LA RIPROPOSTA/Jasia Reichardt salvata dal ghetto di Varsavia

Mezzobusto dell'artista Jasia Reichardt in piedi, appoggiata a una ringhiera indossa una mantella grigia e rossa. sullo sfondo edifici con architettura tipica britannica.
Jasia Reichardt

Già pubblicato su FYINpaper il 30/05/2020

Forse il nome di Jasia Reichardt non vi dice niente. Ma è normale. All’inizio della sua carriera, negli anni ’60 e ’70, è stata a Londra vicedirettrice dell’ICA (Institute of Contemporary Arts) e poi direttrice della celebre Whitechapel Gallery, creata nella zona orientale della città, la più povera di tutte. Allora – come ancora oggi – l’idea era di portare la grande cultura artistica inglese in un territorio dove non arrivava. Svolgendo la sua attività Jasia Reichardt ha curato un certo numero di importanti mostre. In passato si era interessata di tecnologia avanzata e aveva scritto un bel libro, Robots: Facts, Fictionsand Predictions (1978), seguito da un altro intitolato The Computer in Art (1971). Dopo di che si è dedicata alla costituzione di un grande archivio sui suoi zii, lo scrittore ed editore Stefan Themerson e la moglie, Franciszka, pittrice e illustratrice, entrambi morti nel 1984. Con il suo compagno, Nick Wadley, ha pubblicato saggi e cataloghi su di essi e ha fatto ristampare i loro libri. E la sua attività continua ancora oggi, anche se Nick Wadley, l’anno scorso, è partito per un mondo migliore.

Pensavo di sapere molto di lei perché ci vedevamo spesso in Inghilterra o a Parigi dalla fine degli anni ’70. Invece non mi sono accorto che lei parlava veramente poco della sua infanzia e della sua prima gioventù. Sono stato veramente colpito quando mi ha mandato un libro di ricordi, uscito nel 2012: Fifteen Journeys –Warsaw to London. Vi tratta degli anni della sua infanzia a Varsavia. Suo nonno, Jakub Weinles era un pittore conosciuto e apprezzato e dipingeva soprattutto interni e paesaggi. Dopo avere evocato brevemente, ma con un vera poesia nostalgica, l’universo della sua famiglia e la sua prima visita ai Themerson, Jasia passa subito al momento terribile dell’attacco tedesco nel 1939 con i primi bombardamenti sulla città.

Janina Chaykin (era il suo nome) allora non sapeva di essere ebrea. Suo padre, il cui cognome era Sewek, aveva studiato architettura e aveva anche dovuto lavorare per le case popolari. La capitale polacca si arrende il 28 settembre. Jasia Reichardt descrive la vita in famiglia in una città devastata dalle bombe. Riesce a scambiare lettere con Franciszka e Stefan Themerson che si trovano a Parigi. Gli ebrei sono costretti a mille restrizioni. Allora le relazioni tra i membri di una stessa famiglia si tengono solo tramite lettere, in quanto molti si trovano in vari stati europei. Numerose lettere sono riprodotte in queste pagine. Dal’41 la famiglia si ritrova nel ghetto e dalla fine del ’41 non viene più recapitata la posta nel ghetto stesso. È anche proibito aiutare quelli che vi sono internati.

Nel luglio del’42, il ghetto è sgomberato e in agosto i suoi abitanti sono mandati a Treblinka. I suoi genitori sono arrestati poco dopo e anche loro mandati a Treblinka. Lei ha la fortuna di essere ospitata in una istituzione cattolica fuori dalla città, a Zofioska. Una buona parte della sua famiglia sparisce: ci sono quelli che partono con i treni tedeschi, altri si suicidano. Era previsto che lei non stesse in questo posto, ma degli sconosciuti la portano in un bungalow nella periferia.

Spostata varie volte, poi si ritrova negli uffici della società dove lavorava suo padre. I suoi colleghi decidono alla fine di mandarla in una istituzione ospedaliera e così finisce in un grande orfanotrofio. La ragazza vive tutto questo con un doppio sentimento: uno di paura e d’incertezza, l’altro di coraggio. Non capisce quasi nulla del suo destino, ma sa che tutte quelle persone fanno del loro meglio per prendersi cura di lei. Nel frattempo il grande ghetto si svuota, ma si tratta solo di una breve parentesi. Dopo qualche tempo è mandata in un convento a Otwick, quello delle suore del Sacro Cuore di Maria. Nel’44 si ammala ed è portata in un ospedale a Varsavia. Poi è condotta in un convento, che però è bombardato e va a fuoco. Nell’agosto 1945 i parenti scrivono molte volte alla Croce Rossa per ritrovare la piccola Jasia e gli altri componenti della famiglia. Allora, poco a poco, il puzzle si ricompone e Jasia va a Londra per la prima volta.

In questa autobiografia, nutrita di numerosi documenti, il tono non è mai patetico o drammatico. Certo, questi anni non sono stati bellissimi, e lei ha cambiato “casa” dodici volte. È dunque la testimonianza di un destino straordinario, quasi reale come quello del pianista che Polanski ha evocato nel suo film. Si tratta di una vera beffa alla macchina di morte del nazismo. E Jasia Reichardt ha saputo narrarlo con distanza e anche cercando di ritrovare le emozioni di una ragazzina strappata alla morte con l’ingegno di genitori che sapevano che tutto era perduto.

 

Fotografia dell'installazione al Museo Ebraico di Berlino: a terra, accatastati, molti volti stilizzati in metallo nero; occhi bocche e nasi sono fori nel metallo scuro. Sono i volti dei periti nell'Olocausto di cui parla Jasia Reichardt
Particolare dell’installazione (calpestabile) “Shalekhet” dell’artista israeliano Menashe Kadishman (1932-1915) realizzata all’interno del Museo Ebraico di Berlino.