Liu Ruowang, ululi contro i disagi del nostro tempo – Howls against our times’ troubles

la foto in bianco e nero ritrae tre sculture a forma di lupo in una piazza del Comune di Avella
Lupi ad Avella, Liu Ruo Wang; curatore: Milot, foto di Michele Stanzione

Quando ero bambino, a scuola mi dissero che il lupo era un animale cattivo. Vi erano parecchi “indizi” a dimostrazione di ciò: le sue affilate zanne, la fiaba di Cappuccetto Rosso, il fatto che ululasse alla luna piena nelle notti spettrali, ecc.

Da ragazzino tale informazione rimase intatta: secondo l’Avestā, il testo sacro dello zoroastrismo, i lupi vennero creati dal malvagio Angra Mainyu; e per Thomas Hobbes, che lo modificò da un proverbio di Plauto, addirittura «Homo homini lupus».

Molto più tardi, leggendo le teorie dei primitivisti, capii che quanto affermato sul lupo faceva parte di una lunga tradizione di pregiudizi, pregiudizi divenuti simboli, che legittimarono purtroppo il suo sterminio in molte aree del pianeta.

A pensarci bene, e non possiamo far altro che pensarci bene – dacché come umanità siamo caduti molto in basso – la nostra autodistruzione ha una causa in comune: la domesticazione.

Il processo di domesticazione ha origini antiche, e potrebbe coincidere con l’affinamento delle prime tecniche agricole. E sebbene essa da un lato abbia permesso uno sviluppo (sviluppo discutibile, ritengo, visto che il nostro “adattamento” lascia a desiderare), dall’altro ha costruito le basi di una tomba collettiva, nel nome di una economia schizofrenica, utilizzata come mezzo di controllo della dimora ambientale.

Mediante la domesticazione, l’uomo, da libero raccoglitore-nomade, ha preferito schiavizzarsi sotto l’ossessione della supremazia, eliminando così la verità che possedeva in favore di una “malattia” che, sulle macerie del Terzo Millennio, pare definitivamente esplosa. Regolando il nonsense del cosmo, donandogli un’armonia che gli è estranea, e imbrigliando viventi e non con la sua smania, ha soggiogato soggiogandosi.

Per fortuna, però, esiste una scuola che è in grado di fornire le informazioni corrette: la Natura. Soltanto lei, coi limiti che impone all’uomo, col silenzio con cui ci accompagna da sempre, riesce a svelare, un po’ artisticamente (o ironicamente), quanto siamo lontani dal suo messaggio.

L’installazione di Liu Ruowang (classe 1977), curata e portata in Italia dall’artista Milot, col patrocinio della città di Avella e del sindaco Domenico Biancardi, in collaborazione col direttore artistico Michele Stanzione e l’associazione Millevolti, è stata inserita in un contesto urbano caratterizzato da bellezze storico-culturali romane e longobarde.

I lupi di Ruowang, prima di Avella, hanno fatto il giro del mondo: dal quartiere artistico “798” di Pechino alla Nuova Zelanda, dalla Germania e la Francia alla Biennale di Venezia del 2015; e poi Torino, Napoli, Firenze. Un itinerario culturale che porta con sé un importante messaggio globale: riflettere sull’invasione e la distruzione antropocentrica, ascoltare i diritti della Natura.

Le imponenti fusioni in ferro, del peso di 280 kg ciascuna, appena inaugurate hanno catturato la curiosità ludica dei bambini. Essi riportano alla memoria locale innanzitutto un “abitante” dell’Irpinia, e ovviamente analizzano e criticano, con le forme eleganti dell’arte, i passi falsi dell’umanità, rispolverando vecchi miti orientali e occidentali, per esempio quello del guerriero e del branco, accordandoli alle tristi esigenze del contemporaneo.


Howls against our times’ troubles

When I was a child, I was told at school that the wolf was an evil animal. There were several “clues”: his sharp fangs, the fairy tale of Little Red Riding Hood, and the fact that it howls at the full moon on ghostly nights, and so on. Through my childhood, these pieces of information remained intact: according to the Avestā, the sacred text of Zoroastrianism, wolves were created by the evil Angra Mainyu; for Thomas Hobbes, who modified it from a proverb of Plautus, even “Homo homini lupus”. Much later, reading the theories of the primitivists, I understood that what was said about the wolf was part of a long tradition of prejudices, which have become symbols, which unfortunately legitimized wolf extermination in many areas of the planet. Thinking about it, and we cannot help but think about it (since we as humanity have fallen very low) our self-destruction has a common cause: domestication.

The domestication process has ancient origins, and it could coincide with the refinement of the first agricultural techniques. Although, on the one hand it has allowed development (a questionable development, I believe, since our “adaptation” leaves much to be desired), on the other hand, it has built the foundations of a collective grave, in the name of a schizophrenic economy, used as control of the environmental dwelling. Through domestication, man, as a free nomad-gatherer, preferred to enslave himself under the obsession of supremacy. Thus, he eliminated the truth he possessed in favor of a “disease” which, on the rubble of the Third Millennium, seems to have definitively exploded. By regulating the nonsense of the cosmos, giving it a harmony that is foreign to it, and harnessing the living with its mania, it has subjugated others by subjugating himself. Fortunately, however, there is a school that is able to provide the correct information: Nature. Only she, with the limits she imposes on man, with the silence she has always accompanied us, is able to artistically (or ironically) reveal how far we are from her message.

The installation by Liu Ruowang (born in 1977), curated and brought to Italy by Milot, with the patronage of the city of Avella and the mayor Domenico Biancardi, in collaboration with the artistic director Michele Stanzione and the Millevolti association, was included in an urban context characterized by Roman and Lombard historical and cultural beauties.

The wolves of Ruowang, before Avella, have traveled around the world: from the artistic district “798” in Beijing to New Zealand, from Germany and France to the 2015 Venice Biennale; and then Turin, Naples, and Florence. This cultural itinerary carries with it an important global message: to reflect on anthropocentric invasion and destruction, to listen to the rights of Nature. The imposing iron castings, weighing 280 kg each, have captured the playful curiosity of children. These wolves bring back to the local memory an “inhabitant” of Irpinia, and obviously analyze and criticize, with the elegant forms of art, the missteps of humanity, dusting off old Eastern and Western myths, such as the warrior and the pack, matching them to the sad needs of the contemporary.

Informazioni su DARIO ORPHÉE LA MENDOLA 1 Articolo
Dario Orphée La Mendola, laureato in filosofia, insegna presso le Accademie di Belle Arti di Agrigento e Catania. Si occupa di critica d'arte, filosofia della natura e satira.