Fuori dai denti/ Armando Marrocco, un giovane di ottant’anni

Armando Marrocco (foto Galleria Antonio Battaglia )

Contro la corruzione intellettuale

Finalmente è arrivato il tempo di spezzare una lancia per Armando Marrocco. In ritardo con l’unico che ha aiutato il sottoscritto quando a quarant’anni si affacciava timidamente in questo caotico e corrotto mondo dell’arte. Corrotto in tutti sensi, compreso il più grave di tutti, quello intellettuale. E mi affretto a farlo, perché merita che il mio modesto peso di scribacchino cerchi di scuotere un poco la spocchia che accompagna quella corruzione. Infatti, Armando presta il fianco a quella odiosa sicumera, perché vuole essere prima di tutto un “homo sanza littere” (il primo, per chi non lo sapesse, era niente di meno che Leonardo).

Una scuola di modestia, grande manualità, competenza

E lo merita soprattutto perché quella spocchia, imperante negli ultimi trent’anni, oggi si è trasformata in cancro e bisogna fare qualcosa perché i giovani prendano coscienza del pericolo: proprio a loro Marrocco può insegnare la modestia, il lavoro con le proprie mani e la competenza (ma ci ritorneremo). Parlavo di naïveté alla stregua del Douanier, ma in senso moderno, non come quei pittoracci balcanici che ci perseguitano imitando il grande Rousseau (senza riuscirci). Armando è esuberante e prolifico proprio come il Doganiere, ma profondamente scultore e precisamente dei nostri giorni: non c’è tecnica anche la più sofisticata che lo spaventi (si vedano i suoi lavori contemporanei a quelli di Gianni Colombo o di Getulio Alviani). E se parlo di mancanza di lettere penso a Mozart che ragionava in note, mentre Marrocco ragiona per valori plastici. Pare poco? Certo che dopo il Surrealismo, dopo il Dada, dopo la pletora di sapientoni che hanno introdotto la letteratura (e la psicanalisi) in arte visiva, è troppo poco, ma forse, insinuo, è un merito.

 

Un “presente permanente” (Pierre Restany)

Nato nel leccese come aiuto di suo padre, modesto scalpellino nella famosa pietra del churrigueresco nostrano, Armando (di lui Pierre Restany ha sottolineato un presente permanente) non appartiene al nostro secolo, bensì a quello in cui la Grecia era Magna: è un classico, un solare, sereno come quel popolo che ha invaso l’Italia, soprattutto quella meridionale, 2500 anni fa. E questo lo si evince in qualsiasi cosa tocchi, dal nero di un cielo fotografico, a un grande prato di molle in cui i bambini giocano a suonarle. La serenità fa parte della sua lingua anche quando raccoglie sulla spiaggia un pezzo di legno per parlare di Caino che uccide Abele (esattamente come Henry Moore); e lui non riesce a essere cupo nemmeno quando, ricordando gli Egizi, avvolge pezzi di pietra in bende funerarie. Gli invidio la spontaneità, la libertà e la competenza con cui affronta qualsiasi materia, dal bronzo al marmo, dalla carta agli animali vivi (le formiche) e, anche quando tratta soggetti sacri, crocefissi, seggi vescovili, volti di santi (Marrocco è credente), aggiunge sempre qualcosa che visivamente non esisteva nella coreografia della Chiesa (esattamente come Fontana, anzi meglio). Il suo opposto è la Cappella di Rothko a Huston! E con questo?

Come Ulisse, sogna Itaca

Marrocco non si suicida, odia l’Ade, la discesa agli inferi di Enea non gli interessa: “pei vasti golfi” del salentino “s’aggira in caccia de’ minuti pesci” con lance multicolori: come Ulisse sogna Itaca. E manda a casa tutti gli intellettuali come me.

Questo volevo dire ai giovani che oggi affollano le gallerie con l’esuberanza che è propria della loro età: guardate cosa è già stato fatto, guardate bene prima di prendere presuntuosamente pennelli o scalpelli o fingere teatro, video e quant’altro. Armando è ottantenne, ma è più giovane di voi. Anni fa al Beaubourg c’era Carla Pistola con la famosa Coda dell’arte Povera, ma su una parete campeggiava un grande quadro di Joan Mirò: di fronte alla velleità intellettuale impersonata dalla Venere (di gesso!) sullo sfondo d’un cumulo di panni, un bambino che non ragionava. Che sospiro di sollievo!