tempo.

L’area del cittadino temporaneo si presenta come campo che sfugge a qualsiasi localizzazione. Il Quadrato altero di Malevič è in realtà un campo del tempo. Tempo bellico. Come lo è oggi. Tempo del Novecento. La velocità è tale da paralizzare il movimento. Volevano ben dire i futuristi e altri. Cioè, per dirla con Gillo Dorfles, il tempo è un feticcio, la rapidità è la tirannia assoluta. E questo diegetico (cineteatrale) tempo vorrebbe ricongiungersi con il presente continuo dell’Antica Cina.

Il feticcio della velocità ci porta, secondo Dorfles, ad una sorta di nuove barbarie, ad un regressum ad uterum dell’intera comunità umana. Ed ecco che si cerca di ricreare quell’intervallo, quella pausa perduta, quel presente continuo che precede questa diabolica assenza di intervallo che porta con sé l’accelerazione dei tempi e con essa l’oblio del Niente.

Nel codice scritto della notazione musicale occidentale affine allo zero sarebbe il segno del silenzio, la metanota – un vuoto, una pausa.

Qui a voler fare da guida all’ascolto, in questo luogo della pittura al nero, rintracciamo la sferzante proposta per Il dibattito sul niente e il suo opposto dialettico – il lutto, il Cosmo, l’Infinito. Vi ricordate “De pictura”di Alberti’? Di certo è che “il nero e il bianco fa le cose dipinte parere rilevate”. In qualche modo, secondo i classici, è l’incontro del bianco con il nero che genera il colore. Colori e odori, funebre scorza, l’albero sabeo. Eterno sbattersi contro il corpo dell’esistenza, della sopravvivenza, dell’oblio e dell’annichilazione, fino ai paradossi retorici del nihil: vedi ossimori visivi del niente nella pittura olandese della natura morta, nelle profezie pittoriche gonfie di miracolo del Goya, concluse nella macabra grammatica di Malevič o Rodčenko.

“Nulla è visibile in questo mondo se non alla condizione d’una luce mescolata di tenebre, d’una oscurità rischiarata. I colori sono dunque le proprietà d’un corpo oscurato, d’una luce oscurata”, —scriveva Kircher già citato da Goethe…

Questi e altri pensieri ci venivano alla mente di fronte alle dislocazioni che con il nero – uno dei quattro colori principali dell’araldica – si creano o piuttosto si impaginano policromie, sotto la luce viva e violenta, l’aria traslucida e il cielo terso mediterraneo orientale di un paese di posseduta scala dei colori.

(*) Lia Luzzato e Renata Pompas “Il significato dei colori nelle civiltà antiche”, Milano, Bompiani, 2001, pag. 43

 

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