Chi ha paura della pop-filosofia?

ritratto di Gilles Deleuze in bianco e nero, con, ai lati, alcune macchie di colore rosso
ritratto di Gilles Deleuze alla Demeure di Chaos, museo di arte contemporanea di Lione creato dallo scultore Thierry Ehrmann.
Definizione di pop filosofia

Dall’analisi delle serie tv al loro utilizzo divulgativo, dallo studio dei social alla loro colonizzazione, dall’indagine sulle pratiche sportive a quella sulla pornografia, la pop-filosofia davvero si dice in molti modi[1].

Nata come progetto deleuziano nella seconda metà del secolo scorso[2], la riflessione filosofica che incorpora in varia misura l’elemento pop è ormai una realtà ben consolidata. Ciò nonostante o forse proprio per questo, deve ancora difendersi dalla costante delegittimazione cui si trova sottoposta.

La filosofia come pratica e non come gergo tecnico

Tralasciando la spiacevole circostanza per cui i detrattori della filosofia pop prendono spesso ad esempio dell’intero genere solo le sue manifestazioni peggio riuscite (incappando nella cosiddetta fallacia del fantoccio), è pur vero che nell’immaginario collettivo il compito del pensiero filosofico è quello di occuparsi delle questioni più importanti sull’umana esistenza e il reale tutto. Una costellazione che sembrerebbe escludere qualsivoglia riferimento a oggetti di indagine banali, quotidiani, triviali, per non parlare del ricorso ad un linguaggio che sia comprensibile, e apprezzabile, anche dai non addetti ai lavori.

Eppure si può dire che la filosofia non ha come primo intento quello di costituirsi a gergo tecnico, condiviso da pochi eletti rinchiusi in una torre d’avorio. Piuttosto essa tende a confrontarsi con la realtà, accogliendone la sfida, provando cioè ad elaborare strumenti adeguati per comprenderla. Strumenti disponibili per chiunque voglia apprenderli, al fine di abitare più consapevolmente e più felicemente la propria esistenza. In questo senso, anziché essere una teoria qualificata e nobilitata dall’oggetto di cui si occupa, la filosofia è una pratica, una metodologia di pensiero che pare resista ad essere incorporata, ma che poi può riferirsi a tutto. Anzi, deve.

tre persone stanno parlando seduti su delle sedie in un prato in una ex cava durante una serata estiva
Cava di Roselle, (Grosseto); da sinistra, Selena Pastorino, Fausto Lammoglia e Massimiliano Marcucci durante l’incontro Black Mirror. Narrazioni filosofiche (Mimesis, 2019).
Il nuovo compito del filosofo

Preciso dovere di chiunque voglia dirsi filosofo è infatti quello di non escludere a priori dalla propria riflessione alcun argomento. Né, per questo, può temere che la filosofia risulti impoverita. Al contrario, l’inevitabile confronto dell’essere umano con la realtà che lo circonda dà ulteriore sostanza alla filosofia. Questo vale soprattutto quando la realtà risulta complessa, multidimensionale, pluri-prospettica e caotica, quale è quella contemporanea. In tutto questo, “pop” non è che un nome per indicare ciò che riguarda la maggior parte delle persone per la maggior parte del tempo. Un aspetto della realtà così ingombrante che non può essere tralasciato da chi dovrebbe tentare di comprenderla.

 

[1] Impossibile fornire una panoramica di tutte le sue articolazioni, ma una buona proposta programmatica è quella formulata da Simone Regazzoni nella sua introduzione a Pop filosofia, Il melangolo, Genova, 2010, pp. 9-20.

[2] Per un’introduzione cfr. L. De Sutter, Qu’est-ce que la pop’philosophie?, PUF, Paris, 2019.

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