Il sud abusivo

Il sud abusivo
da: Alternativasostenibile.it

Anche oltre Dostoevskij si può dire che la bellezza ha spesso salvato il mondo. Finora. Basti pensare al senso estetico dei dominatori storici, dai Greci ai Persiani ai Romani, fino alle grandi potenze contemporanee, dittatori compresi. Ma sembra che il Sud dell’Italia abbia rinunciato alla bellezza. Questo, in nome del profitto, del clientelismo politico, dell’arricchimento familiare, del pauperismo presunto, o forse risucchiato per sempre in un immobilismo codardo e autolesionista.

Abusivismo edilizio

Gli italiani in vacanza, in quest’anno di Covid, si sono riversati in massa al sud, e hanno potuto rivedere, accanto a ottimi esempi di valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale, un immane scempio edilizio.  Un abusivismo perpetrato su gran parte delle coste marine, dal Gargano, al Salento, dalla costiera amalfitana al Cilento, dalla costiera ionica a quella tirrenica calabrese, fino alle coste di periplo dell’intera Sicilia.

Parlo dell’abusivismo delle seconde case, non di quello che potremmo dire di necessità. La devastazione territoriale costiera è fatta di case brutte, mal costruite, spesso fatiscenti, collocate secondo criteri urbanistici arbitrari, con strade talvolta contorte, strette, ricolme di immondizia e cocci, prive di vegetazione o con sterpaglie maleodoranti. Il tutto a ridosso di spiagge e coste bellissime, dal mare cristallino, dai colori verde-turchese, sotto un cielo azzurro pastello intenso e luminoso. Uno sfregio ributtante, una devastazione barbarica, una ferita profonda non rimarginabile che genera odio e rancore contro chi l’ha compiuta.

Come ci ricorda Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli editore) l’abusivismo edilizio è un fenomeno tutto italiano; nato già all’epoca del fascismo, non si riscontra  in nessun’altra nazione europea, nemmeno in Spagna o in Grecia. Dai dati Istat (BES 2018-2019) si ricava che al sud esso raggiunge quasi il 50% delle nuove costruzioni. Di chi la colpa? Certamente della mentalità anarcoide, individualista, anti legalitaria di molti cittadini meridionali; ma anche della classe politica, locale e nazionale. La politica locale non riesce a dare esecuzione neanche alle ordinanze di demolizione emesse dalla magistratura; quella nazionale non è stata in grado finora di approvare una legge che limiti il consumo di suolo (secondo il rapporto ISPRA SNPA 2019 nel solo 2018 si sono consumati 14 ettari di suolo al giorno).

Il degrado visto dal sud

Dum spiro spero (finché vivo, spero) diceva Cicerone nella lettera ad Attico. Nel citato rapporto ISTAT BES 2019 risulta che l’attuale sensibilità al sud d’Italia per il degrado del paesaggio è maggiore che al centro o al nord d’Italia. Questo significa che i cittadini meridionali, forse per la maggiore diffusione della cultura e per il ricambio generazionale, avvertono la necessità di cambiare, all’insegna dell’abbattere, abbattere, abbattere. In aggiunta, occorre che gli amministratori del sud, ce la mettano tutta per far diventare ‘quartieri’ le periferie urbane: con un loro ‘centro’, come suggerisce Salvatore Veca (Corriere della Sera 6/8/2020) nella necessaria ricomposizione tra urbs e civitas.

ALESSANDRO CALABRÌA 22 Articoli
Laurea in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano, avendo prima studiato Filosofia. Scrittore di narrativa e teatro, avvocato civilista esperto in diritto previdenziale, assicurazioni sociali, diritto del lavoro, delle successioni e della famiglia). Consulente sindacale.