Eleonora Chiavetta, Dodici, racconti mensili – Monthly Tales

Piatto di copertina di Dodici, di Eleonora Chiavetta, una foto in cui il mare, sullo sfondo alcune isole, è visto da terra dal punto in cui in primo piano si vede un paracarro con il numero 12.

Il valore ecfrastico di una scrittura offerta alla restituzione del sentimento delle cose e dei giorni – così come accade nel linguaggio di Eleonora Chiavetta –, rende capace di accogliere nella pagina il calore di una felice intimità ampiamente ancorata alla morfologia d’una imago di sicuro non scontata nel processo creativo. Ciò si concreta attraverso quella trascinante pertinenza del comune denominatore riposto in tale raccolta, quale essenziale fil rouge, concretamente votata a una personale visione del racconto d’esistenza. Tale concetto è, dall’autrice, preso in considerazione in una sempre più avanzata estensione dal suo segmento di ricerca espressiva. Tanto che, proprio in questo insieme narrativo, – Dodici, edito da Calibano (Milano 2020, pp. 173, € 14,00), – si va rischiarando quel progetto maieutico e interattivo indissolubile tra scrittura e azione del fare, del costruire simmetrie nella volontà di seguire l’appropriata esigenza linguistica e spirituale.

 Ecfrasi, espediente narrativo per dodici mesi

Una sorta di emerologio mensile, elaborato nell’edificio di storie, – avverte in prefazione Chiavetta, – che «ruotano attorno a due temi principali: la pittura e l’amore. Alcuni dei racconti – si afferma – prendono, infatti, spunto da un dipinto o da un affresco esistente e famoso; in altri il dipinto non esiste realmente, ma è frutto d’invenzione, introdotto per sottolineare l’effetto che l’incontro con la pittura ha nella vita dei personaggi e nello sviluppo della loro personalità».

Dai fiamminghi alle bioatmosfere

Vale a dire che possono emergere icone note della civiltà figurativa europea avanzate nella ricerca critica: dal fiammingo Jan Wildens a Simone II Baschenis con la sua proto-rinascimentale Danza macabra, dal ‘Nabi’ Édouard Vuillard al postimpressionismo di James Ensor, agli affreschi della molisana Cripta della Santissima Annunziata di Jelsi per legarsi, con il tenace anello della consequenzialità, alle bioatmosfere che son proprie d’una dimensione artigianale, antropologica, autobiografica, comprimendo il tutto in una stringa di affettività dalla quale, con lentezza, dilava l’emozione di un popolo, d’una cultura volutamente incarnata in specifiche quanto appropriate figure.

Primo semestre, solitudini

Così nei primi sei mesi dell’anno, Pietro, Tilduccia, il piccolo Noè, il nonno cimiteriale con le immagini oscillanti da Chopin a Wilde, il piccione volante in una stazione ferroviaria, Viola e l’isolotto dipingono, ognuno a modo loro, uno skyline di paesaggi urbani e naturali, d’interni ed esterni. E se i Pattinatori sul ghiaccio di Wildens, affiorando dalla tela, non tradiscono certo quel senso di solitudine che Pietro avverte pressante sul suo quotidiano, sono proprio essi a invitarlo ad una precipua riflessione sull’esistenza mediata dall’algida integrità del dipinto fiammingo. Diremmo che tali ingredienti lo spingono nella crepa del rapporto familiare in cui la figurina della moglie che cade riscrive, fuor dal dipinto, quella disperazione gravante sulla “incapacità di aiutarsi”.

Esistenza e metafora

D’altronde la metafora del pattinare sul ghiaccio non può che richiamarci le belle pagine di Emilio Cecchi, tratte dal suo Corse al trotto, in cui lo scrittore rileva come noi tutti siamo destinati ad essere fragili pattinatori vaganti su altrettanto fragili lastre di ghiaccio. In questo versante della riflessione Eleonora penetra, attraverso l’uso della mano, nel cuore botanico del “Fior di pervinca”, in cui il gracile Noè, dalle “mani piccole e dita sottili e veloci”, al servizio di Mastro Sempione, si trasforma in piccolo costruttore di metafore intrise di una devozione significata nella forza di non fragili estetiche della natura. In tal modo, in “Velo di tulle”, raccolto nella figura di Viola e dei suoi “cuccioli umani” è la donna, ancora avvolta dalla sua organza d’inviolabilità, a scoprire, tramite essa, la liturgia di un quotidiano che attende sempre di essere decrittato.

Secondo semestre, pensieri e ossessioni

Di seguito lo scenario del secondo semestre accoglie Soave e la sua famiglia nel lavoro di pittori girovaghi, tra carboncini e disegni, franche pennellate, committenze di sacerdoti, santi e armi lucenti di condottieri. Dopo, nel gioco notturno delle ore, Mastro Ludovico canta “Io son la morte e porto corona…”, mentre Soave scorge i respiri di signori e popolani. Ora si ascolta, nell’insonnia di agosto, il sordo vagare dei pensieri di Sara e Giuliana, le ossessioni di Giampiero gemmate nei viaggi in treno (da Roma a Parigi), e l’approdo, in un dipinto di Vuillard, temprato nel vibrante grembiule rosso d’un bambino volato in cielo tra i fumi di una cremazione.

Rimandi visivi e poetici

E le parole scorrono nel rituale di Lidia ornata della propria fragilità, dalla miopia dei propri familiari, oppure, nella ragazza ensoriana, in quel tentativo di scoprire il molteplice del ‘vero’, o apprendere che il privilegio del ritratto sia quello di “avere l’ultima parola”: oppure che la tristezza, emersa dal volto, non dica nulla di profondo se non il richiamo di un fisiologico languore. In avanti l’esito sfocia nella spumeggiante atmosfera natalizia, con leggende, con i versi settecenteschi di don Clemente Pandolfini che invocano: “Gite a trovar Gesù, / E non tardate più, ch’Egli è già nato”, con spettacoli da filodrammatiche tra gli olezzi di borotalco e colonie, con le memorie della Grande Guerra, le fascinazioni presepiali in un brulicare da contado a includere, sulle tavole di una recita infinita, lo stupore della scoperta, del ritrovarsi riflessi, negli affreschi d’una cripta, con il mondo tutto.

Scrittura e glaciazione dei sentimenti

Un mondo fermato, – nel modo in cui Winfried Georg Sebald fa parlare il suo personaggio, Austerliz, – con quel «quadro dipinto da Lucas van Valckenborch verso la metà del XVI secolo al tempo della cosiddetta piccola glaciazione, nel quale si poteva vedere la Schelda gelata dalla sponda opposta e, dietro di essa, molto scura, la città di Anversa». Un fermo-immagine che Eleonora Chiavetta, anglista e scrittrice, indica essenziale al fine di ‘scongelare’, tramite la scrittura, la vita trascorsa e i pensieri globalizzati dell’oggi, da quel conseguente pericolo annunciato dalla Yourcenar: l’essere vittime di un severo «inverno dei sentimenti».

 

 


 

The ekphrastic value of a writing offered to the restitution of the feeling of things and days, as it happens in the language of Eleonora Chiavetta, makes it able to welcome on the page the warmth of a happy intimacy widely anchored to the morphology of an imago, certainly not taken for granted in the creative process. This is achieved through that dragging relevance of the common denominator placed in this collection, as an essential fil rouge, concretely dedicated to a personal vision of the story of existence. This concept is, by the author, taken into consideration in an increasingly advanced extension from her expressive research segment.

Ecphrasis, a narrative device for twelve months

So much so that, just in this narrative set, Twelve (“Dodici”), with Calibano as editor (Milano 2020, pp. 173, €14.00), that maieutic and interactive indissoluble project between writing and the action of doing is being illuminated, of building symmetries in the will to follow the appropriate linguistic and spiritual need. A kind of monthly emerology, elaborated in the building of stories, warns in the preface by Chiavetta, that “revolves around two main themes: painting and love. Some of the stories, she states, is taken, in fact, from inspirations from a painting or from an existing and famous fresco; in others the painting doesn’t really exist, but it is the result of invention, introduced to emphasize the effect that the encounter with painting has on the life of the characters in the development of their personality”.

From Flemish to bioatmospheres

That is to say that known icons of European figurative civilization may emerge advanced in critical research: from the Flemish Jan Wildens to Simone II Baschenis with its proto-Renaissance Macabre Dance, from ‘Nabi’ Édouard Vuillard to the post-impressionism of James Ensor, to the frescoes of the Molise Crypt of the Santissima Annunziata di Jelsi, with the tenacious ring of consequentiality, to the bio-atmospheres that are typical of an artisan dimension, anthropological, autobiographical, compressing it all into a string of affectivity from which, slowly, delivers the emotion of a people, of a culture deliberately embodied in specific but appropriate figures.

First semester, loneliness

So, in the first six months of the year, Pietro, Tilduccia, little Noè, grandfather cemetery with images swinging from Chopin to Wilde, the flying pigeon in a train station, Viola and the islet paint, each in their own way, a skyline of urban and natural landscapes, interior and exterior. What if Wildens Ice Skaters, entering from the canvas, they certainly do not betray that sense of loneliness that Pietro feels pressing in his daily life, it is precisely they who invite him to a precipice reflection on the existence mediated by the algid integrity of the Flemish painting. We would say that these ingredients push her into the crack of the family relationship in which the figurine of the falling wife rewrites, out of the painting, that despair hanging over the “inability to help themselves”.

Existence and metaphor

On the other hand, the metaphor of ice skating can only remind us of the beautiful pages of Emilio Cecchi, drawn from his Corse al trotto, in which the writer notes we are all destined to be frail stray skaters on equally fragile slabs of ice. In this aspect of reflection Eleonora penetrates, through the use of the hand, in the botanical heart of the “Fior di pervinca”, in which the gracile Noè, with “small hands and thin, fast fingers”, by the help of Master Sempione, turns it into a small builder of metaphors imbued with a devotion meant by the strength of non-fragile aesthetics of nature. In this way, in “Velo di tulle”, collected in the figure of Viola and her “human puppies” and the woman, still wrapped in its organza of blessedness, to find out, through it, the liturgy of a newspaper that is always waiting to be decrypted.

Second semester, thoughts and obsessions

The scenario of the second section includes Soave and his family in the work of wandering painters, between charcoals and drawings, free brushstrokes, commissions from priests, saints and shining weapons of leaders. After that, in the night game of the hours, Master Ludovico sings “I am death and I wear a crown …”, while Soave sees the breaths of lords and commoners. Now one listens, in the insomnia of August, the dull wandering of Sara and Juliana’s thoughts, Giampiero’s obsessions by travelling by train (from Rome to Paris), and the landing place, in a painting by Vuillard, hardened in the vibrant red apron of a child flown into the sky amid the fumes of a cremation.

Visual and poetical references

And, words flow in Lydia’s ritual adorned with her own fragility, from the myopia of their family members, or, in the Ensorian girl, in that attempt to discover the multiplication of the ‘true’, or learn that the privilege of portraiture is that of “having the last word”. Or that of sadness, emerged from the face, it doesn’t say anything deep if not the call of a physiological languor. Going forward the outcome flows into the sparkling Christmas atmosphere, with legends, with the eighteenth-century verses of Don Clemente Pandolfini calling for: “Trips to visit Jesus, / and don’t delay, He has already been born”, with philodramatic shows among the oil of borotalco and colonies, on the plates of an infinite recitation, the astonishment of the discovery, of finding reflections, in the frescoes of a crypt,with the whole world.

Writing and icy feelings

A world stopped, (in a way in which Winfried Georg Sebald makes his character speak, Austerliz) with that “painting painted by Lucas van Valckenborch towards the middle of the 16th century at the time of the so-called small glaciation, in which you could see the frozen Scheldt from the opposite bank, and, behind it, very clear, the city of Antwerp”. A still-image that Eleonora Chiavetta, anglist and writer, indicates essential in order to ‘defrost’, through the writing, the life spent and the globalized thoughts of today, from that consequent danger announced by Yourcenar: being victims of a severe “winter of feelings”.

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Morfologo e poeta, già Ordinario di Istologia ed Embriologia all’Università di Palermo ed Emerito della Società italiana di Biologia Sperimentale. Critico d’arte e letterario, collabora inoltre con Nuovi Argomenti, Corriere della Sera, La Repubblica, le edizioni ERI-Rai.