
Sei in un museo, guardi un bellissimo quadro o una magnifica scultura. Oppure sei in macchina, alla radio passano una vecchia canzone, una di quelle piene di emozionati assoli di chitarra. O magari stai leggendo una poesia, breve ma molto emozionante. In tutti questi casi senti del trasporto. E’ innegabile si tratta di opere d’arte. Diversi dagli oggetti d’uso comune, speciali. Oggetti che hanno in se una specie di forza magica.
Magia
Chi ha messo quella magia negli oggetti? Analizziamo le diverse possibilità
- L’ha messa l’autore?
in questo caso è facile cedere al culto dell’artista. Un uomo o donna capace di imprimere nelle cose significato, un sacerdote generatore di simboli magnetici, oggetti paradigmatici. Un essere superiore, dall’abilità o dall’intelletto o dalla sensibilità eccezionali. Questa visione è molto comoda per il mercato, ha un produttore di valore, un re mida che da materiale inerte, tela colori, creta e marmo genera oggetti che si stagliano dal contesto diventando notevoli, elevati, venerabili. Questi esseri andrebbero preservati. anche con i loro difetti, anche macroscopici? Sarebbe giusto? Anche se fossero degli egomaniaci, sociopatici, assassini? Anche se pretendono privilegi da star? Magari evitare di pagare le tasse? Magari il tavolo che avevi prenotato tu al ristorante. Magari pretendono la tua adorazione incondizionata. La storia dell’arte è piena di questo cortocircuito morale. Caravaggio uccise un uomo e dipinse alcune delle opere più potenti del Seicento. Wagner componeva capolavori e scriveva pamphlet antisemiti. Il Novecento ha celebrato geni che trattavano le persone intorno a loro come materiale di consumo. Una contraddizione che la storia dell’arte non ha mai davvero risolto. - L’hai messa tu?
Se l’arte è negli occhi di chi guarda, allora sei tu il validatore. Solo tu decidi cosa conta. È una posizione liberatoria e pericolosamente scivolosa.
Spinta all’estremo, è soggettivismo puro: ognuno decide per sé, e i musei perdono ogni ragion d’essere, perché la cornice istituzionale non aggiunge nulla che tu non possa già trovare da solo. Saresti libero di vedere arte in un tramonto qualunque, in un paesaggio, nella pensilina del tram dove aspettavi per andare a scuola alle sette del mattino. Marcel Duchamp espose un orinatoio capovolto e lo chiamò Fontana: o era una provocazione concettuale, o la prova che basta lo sguardo, e l’intenzione di guardare in un certo modo, a fabbricare arte dal nulla.
Ma se ogni oggetto può diventare sacro per la persona giusta nel momento giusto, allora la “magia” non è più una proprietà dell’opera. È un riflesso della tua biografia. Tu ami ciò che ti riporta all’infanzia; un altro ama ciò che riporta lui alla sua. Non resta nulla di condiviso, nulla di oggettivo: solo miliardi di musei privati, uno per ogni testa.
- Entrambi, in un equilibrio instabile?
Forse la verità sta nell’incontro: tu ami un artista, altri no. Perché? Forse perché percepisci, o credi di percepire, il suo messaggio in un modo che agli altri sfugge. È questo a far apparire le poesie di una persona cara più cariche di significato delle poesie di uno sconosciuto: non perché siano oggettivamente migliori, ma perché tra te e quelle parole esiste un canale che con altre opere semplicemente non si è aperto.
È una spiegazione elegante, ma fragile: spiega perché tu senti qualcosa, non spiega perché milioni di persone, in epoche e culture diverse, sentano la stessa cosa davanti alla Gioconda o a una sinfonia di Beethoven. Il rapporto simbiotico funziona per il singolo incontro, ma fatica a spiegare il consenso di massa.
- La moda, l’alchimia del momento, la narrazione?
La narrazione è forse il meccanismo più sottovalutato. Spesso non capisci un artista finché qualcuno non ti racconta la sua vita, la sua povertà, la sua ricerca ossessiva, la sua sofferenza e solo allora cominci a commuoverti per le stesse note o le stesse pennellate che ieri ti lasciavano indifferente. Van Gogh in vita vendette forse un solo quadro; oggi i suoi girasoli valgono decine di milioni, non perché la pittura sia cambiata, ma perché attorno a quella pittura si è costruita una leggenda di genio incompreso e morte tragica che il mercato e la critica hanno saputo trasformare in valore.
Sei quindi programmabile nei tuoi gusti? Le tue emozioni le decidono i galleristi, i discografici, i giornalisti, gli algoritmi delle piattaforme di streaming che ti suggeriscono cosa “devi” ascoltare? Se la narrazione può accendere il valore di un’opera, può anche spegnerlo, e questo rende la magia molto meno magica, molto più simile a una campagna di marketing ben riuscita.
Quattro risposte, nessuna sufficiente
Ognuna di queste ipotesi, presa da sola, crolla sotto il proprio stesso peso. Il culto dell’artista produce mostri protetti dal loro talento. Il soggettivismo puro dissolve l’arte in gusto privato e rende inutile ogni museo. Il rapporto simbiotico spiega il singolo ma non il consenso collettivo. La narrazione spiega il consenso collettivo ma riduce l’opera a prodotto di marketing, svuotandola di valore intrinseco.
Forse la magia non ha un solo autore, ma quattro coautori che lavorano insieme, in proporzioni che cambiano ogni volta: un oggetto che porta dentro di sé una scelta formale precisa (l’autore), uno sguardo che lo attiva (lo spettatore), una risonanza che li lega (l’incontro), una storia che lo rende leggibile a tutti gli altri (la narrazione).
Chiedersi chi ha messo quella magia in quell’oggetto ci porta ad una riflessione su di noi , sulla società che abbiamo organizzato in gerarchie di valore, in caste intoccabili e spazzatura. Dietro questo falso problema c’è uno specchio spietato. C’è la volatilità della nostra attenzione c’è la manipolabilità delle emozioni, c’è il bisogno di sicurezza che affidiamo all’esterno da noi poiché manca all’interno.
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